Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" - Onlus

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Saviano e il brigatista
Denuncia penale per diffamazione
Roberto Saviano vuole mettere il bavaglio a "Liberazione"



Paolo Persichetti
"Liberazione", 17 aprile 2011

Roberto Saviano ha querelato "Liberazione". Una denuncia penale per diffamazione a mezzo stampa è stata depositata nei miei confronti, in qualità di autore degli articoli messi sotto accusa, e del direttore Dino Greco. Sembra che Saviano non abbia gradito il modo in cui ho raccontato, lo scorso 14 ottobre, la vicenda della diffida inoltrata dal Centro Peppino Impastato all'editore del suo penultimo libro, La parola contro la camorra. La parola appunto, quella che Saviano dice fin dal titolo di utilizzare come strumento per combattere il crimine organizzato, veicolo di libertà che lui sostiene di difendere contro le molte censure, sempre denunciate ma mai viste; quella parola che distribuisce su tutti i supporti mediatici, a destra e manca degli schieramenti politici, resta legittima solo se da lui pronunciata. La sua parola, intesa come unica parola possibile, che perciò stesso esclude le altre, soprattutto se sono critiche nei suoi confronti, se ne raccontano limiti e inesattezze, se ne mettono in mostra la faccia nascosta o molto più semplicemente se dicono: "Noi la pensiamo diversamente da te. Le verità che affermi sembrano prese dal dizionario di monsieur de Lapalisse, per non dire le volte che travalicano la realtà dissolvendosi in fantasie". Come dimostra la sistematica omissione delle fonti che rende impossibile la verifica di quel che scrive. Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, l'ha recentemente colto in fallo per aver narrato un aneddoto della vita del filosofo napoletano ripreso da una fonte che - si è poi scoperto - riportava una testimonianza anonima. O ancora, con la denuncia di plagio, solo l'ultima in ordine di tempo, venuta dal settimanale albanese Investigim. Quella parola "altra" che per Saviano non può essere libera ma va confiscata per mezzo dell'intimidazione penale, della richiesta di carcere e dell'accusa di corrività con quelli che lui ha eletto suoi acerrimi nemici mortali, i Casalesi. I suoi critici sono immediatamente considerati amici dei suoi nemici. I familiari e il Centro intitolato a Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, animatore a Cinisi di una emittente libera, "Radio Aut", assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, avevano segnalato alcune inesattezze presenti nel suo testo e chiedevano di apportare le dovute correzioni. Messo in discussione come amministratore della storia di un'antimafia che non conosce, anche per evidenti ragioni anagrafiche, Saviano non solo ha opposto uno sprezzante silenzio, un'indifferenza che segnala come il rifiuto di adularlo sia per lui una insopportabile e delittuosa ferita narcisistica, ma non ha impedito ad Einaudi di comportarsi ancora peggio. La casa torinese acquistata da Berlusconi ha minacciato i familiari di ritorsioni legali se non avessero smesso di agitarsi pubblicamente. L'intera vicenda potete trovarla con dovizia di particolari sul sito del centro (www.centroimpastato.it). La querela contro "Liberazione" appare dunque un diversivo, l'espediente che capovolge l'ordine del problema e per giunta suona come una promessa di punizione contro chi ha osato dare voce alle critiche. Del secondo articolo, un corsivo - apparso il 10 novembre del 2011 - sulla prestazione televisiva offerta nella prima puntata di "Vieni via con me", non so dirvi molto di più se non che sono assolutamente consapevole d'aver commesso l'imperdonabile crimine di lesa maestà. Ma dovrebbe esser noto che a "Liberazione" non sono graditi i monarchi, tanto più le monarchie intellettuali. Della questione Saviano ci siamo occupati a partire da quello che Alessandro Dal Lago ha definito "il dispositivo". Una funzione intellettuale che appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker che in Outsiders scrive: "Opera con un'etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri". Il dispositivo Saviano con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l'interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Una macchina da guerra mediatica messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male. Del personaggio Saviano meglio tacere. Gli preferiamo persone come Vittorio Arrigoni che non si ritenevano depositari di nulla e mettevano in gioco le proprie idee senza imboscarsi dietro potenti gruppi editoriali-finanziari.




La lettera a Einaudi di Giovanni Abbagnato,
Salvatore Cernigliaro, Simona Mafai e altri



Al Presidente
della Giulio Einaudi Editore S.p.A.


In riferimento alla giusta e motivata richiesta di rettifica da parte del Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" delle affermazioni, destituite di ogni fondamento, contenute nel libro di Roberto Saviano "La parola contro la camorra", circa la storia dell'impegno civile per arrivare al riconoscimento, anche in sede giudiziaria, della matrice mafiosa dell'assassinio di Peppino Impastato, si rappresenta quanto segue:
Si esprime viva riprovazione per le affermazioni dell'Amministratore Delegato della Giulio Einaudi Editore S.p.A., contenute nella sua nota di risposta, che dimostrano assoluta noncuranza e disinteresse rispetto alla grave mistificazione di una pagina fondamentale della storia dell'antimafia in Sicilia.
Non si tratta solo del giusto e doveroso riconoscimento dell'impegno della famiglia Impastato: Mamma Felicia, il fratello Giovanni e sua moglie Felicetta, dei compagni di Peppino e del Centro Giuseppe Impastato, ma di affermare la verità della storia della resistenza antimafia in Sicilia che dalla fine dell'800 ha contato sul proprio impegno pagando dei prezzi altissimi.
Nessuno vuole disconosce il valore dei media nella lotta alle mafie, ma emerge il rischio di una preoccupante spettacolarizzazione di tutto, compreso l'impegno antimafia, spesso non supportata da adeguato rigore nell'acquisizione delle notizie sui fatti e nell'elaborazione delle analisi, come nella vicenda in parola.
Ma ciò che più indigna è la riprovevole minaccia di ritorsioni giudiziarie nei confronti di chi - i familiari e i compagni di Peppino e i responsabili del Centro Impastato - ha osato chiedere a una Casa Editrice di verificare e rettificare alcune informazioni per ristabilire un'importante verità storica.
Si auspica che questa pagina infausta dell'editoria italiana non abbia nulla a che vedere con il prestigio di una Casa Editrice come la Einaudi e sia soltanto l'improvvida iniziativa di un Amministratore evidentemente non in grado di valutare la gravità di certe affermazioni, forse per carenza di strumenti culturali sulla materia dell'antimafia.
In questo senso, si auspica che il buon senso prevalga nelle posizioni ufficiali della Einaudi che voglia dimostrare la sensibilità sociale che ha caratterizzato il suo impegno culturale.
Sorprende, infine, che l'autore non abbia deciso di prendere pubblicamente posizione sulla vicenda con un sereno atto di riconoscimento dell'errore, che è sempre una virtù dei "grandi" e che non sminuirebbe in alcun modo il valore del suo impegno civile e culturale.

Cordiali saluti

Simona Mafai, Pino Maniaci, Antonella Monastra, Maria Luisa Martorana, Annibale Raineri, Giovanni Abbagnato, Salvatore Cernigliaro, Antonella Tagliaferri, Frank Ferlisi, Vincenza Longo, Agostino Marrella, Giovanni Nastasi, Daniela Pappalardo, Giusto Carlino, Maria Patellaro, Claudio Riolo, Riccardo Orioles, Nino Rocca.

Seguono altre firme: Maurizio Lisciandra, Maria D'Asaro, Fulvio Vassallo Paleologo, Santo Lombino, Marco Pomar, Susanna Renda, Giovanni Domenico Coco, Daniela Musumeci, Salvo Lipari, Giuseppe Sunseri, Marcella Alletti, Giada Li Calzi, Giuseppina Ficarra, Pietro Ancona, Donata Natoli, Sergio Di Vita, Giulia Centineo, Vittorio Amenta, Giovanni Russo Spena, Marco Sbandi, Salvatore Palidda, Renato Franzitta, Francesca Forno, Giorgio Colajanni, Luca Manunza, Renate Siebert, Paolo Jedlowski, Enrico Colajanni, Giovanna Maggiani Chelli, Pia Blandano, Mario Catania, Antonio Pioletti, Francesca Rizzo Nervo, Rodolfo Loffredo, Antonia Cascio, Nino Di Cara, Antonio Mazzeo, Salvo Vitale, Rossana Di Fazio, Jole Garuti, Angelo Bertucci, Monica Pendlebury, Jacopo Bertucci, Yasmin Bertucci, Giuseppe Nobile, Bruno Gabrielli, Federica Vairani, Haidi Gaggio Giuliani, Tavola della Pace-Circolo Peppino Impastato Vallebrembana, Paolo Naso, Gino Ridulfo, Vincenzo Pinello, Giovanni Caronia, Maria Calò, Caterina Pellingra, Antonio Castro, Tonino Perna, Pina Maisano Grassi, Alice Grassi, Leontine Regine, Carmelo Sardegna, Daniele Giglio, Chloè Tucciarelli, Grabiella Aloisio, Maurizio Guzzardo, Filippo Chifari, Caterina Alfano, Aldo Penna, Chiara Castagnetta, Daniele Marannano, Vittorio Greco, Anna Riina, Salvatore Benintende, Rossella Chifari, Giovanni Burgio, Luisa Montera, Beppe Zaso, Maria Di Carlo, Amelia Crisantino, Giovanni La Fiura, Matteo Guainazzi, Francesco Forgione, Marina Montuori, Lorenzo Porta, Adriana Saieva, Vittorio Mete, Rosa Laplena, Augusto Cavadi, Peter Schneider, Jane Schneider, Sergio Tanzarella, Chiara Pracchi, Enzo Mazzi, Lorenzo Picchi, Crispino Di Girolamo, Elisabetta Poma, Gabriella Bonaschi, Giovanni Massa, Cosimo Scordato, Dino Paternostro, Niccolò Mignemi, Kris Mancuso, Alfonso Di Stefano, Marco Chiandoni, Luigi Cangiano, Tommaso Impellitteri, Teresa Passarello, Manlio Schiavo, Matilde Consolo, Leandro Limoccia, Giovanni Francione, Fernando Scarlata, Vito Todeschini, Massimo Verdastro, Lia La Terra, Rosanna Montalto, Mariella Pasinati, Serena Giordano, Renata Lo Iacono, Rossella Chifari, Comitato Addiopizzo-Palermo, Maria Teresa de Sanctis, Pino Manzella, Giovanni Carbone, Nadia Furnari, Federico Oliveri, Alfio Mastropaolo, Alberto Burgio, Antonino Anastasi, Ciro Tarantino, Giuseppe Faso, Antonello Petrillo, Giuseppe Buzzetta, Gaetano Nicosia, Giuseppe Sciortino, Alessandro Dal Lago, Mayela Banagan, Mario Gianninò, Elena Manzi, Ileana Bazzano, Deborah Castelli, Roberta Boero, Raffaella Nottero, Enzo Ciconte, Rossana Messina, Enrico Guarneri, Biagio Favarò, Michela Buscemi, Tano Grasso, Paolo Ferrero, Eleonora Forenza, Gabriella Ebano, Stefano Maffioletti, Francesca Viscone, Francesco Michele Stabile, Paolo Cirelli, Salvatore Coluccello




La risposta di Umberto Santino a Einaudi


prot. 892/10; palermo, 26.11. 2010


Spett.le Giulio Einaudi spa
Via Umberto Biancamano 2
10100 Torino

All'attenzione dell'Amministratore delegato
Antonio Baravalle


Oggetto: Vostra risposta del 26.10.2010 alla lettera-diffida del Centro del 4.10.2010
(in corsivo la lettera di Einaudi)

A riscontro della Vostra del 26 ottobre 2010, osservo quanto segue:

1 Riteniamo ingiustificate, gravi e diffamatorie, anche per le modalità con le quali sono state diffuse all'opinione pubblica, le affermazioni da Voi effettuate in ordine alla non correttezza e alla lesività di quanto dall'autore e dalla nostra casa Editrice pubblicato, nonché l'accusa di "ricostruzione... quantomeno grossolana e superficiale" e le ulteriori analoghe nella Vostra missiva riportate.

Non vedo come possano essere ritenute "ingiustificate, gravi e diffamatorie" le affermazioni contenute nella nostra missiva con cui chiediamo che venga ristabilita la verità dei fatti. I fatti parlano chiaro: i processi (non il processo) contro i responsabili dell'assassinio di Peppino Impastato sono cominciati prima dell'uscita del film (lo ribadiamo: quello contro Vito Palazzolo è cominciato nel marzo del 1999, quello contro Gaetano Badalamenti nel gennaio del 2000. Il film è stato presentato a Venezia il 31 agosto ed è andato nelle sale nei mesi successivi). E la Commissione parlamentare antimafia aveva costituito il Comitato che indagava sul depistaggio delle indagini nel 1998, esattamente il 27 ottobre. Inoltre, come rilevato ampiamente nella nostra lettera, le indagini sull'assassinio si erano aperte, richiuse e riaperte varie volte, grazie all'impegno dei familiari, nei primi anni di alcuni compagni di militanza e sempre, fin dal giorno successivo al delitto, del Centro siciliano di documentazione dal 1980 intitolato a Giuseppe Impastato. Questa è la verità, incontestabile, dei fatti.
Osservo inoltre che ci siamo limitati a dare comunicazione alla stampa della nostra iniziativa e che negli interventi, interviste e altro, successivi, abbiamo semplicemente ribadito le nostre ragioni. Non vedo perciò cosa ci sia stato di "ingiustificato, grave e diffamatorio" nelle modalità di diffusione della nostra lettera.
La ricostruzione fatta dall'autore è "quanto meno grossolana e superficiale" poiché ignora la realtà dei fatti, a cominciare dal numero dei processi, e attribuisce a un film la capacità di "riaprire un processo", cosa che non solo non è avvenuta ma è inverosimile perché non si vede come un film possa da solo generare effetti dal punto di vista giudiziario e processuale.
Si fa presente inoltre che l'autore, che in ogni caso prima di scrivere avrebbe avuto il dovere di informarsi, il 26 agosto del 2009 ha partecipato alla presentazione a Cinisi del libro di Giovanni Impastato e Franco Vassia, con prefazione mia, Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato, libro in cui si dà ampiamente conto di quanto accaduto dopo l'assassinio, ha parlato del ruolo del film ed è stato informato del lavoro svolto dai familiari e in particolare dal Centro siciliano di documentazione ben prima dell'uscita del film. Di tali informazioni non ha voluto tener conto.

2. Eppure una semplice e attenta lettura del testo da Voi contestato , soprattutto, del contesto nel quale esso è inserito, rende evidente che le affermazioni dell'autore nulla tolgono al ruolo svolto dal Centro siciliano di documentazione "G. Impastato", né tanto meno si propongono l'obiettivo di una ricostruzione storica del delitto Impastato e delle vicende processuali successive.

In realtà il Centro è totalmente ignorato (tranne che si voglia alludere al Centro con l'accenno ai "pochi amici"). Ebbene, non ero "amico" di Peppino Impastato, non solo per la notevole differenza di età (sono nato nel 1939, Peppino nel 1948), ma anche perché militavamo in formazioni politiche diverse, e ci conoscevamo solo di vista. Il Centro, fondato da me e da Anna Puglisi nel 1977, gli è stato dedicato perché abbiamo ritenuto Peppino Impastato un caso unico nella storia delle lotte alla mafia per la sua provenienza da una famiglia mafiosa.
Il testo non è una "ricostruzione storica" ma in sintesi lo è, con affermazioni che dimostrano l'assoluta disinformazione dell'autore, anzi, più precisamente la sua volontà di non tenere conto delle informazioni contenute nel libro Resistere a Mafiopoli, che era venuto a presentare, e delle altre fornite nel corso dell'incontro a cui ho già accennato. Per la semplice ragione che se avesse tenuto conto di esse sarebbe caduta la tesi sostenuta nel suo libro, e cioè che la parola, questa volta sotto forma di un film, ha avuto l'effetto di "riaprire" il processo e recuperare la memoria.

3. L'obiettivo del testo "La parola contro la camorra" dal quale sono state estrapolate le frasi ritenute in maniera apodittica lesive dell'identità del vostro cliente, è evidentemente quello di sottolineare il ruolo rilevante che può avere un film e, in generale, ogni forma di media, rispetto al compito di riportare alla memoria dell'opinione pubblica episodi di cronaca di primo piano.

Ripeto: il film non ha avuto nessun effetto sul piano giudiziario e processuale. Il film ha certamente fatto conoscere la figura di Peppino Impastato a un pubblico molto più ampio di quello che siamo riusciti a raggiungere con il nostro lavoro, svolto con mezzi limitati (il Centro è stato e continua ad essere totalmente autofinanziato, poiché contesta le pratiche clientelari con cui vengono erogati i fondi pubblici).
E non siamo per niente d'accordo nel classificare quanto è accaduto tra i gli "episodi di cronaca di primo piano", alla stregua di fatti di cronaca nera. L'assassinio mafioso di uno dei più significativi militanti del movimento antimafia, che rappresenta un caso unico per la sua provenienza da famiglia mafiosa e per avere cominciato la sua lotta a partire dal contrasto con il padre e la parentela, la rottura della madre e del fratello con la parentela mafiosa, il depistaggio operato da esponenti di primo piano della magistratura e delle forze dell'ordine, l'attività incessante dei familiari e del Centro, fino al risultato pienamente positivo sul piano giudiziario, con la condanna dei mandanti, e politico-culturale, con la relazione sul depistaggio della Commissione parlamentare antimafia, un fatto unico nella storia della Repubblica, non registratosi neppure per le stragi che hanno insanguinato l'Italia, da Portella della Ginestra a piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna: questi fatti sono capitoli di una Storia d'Italia non un "episodio" di cronaca.
E c'è da far notare che anche il film non sarebbe "nato" se non ci fosse stato un impegno quotidiano dei familiari e del Centro per salvare la memoria di Peppino Impastato, con molteplici attività, a cominciare dalla manifestazione nazionale contro la mafia del 9 maggio 1979, nel primo anniversario dell'assassinio, la prima della storia d'Italia, organizzata quando di mafia non parlava più nessuno e veniva generalmente considerata un fatto meramente locale e in via di estinzione.

4. In conclusione le affermazioni dell'autore Saviano non sono in alcun contrasto con la verità storica, ma stanno a testimoniare, a partire dall'indubbio successo del film "I cento passi" e dell'attenzione che ha destato a livello nazionale, l'importanza di tutti i media nel ricordo delle vittime di mafia, tema del resto dell'intero DVD e del libro contestato.

Il contrasto è evidente perché la verità storica è quella che abbiamo rappresentato, con ampia documentazione, dalla ricostruzione delle vicende giudiziarie al lavoro svolto dalla Commissione parlamentare, precedentemente e indipendentemente dal film. Il libro e il video da cui sono tratti i testi pubblicati nel volume, ignorano completamente tale realtà storica, anzi la stravolgono, attribuendo al film un ruolo che non ha avuto nella maniera più assoluta. Ribadiamo: il film non ha avuto nessunissimo ruolo per quanto riguarda la verità giudiziaria e processuale e la relazione della Commissione antimafia. Non c'è dubbio che i media siano importanti per ricordare le vittime della mafia ma qui si parla della verità storica che nel libro viene ignorata e stravolta.

5 Appare peraltro singolare che l'accusa provenga in assunta difesa della dignità e dell'immagine di persone (peraltro, a meno che non facenti parte del Centro da Voi rappresentato, non firmatarie della comunicazione e che, anzi, hanno manifestato la propria vicinanza all'Autore anche in occasioni pubbliche), quali amici e familiari, che, oltre tutto, sono state espressamente richiamate nel medesimo testo, come da Lei stesso riconosciuto.

Si fa notare che Giovanni Impastato, fratello di Peppino, aveva già firmato la lettera inviata al quotidiano "la Repubblica" il 25 marzo 2010, e pubblicata con un vistoso taglio il 3 aprile (il ritardo nella pubblicazione è stato motivato dal redattore del giornale con il fatto che avevano chiesto a Saviano se voleva replicare, ma lo scrittore non ha replicato). Inoltre lo stesso Giovanni Impastato in data 8 novembre vi ha inviato una lettera, firmata anche dalla moglie, Felicia Vitale, in cui dichiara di condividere pienamente quanto scritto nella nostra missiva. Sia Giovanni Impastato che la moglie fanno parte del Centro, fin dal 1980, data della sua costituzione formale e dell'intitolazione a Giuseppe Impastato,
La manifestazione di vicinanza a Saviano non significa rinuncia all'affermazione della verità storica. Anche il Centro ha espresso solidarietà all'autore per le minacce ricevute e per le condizioni in cui è costretto a vivere, ma questo non preclude la richiesta che venga ripristinata la verità storica, oscurata, anzi cancellata, dalle affermazioni contenute nel libro e nel DVD.

6. Per tali motivi motivi, non riteniamo dovuta alcuna rettifica né, tantomeno, il ritiro dell'Opera dal commercio, e sin d'ora Vi precisiamo che ulteriori iniziative diffamatorie nei confronti della nostra casa Editrice saranno perseguite nei termini di legge con Vostro aggravio di spese e di oneri.

Ribadiamo: la rettifica è dovuta perché le affermazioni contenute nel libro non sono veritiere e la richiesta che venga ripristinata la verità storica non ha in nessun modo contenuto diffamatorio. Pertanto continueremo a difendere le nostre ragioni con tutti i mezzi che riterremo opportuni per salvaguardare l'identità e la storia del Centro.


Umberto Santino
Presidente del Centro Impastato



La lettera di Giovanni Impastato e del Centro a Fazio e Ruffini


prot. 846/10 palermo, 22.11. 2010

Paolo Ruffini
Fabio Fazio
Loro sedi

Oggetto: Richiesta partecipazione Giovanni Impastato alle trasmissioni di Fabio Fazio.


Gentili Paolo Ruffini e Fabio Fazio,

certamente saprete della richiesta di rettifica fatta da chi scrive come presidente del Centro Impastato e da Giovanni Impastato all'Editore Einaudi in merito alle affermazioni contenute nel libro di Saviano, La parola contro la camorra, secondo cui il film "I cento passi" ha fatto riaprire "il processo" contro gli assassini di Peppino Impastato. In realtà i due processi contro i mandanti dell'assassinio sono cominciati prima dell'uscita del film e l'inchiesta è stata aperta, richiusa e riaperta varie volte grazie all'impegno incessante dei familiari, di alcuni compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione, dal 1980 intitolato a Giuseppe Impastato. La richiesta di rettifica finora non è stata accolta e anzi l'editore ha minacciato ritorsioni per diffamazione, come se fosse diffamazione chiedere che venga detta la verità.

Poiché ora al ministro Maroni è stato concesso di partecipare alla trasmissione "Vieni via con me" per leggere l'elenco di quanto avrebbe fatto il governo per la lotta alla mafia (successi che sono frutto dell'impegno di forze dell'ordine, lasciate con pochi mezzi, e di magistrati attaccati se indagano su Berlusconi o condannano Dell'Utri), chiediamo che Giovanni Impastato venga invitato o all'ultima puntata di "Vieni via con me", per leggere l'elenco di tutte le iniziative prese già all'indomani dell'assassinio di Peppino e continuate per 24 anni dai familiari, dai compagni e dal Centro siciliano di documentazione di Palermo, o, in alternativa, a una trasmissione di "Che tempo che fa", per presentare il suo libro Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato, edito da Stampa Alternativa.

Vogliamo farvi presente che questa nostra richiesta verrà resa nota ai media, perché riteniamo che Peppino Impastato e la corretta informazione su quanto abbiamo fatto per avere giustizia del suo assassinio, meritino un'attenzione almeno pari a quella spesa per le polemiche in seguito alle recenti trasmissioni.

Firma con me la lettera Giovanni Impastato.

Fiduciosi in una cortese attenzione, inviamo distinti saluti.


Umberto Santino
Presidente del Centro Impastato

Giovanni Impastato




La lettera di Giovanni Impastato e della moglie Felicia


Cinisi, 8 novembre 2010


Spett.le
Giulio Einaudi spa
Sede legale
via Umberto Biancamano 2
10100 Torino

All'attenzione
dell'Amministratore delegato
Antonio Baravalle

e per conoscenza
a Roberto Saviano


Oggetto: Vostra risposta del 26.10.2010 alla lettera di diffida del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo del 4.10.2010


Io sottoscritto Giovanni Impastato dichiaro quanto segue:

E' vero, come da Voi scritto, che "anche in occasioni pubbliche, ho mostrato la mia vicinanza all'Autore" del libro in questione.
Voglio però precisare che l'amicizia per una persona non pregiudica la richiesta che venga ristabilita la verità dei fatti, richiesta che non mi risulta abbia avuto, come da Voi affermato, "intenti diffamatori".
Non vedo come possano essere considerate "ingiustificate, gravi e diffamatorie" le affermazioni contenute nella lettera del 26 ottobre 2010, secondo cui due pagine di un libro a larghissima diffusione e destinato ad avere diverse ristampe cancellano di fatto 24 anni (tanti decorrono dalla morte di mio fratello alle condanne dei mandanti del suo assassinio) di impegno di mia madre, mio e di mia moglie, del Centro (di cui, tengo a dirlo, facciamo anche noi parte) e dei compagni rimasti, per avere giustizia per Peppino. A tali considerazioni, ampiamente motivate, non poteva non seguire la richiesta di una rettifica.


A tal proposito affermo che:

1. Non risponde a verità il fatto che "la memoria di Impastato" fosse "conservata solo da pochi amici, dal fratello e dalla mamma".
Comincio con il sottolineare che il Centro siciliano di documentazione (che era stato fondato nel 1977) non era formato da amici di Impastato e non è stato, nell'80, a lui dedicato per amicizia ma perché mio fratello è stato riconosciuto come una figura unica nella lunga storia delle lotte alla mafia, avendo iniziato con la rottura con la nostra famiglia mafiosa.
Noi come famiglia, i compagni di Peppino rimasti e il Centro Impastato, non ci siamo limitati a conservarne la memoria, ma, come già scritto nella diffida, fin dal primo giorno dopo il funerale ci siamo attivati per denunciare il depistaggio e dare alla magistratura tutte le notizie sull' attività di Peppino che indicavano chiaramente la matrice mafiosa dell'assassinio. In particolare l'11 maggio 1978 il Centro siciliano di documentazione presentò un esposto alla Procura e il 16 maggio mia madre, Felicia Bartolotta Impastato, chiese la costituzione di parte civile, atto allora possibile già in fase di istruttoria. Una scelta che prima era stata fatta soltanto da Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale ucciso nel 1955.
In seguito noi familiari e il Centro abbiamo organizzato, assieme ad alcuni compagni di militanza, ogni anno numerose iniziative nel nome di Peppino (a cominciare dalla manifestazione nazionale contro la mafia del 9 maggio 1979 a Cinisi, la prima della storia d'Italia).

E ogni volta che è stata chiusa l'inchiesta abbiamo cercato di dare alla magistratura altri elementi per farla riaprire: nel 1984, in seguito all'ordinanza-sentenza del maggio dello stesso anno, predisposta dal consigliere Chinnici, assassinato il 29 luglio 1983, e completata dal suo successore Antonino Caponnetto, in cui si affermava la matrice mafiosa del delitto attribuendolo a ignoti, abbiamo presentato il dossier Notissimi Ignoti (redatto da mia moglie Felicia Vitale, che firma con me questa lettera, e da Salvo Vitale e pubblicato dal Centro) e il libro La mafia in casa mia, con la storia di vita di mia madre, che ha fatto riaprire ancora una volta le indagini. In seguito all'archiviazione disposta dal sostituto procuratore De Francisci (febbraio 1992) abbiamo ribadito la responsabilità di Badalamenti e nel 1994 abbiamo chiesto che venisse ascoltato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, della famiglia mafiosa di Badalamenti.
La richiesta è stata accolta e nel febbraio del 1996 le indagini sono state riaperte. Si arriva così alla richiesta di rinvio a giudizio di Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo e ai processi con le condanne di entrambi come mandanti dell'omicidio. Torno a sottolineare le date: quello con rito abbreviato contro Vito Palazzolo, è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent'anni di reclusione; l'altro, quello contro Gaetano Badalamenti, in rito ordinario e in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell'aprile del 2002 con la condanna all'ergastolo. Il film è stato presentato a Venezia nel settembre del 2000 e nelle sale è uscito qualche mese dopo.

2. Pertanto non risponde a verità l'affermazione contenuta a pagina 7 del libro La parola contro la camorra, secondo cui "dopo più di venti anni, nasce un film, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato […] ma arriva a far riaprire un processo […] Un film riapre un processo", perché, come già ampiamente dimostrato, date alla mano, i processi (due, non uno) contro i responsabili dell'omicidio erano aperti già da tempo e la Commissione parlamentare antimafia aveva costituito il Comitato Impastato, per indagare sul depistaggio delle indagini, già nel 1998. Le affermazioni del libro non sono veritiere e oscurano il nostro impegno, in primo luogo quello di mia madre, e poi il mio, di mia moglie e del Centro (in particolare nelle persone del suo presidente Umberto Santino e di Anna Puglisi).

3. Mi è chiaro che l'obbiettivo del testo fosse (come da Voi scritto nella lettera del 4 ottobre 2010) quello di "sottolineare il ruolo rilevante che può avere un film e, in generale ogni forma di media, rispetto al compito di riportare alla memoria dell'opinione pubblica episodi di cronaca di primo piano".
Voglio, però, in primo luogo farVi presente, che la vicenda di mio fratello non è un episodio di cronaca, ma un fatto gravissimo che colpisce una delle figure più significative della lotta alla mafia negli ultimi decenni.
Non posso che ribadirlo ancora una volta, l'affermazione "un film arriva a far riaprire un processo", non risponde a verità. In ogni caso si tratta di un esempio sbagliato.
Quindi, al contrario di quanto si legge nella Vostra lettera, le affermazioni di Saviano sono in contrasto con la verità storica.
Il film ha avuto certamente un ruolo importante nel fare conoscere la figura di mio fratello, più di quanto abbiamo potuto fare noi e il Centro Impastato, per la limitatezza delle nostre risorse, ma non ha avuto nessuna influenza dal punto di vista giudiziario.
E voglio sottolineare che il film non è nato per caso e non ci sarebbe stato senza il nostro impegno incessante.

4. Voglio infine far presente che, durante un dibattito, con la partecipazione di Roberto Saviano, tenutosi nell'agosto 2009, a Villagrazia di Carini presso la mia pizzeria, in occasione della presentazione del mio libro, con Franco Vassia, Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato, con la prefazione di Umberto Santino, in cui vengono ricostruite tutte le vicende riguardanti mio fratello, comprese quelle giudiziarie, il giornalista Francesco La Licata aveva sottolineato il ruolo dei familiari e del Centro Impastato per l'accertamento della verità. Purtroppo non abbiamo potuto registrare tale iniziativa (come invece è sempre successo qualunque siano stati i relatori) perché c'è stato detto che c'era l'esclusiva di una rete televisiva.
Malgrado sia stato informato, Saviano ha ritenuto di pubblicare il libro ancora con quelle affermazioni. Dopo il lancio su Repubblica il 25 marzo 2010, è stata inviata al giornale dal presidente del Centro, e firmata anche da me, una lettera di precisazioni, pubblicata soltanto dopo nostra insistenza e malamente tagliata, il 3 aprile.

Faccio mia, pertanto, la richiesta di rettifica di quanto riportato nel libro in questione.

Distinti saluti

Giovanni Impastato

Firma con me la richiesta mia moglie Felicia Vitale.


Giovanni Impastato, corso Umberto 220, 90045 Cinisi (Palermo)



La risposta dell'Editore Einaudi alla lettera di diffida


Torino, 26 ottobre 2010
Egregi
Dottor Umberto Santino
Presidente del Centro siciliano di documentazione "G. Impastato''
Avvocato Pietro Spalla
Avvocato Antonina Palazzotto
Piazza Papa Giovanni Paolo II n. 28
90146 Palermo

Raccomandata A.R.
Anticipata via fax al n 091/61.95.239

Oggetto. Vostra diffida del 4.10.2010

Riscontriamo Vostra per precisare quanto segue.
Riteniamo ingiustificate, gravi e diffamatorie, anche per le modalità con le quali sono state diffuse all'opinione pubblica, le affermazioni da Voi effettuate in ordine alla non correttezza e alla lesività di quanto dall'Autore e dalla nostra casa Editrice pubblicato, nonché l'accusa di "ricostruzione ...quantomeno grossolana e superficiale" e le ulteriori analoghe nella Vostra missiva riportate.
Eppure, una semplice e attenta lettura del testo da Voi contestato e, soprattutto, del contesto nel quale esso è inserito, rende evidente che le affermazioni dell'autore nulla tolgono al ruolo svolto dal Centro siciliano di documentazione "G. Impastato", né tanto meno si propongono l'obiettivo di una ricostruzione storica del delitto Impastato e delle vicende processuali successive.
L'obiettivo del testo "La parola contro la camorra" dal quale sono state estrapolate le frasi ritenute in maniera apodittica lesive dell'identità del vostro cliente, è evidentemente quello di sottolineare il ruolo rilevante che può avere un film e, in generale, ogni forma di media, rispetto al compito di riportare alla memoria dell'opinione pubblica episodi di cronaca di primo piano.
In conclusione, le affermazioni dell'autore Saviano non sono in alcun contrasto con la verità storica, ma stanno a testimoniare, a partire dall'indubbio successo del film "I cento passi" e dell'attenzione che ha destato a livello nazionale, l'importanza di tutti i media nel ricordo delle vittime di mafia, tema del resto dell'intero DVD e del libro contestato.
Appare peraltro singolare che l'accusa provenga in assunta difesa della dignità e dell'immagine di persone (peraltro, a meno che non facenti parte del Centro da Voi rappresentato, non firmatarie della comunicazione e che, anzi, hanno manifestato la propria vicinanza all'Autore anche in occasioni pubbliche), quali amici e familiari, che, oltre tutto, sono state espressamente richiamate nel medesimo testo, come da Lei stesso riconosciuto.
Per tali motivi, non riteniamo dovuta alcuna rettifica né, tantomeno, il ritiro dell'Opera dal commercio e sin da ora Vi precisiamo che ulteriori iniziative diffamatorie nei confronti della nostra casa Editrice saranno perseguite nei termini di legge con Vostro aggravio di oneri e spese.

Distinti saluti.
Giulio Einaudi Editore S.p.a.
L'Amministratore delegato
(Antonio Baravalle)



Diffida e atto di messa in mora.
Rettifica libro La parola contro la camorra di Roberto Saviano



Palermo, lì 04.10.2010

Spett. le
Giulio Einaudi Editore S.p.A.
Sede legale
Via Umberto Biancamano n° 2
10100 Torino

Oggetto: diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro La parola contro la camorra di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi.

Ho ricevuto incarico dal dott. Umberto Santino, Presidente e legale rapp.te del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo - che unitamente a me sottoscrive la presente - per rappresentarVi che il libro in oggetto contiene affermazioni contrarie alla verità storica che ledono l'identità e l'immagine del suddetto Centro di ricerca e di studi, oltre che dei familiari di Giuseppe Impastato (la madre Felicia Bartolotta deceduta nel dicembre 2004, il fratello Giovanni e la cognata Felicia Vitale), assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio 1978 dalla mafia con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia nel territorio di Cinisi (PA) nel corso della campagna elettorale.

E, infatti, nel libro da Voi pubblicato La parola contro la camorra, l'autore Roberto Saviano, alle pagine 6-7 con riferimento all'assassinio di Impastato, ignorando del tutto il ruolo del Centro siciliano di documentazione "G. Impastato" nella ricostruzione della verità su tale delitto, le complesse e lunghe vicende che hanno condotto ai due processi di condanna dei mandanti dell'omicidio di Impastato, nonché il lavoro della Commissione parlamentare Antimafia, scrive: "Quando Impastato fu ucciso, l'opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell'ordine. Poi dopo più di vent'anni, nasce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato - ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello e dalla mamma - ma addirittura la rende a tutti, come un dono. Un dono alla stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all'epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista".

Ma, da un semplice esame cronologico dei seguenti fatti emerge:

A) il film "I cento passi" è stato presentato al Festival di Venezia il 31 agosto 2000 ed è uscito nelle sale solo nei mesi successivi;
B) Già nel 1998 la Commissione Parlamentare Antimafia ha costituito un Comitato sul "Caso Impastato" e ha redatto una relazione che è stata approvata nel dicembre del 2000;
C) le indagini (e non già il processo) sono state riaperte molto prima del film: il primo processo, quello con rito abbreviato contro Vito Palazzolo, è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent'anni di reclusione; l'altro, quello contro Gaetano Badalamenti, in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell'aprile del 2002 con la condanna all'ergastolo.

È, quindi, di tutta evidenza ed emerge dalla constatazione cronologica dei suddetti avvenimenti che la ricostruzione dei fatti operata dal Saviano è, quantomeno, grossolana e superficiale e disconosce ingiustamente l'attività e il ruolo culturale svolto dal Centro siciliano di documentazione "G. Impastato" che, all'indomani del delitto, ha supportato i familiari e i compagni della vittima e, con insistente impegno, ha contribuito alla riapertura delle indagini e alla ricostruzione storica del delitto e della sua matrice.

A riprova di ciò si dà una breve ricostruzione delle attività del Centro. Subito dopo il delitto, l'11 maggio 1978, il Centro con altri ha presentato un esposto alla Procura sostenendo che Impastato era stato ucciso dalla mafia e la mattina dello stesso giorno il dott. Umberto Santino, fondatore del Centro, ha organizzato un'assemblea presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Palermo e nel pomeriggio a Cinisi ha tenuto il comizio di chiusura della campagna elettorale, che doveva tenere Impastato, indicando il capomafia Gaetano Badalamenti come mandante dell'assassinio.
Nel luglio del 1978 il Centro, attraverso il Comitato di controinformazione "Peppino Impastato", costituitosi presso il Centro, ha pubblicato il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, ricostruendo l'attività culturale e politica di Impastato e ha sostenuto i familiari costituitisi parte civile nel novembre dello stesso anno. Il 6 novembre il sostituto procuratore Domenico Signorino trasmette gli atti all'Ufficio Istruzione per aprire un procedimento per omicidio premeditato ad opera di ignoti.
Nel gennaio del 1979 il Centro ha sollecitato il partito Democrazia proletaria a costituirsi parte civile e successivamente ha presentato, assieme ai redattori di Radio Aut, la radio fondata da Impastato, un promemoria sull'andamento delle indagini, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, e un esposto, in seguito al quale il consigliere istruttore Rocco Chinnici ha chiesto il sequestro delle pratiche del Comune di cui Impastato si era occupato. Nel maggio dello stesso anno, nel primo anniversario dell'assassinio di Impastato, ha organizzato a Cinisi una manifestazione nazionale contro la mafia, la prima della storia d'Italia.
Negli anni successivi il Centro ha organizzato, assieme ai familiari e alcuni compagni di militanza, le iniziative per ricordare Impastato e in seguito all'ordinanza-sentenza del maggio 1984, predisposta dal consigliere Chinnici, assassinato il 29 luglio 1983, e completata dal suo successore Antonino Caponnetto, in cui si affermava la matrice mafiosa del delitto attribuendolo a ignoti, ha pubblicato il dossier Notissimi Ignoti e il libro La mafia in casa mia, con la storia di vita della madre di Impastato, che ha fatto riaprire ancora una volta le indagini. In seguito all'archiviazione disposta dal sostituto procuratore De Francisci (febbraio 1992) il Centro ha ribadito la responsabilità di Badalamenti e nel 1994 ha chiesto che venisse ascoltato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, della famiglia mafiosa di Badalamenti.
La richiesta del Centro è stata accolta e nel febbraio del 1996 le indagini si sono riaperte. Si arriva così alla richiesta di rinvio a giudizio di Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo e ai processi con le condanne di entrambi come mandanti dell'omicidio.

Le affermazioni del Saviano, proprio perché contenute in un libro a larga diffusione, sono mortificanti e offensive per chi, come il predetto Centro siciliano di documentazione - totalmente autofinanziato e quindi senza mezzi pubblici né mediatici - ha dedicato tutta la vita alla lotta alla mafia e alla ricerca della verità sul delitto Impastato.

Quelle contenute nel libro in contestazione sono una falsa rappresentazione dei fatti che per onore della verità sono andati molto diversamente da quanto sostenuto dal Saviano.

Ed infatti: 1) Ignora la storia il Saviano quando dice: "... Poi dopo più di vent'anni, nasce un film, I cento passi... Dimentica l'autore (consapevolmente?) più di vent'anni di lavoro del dott. Umberto Santino e del Centro di ricerca da lui diretto: le lotte, le manifestazioni all'indomani dell'assassinio nonché quelle annuali (ma non solo) organizzate per gli anniversari dell'assassinio dal Centro Impastato e dai familiari, i lavori di ricostruzione del delitto e le pubblicazioni del Centro Impastato; senza considerare che l'autore ha ignorato il lavoro della Commissione Parlamentare Antimafia (stimolato peraltro dal predetto Centro di ricerca), il lavoro dei magistrati e degli avvocati dei familiari. Nessun film ha "riaperto" il processo. Senza il lavoro continuo e costante del Centro di ricerca diretto dal dott. Umberto Santino, con il prezioso e instancabile contributo quotidiano della dott.ssa Anna Puglisi, e dei familiari di Giuseppe Impastato, le indagini non si sarebbero riaperte.
2) La stessa imprecisione terminologica usata nel testo rivela la leggerezza con cui vengono rappresentati i fatti in questione: i processi non si riaprono, semmai si riaprono le indagini! E nella fattispecie, grazie al lavoro del Centro siciliano di documentazione (dei familiari assistiti dagli avvocati e, ovviamente, del pubblico ministero), sono state riaperte (molto prima del film in questione!) le indagini (e non già un processo!) che hanno condotto a due processi (e non uno come invece sostenuto nel libro). Si ripete: il processo con rito abbreviato contro Vito Palazzolo è cominciato nel 1999 e si è concluso nel marzo 2001 con la condanna a trent'anni del Palazzolo; quello contro Gaetano Badalamenti si è aperto in videoconferenza a gennaio 2000 e si è concluso nell'aprile del 2002 con la condanna all'ergastolo dell'imputato. Il film, invece, è uscito nelle sale cinematografiche solo negli ultimi mesi del 2000!
3) L'autore ignora anche il lavoro svolto dalla Commissione parlamentare antimafia. Nell'ottobre 1998, infatti, su richiesta dei commissari di Rifondazione Comunista, la suindicata Commissione ha costituito un Comitato di lavoro sul "Caso Impastato" e, con la collaborazione del Centro siciliano di documentazione "G. Impastato", dei familiari e dei compagni ha redatto, dopo due anni di intenso lavoro ed audizioni, una relazione che è stata approvata nel dicembre 2000. Relazione che il Centro siciliano di documentazione "G. Impastato" ha fatto pubblicare nel libro Peppino Impastato. Anatomia di un depistaggio (Editori Riuniti Roma 2001, 2006).

È di tutta evidenza che l'autore rappresenta in modo falso e con estrema superficialità i fatti, mitizzando il film.
4) "... Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista": chi studia con serietà i fatti come sopra rappresentati, anche attraverso le pubblicazioni del Centro di documentazione e gli atti dei due processi ai mandanti, sa che la dignità di Giuseppe Impastato è stata salvaguardata proprio dal Centro di documentazione e dal Suo presidente, dott. Umberto Santino, che unitamente ai compagni e ai familiari, già all'indomani del delitto ha affermato ad alta voce e pubblicamente la matrice mafiosa del delitto voluto e organizzato dalla mafia di Cinisi a causa dell'attività politico-culturale svolta da Giuseppe Impastato in quel territorio.

È palese, a questo punto, la violazione del principio della verità storica che grava su chi fa o assume di fare informazione e pubblica notizie. Senza considerare che un testo come quello in questione è destinato a circolare in numerosissime copie e a divulgare una falsa rappresentazione dei fatti.

Non solo, ma il libro viola l'identità personale e l'immagine del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" quale soggetto che, sin dal 1977, è impegnato a lottare la mafia sul territorio e che ha avuto un ruolo essenziale nella ricostruzione dei fatti relativi all'omicidio dell'Impastato, tant'è che ne porta dal 1980 il nome!

Si invita e diffida, pertanto, l'editore a rettificare quanto contenuto nelle pagine 6 e 7 del libro in questione, a ritirare dal commercio l'edizione in corso di distribuzione e a rettificare le edizioni successive tenendo conto delle sopra riportate notizie.

In mancanza, sarò costretto ad agire in giudizio per la tutela delle ragioni tutte - anche risarcitorie - del mio cliente, con conseguente aggravio a Vostro carico anche per spese legali, interessi e risarcimento danni come per legge.

Distinti saluti

dott. Umberto Santino
(n.q. Presidente del Centro siciliano di
documentazione "G. Impastato")

(Avv. Pietro Spalla)

(Avv. Antonina Palazzotto)





Mineo, residence o campo di deportazione?

Sul "villaggio dell'accoglienza" il Presidente della Regione Lombardo si scontra con Maroni e si chiede se dovrà armarsi di un mitra


Adesso il ministro Maroni parla del rischio di "diecimila arrivi a settimana" e prospetta una nuova emergenza, ripescando il consueto repertorio dalle informazioni raccolte dai servizi che darebbero per certa la r icostituzione in Tunisia delle stesse reti criminali che in passato utilizzavano la Libia per fare arrivare migranti a Lampedusa. Un modesto sforzo di informazione gli permetterebbe forse di usare toni meno allarmistici, come chiede da settimane l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Basterebbe parlare con i pochi volontari italiani che sono stati in queste settimane sulle coste tunisine, per evitare di allarmare l'opinione pubblica, ma creare allarmismi è proprio il gioco elettorale, perseguito da anni della Lega, come ha candidamente ammesso Bossi, quando ha detto che il suo partito, da questa nuova emergenza immigrazione, ci guadagna certamente. Mentre i tunisini hanno accolto in pochi giorni, con i loro mezzi, 150.000 persone in fuga dalla Libia, l'Italia di Maroni, Frattini e Berlusconi ha dichiarato lo stato di emergenza di fronte all'arrivo di seimila migranti in due mesi, quasi tutti tunisini, per il trenta per cento richiedenti protezione internazionale, ed adesso sta distruggendo quel poco che rimaneva del sistema nazionale di accoglienza, i CARA, centri per richiedenti asilo, con l'intenzione evidente di trasformare queste strutture in centri chiusi, da affiancare ai CIE, concentrando i richiedenti asilo in due o tre megastrutture come Crotone, Bari o fra breve tempo, Mineo in provincia di Catania. Ma questa volta a spararla più grossa è il Presidente della Regione Sicilia Lombardo che, nella veemenza di opporsi a Maroni sulla ipotesi sempre più concreta di un megacentro di accoglienza a Mineo (a porte chiuse o aperte non è dato comprendere, ma in regime di protezione civile è tutto possibile), non manca di raggiungere toni parossistici che una informazione compiacente amplifica a tutto vantaggio delle componenti più becere e xenofobe della popolazione.
Apprendiamo così con vera costernazione, pensando che Lombardo presiede in Sicilia una giunta sostenuta anche dal Partito democratico, che il Presidente della Regione, che si oppone alla creazione del centro di Mineo, afferma che " da quelle parti ho una campagna di proprietà di mio padre per la verità", e si chiede "se non devo stare con il mitra in mano, ma mitra non ne ho", perchè " con la scusa degli sbarchi si stanno portando da dieci centri diversi 2000 persone richiedenti asilo". Secondo Lombardo " sono afghani piuttosto che iracheni, palestinesi che si sentiranno magari perseguitati dagli ebrei, qualcuno magari appartenente ad Hamas, che saranno liberi di circolare nelle nostre campagne". "Mi auguro- continua Lombardo- " che il governo segua momento per momento queste 2000 persone, credo che sia impossibile, e che tuteli la nostra agricoltura". Forse il Presidente Lombardo, prima di esprimere queste posizioni, avrebbe fatto bene a farsi documentare da uno dei suoi consulenti in materia di immigrazione, gente certo assai qualificata, come dimostra il "successo" dei numerosi progetti di accoglienza ed integrazione fin qui portati avanti in Sicilia solo sulla carta. E la Sicilia rimane l'unica regione italiana priva di una vera legge regionale organica sull'immigrazione. Tanto alla fine i soldi vanno a finire sempre al posto giusto, secondo le indicazioni dell'assessore di turno.
Maroni ha rassicurato i sindaci della zona, guarda caso meno quelli dei comuni più direttamente interessati, come Mineo, con l'ennesimo "Patto per la sicurezza", quindi con il luccichio di qualche milione di euro, e con la promessa della installazione delle videocamere di sorveglianza, come si è fatto nelle città del nord governate dalla Lega. Una strategia che non convince neppure Lombardo, così come è facile prevedere che tutti coloro che saranno deportati a Mineo, dopo essersi integrati in altre città, cercheranno alla prima occasione di fuggire. E forse questo è il vero scopo di tutta l'operazione imbastita dal governo, per scaricare sulle regioni più deboli il peso dell'assistenza ai richiedenti asilo o ai titolari di protezione internazionale già accolti in altre regioni, anche a costo di disperderli del tutto o di costringerli a quelle aberranti condizioni di vita che abbiamo constatato nelle campagne di Rosarno o a Castelvolturno, in Sicilia ed in Puglia, così come nelle fabbriche abbandonate di alcune regioni settentrionali e da ultimo nella ex Ambasciata somala a Roma.
Questa volta però il linguaggio colorito del Presidente Lombardo, che certamente non sta pensando ad acquistare un mitra, cosa che peraltro non sarebbe troppo difficile nella sua città natale, Catania, e nelle zone limitrofe, ancora oggi dominate da gruppi mafiosi che si contendono il potere a colpi di mitra, come Lombardo dovrebbe ben sapere, ha forse superato il limite della decenza. La vicenda di Mineo è già abbastanza torbida, per gli intrecci tra interessi privati e finalità pubbliche, per inquinarla con queste battute ad effetto che possono avere come unico risultato un ulteriore aumento dell'avversione della popolazione locale nei confronti degli immigrati in generale, e in particolare di coloro che sono in fuga dal proprio paese, persone che in qualunque parte del mondo verrebbero accolte con spirito di solidarietà, e con un piano organico di interventi di assistenza, come impongono anche le Convenzioni internazionali e le Direttive comunitarie che sono vincolanti anche in Italia, ed in Sicilia, se qualcuno lo dimentica. Come ha ricordato l'ASGI, in un suo recente documento, la decisione del Ministero dell'interno di trasferire a Mineo 2000 richiedenti asilo, già presenti in altri centri di accoglienza in Italia, stravolge il sistema nazionale per l'accoglienza e si pone in contrasto con le Direttive comunitarie e con le norme di attuazione che ne sono derivate, soprattutto per quanto riguarda la competenza delle commissioni territoriali e la tutela di coloro che hanno presentato o vorranno presentare ricorso contro una decisione negativa.
Di fronte ad un prevedibile aumento del numero di persone in fuga dai paesi del Nord-Africa, con il rischio di vere emergenze che potrebbero ancora verificarsi, soprattutto se Gheddafi, fino a ieri amico di Berlusconi, dovesse utilizzare i migranti per ulteriori ricatti nei confronti dell'Italia e dell'Europa, occorre che l'Italia si doti di un sistema nazionale di accoglienza che raddoppi almeno l'attuale capacità recettiva, con strutture medio-piccole, distribuite su tutto il territorio nazionale, con progetti di integrazione e di mobilità successiva, che non creino situazioni congestionate che si potrebbero facilmente tradurre in autentici ghetti. Solo a queste condizioni potranno trovare risposta gli appelli alla solidarietà europea che vengono regolarmente rispediti al mittente proprio perché l'Italia è del tutto inadempiente sul terreno dell'accoglienza ai richiedenti protezione internazionale. Ma dubitiamo che gli attuali governanti, come oggi dimostrano le scelte e le "sparate" di Maroni e Lombardo, riescano ad occuparsi di immigrazione senza considerare esclusivamente il vantaggio della propria parte politica, favorendo populismo e xenofobia che finiranno per distruggere, oltre alle prospettive di futuro dei migranti, quel poco che rimane della coesione sociale di un paese.
Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo




Le mafie... a casa nostra.
Verso il Forum sociale antimafia del Nord



Giovedì 23 settembre ore 20.30
cinema Alba Blob House (Bergamo) - ingresso € 5
serata spettacolo con:
OTTOCENTO
omaggio a Fabrizio De Andrè
TRISTE COLORE ROSA
indie rock
durante la serata lettura poesie di e su
PEPPINO IMPASTATO
a cura degli attori
Barbara Covelli e Antonio Russo.

Venerdì 24 settembre ore 20.30
cinema Alba Blob House (Bergamo) - ingresso libero
convegno:
PEPPINO IMPASTATO:
STORIE DI MAFIA E ANTIMAFIA

ne discutono:
Umberto Santino e Anna Puglisi
Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo
Rappresentante della Procura della Repubblica di Palermo (da confermare)
Giovanni Russo Spena
ex componente della Commissione Antimafia
Moderatore: Daniele Biacchessi
giornalista di Radio24-Il Sole24ore

Sabato 25 settembre ore 9.30
cinema Alba Blob House (Bergamo)- ingresso libero
convegno:
LA MAFIA IN LOMBARDIA
ne discutono:
Giulio Cavalli
Attore teatrale e Consigliere regionale lombardo
Chiara Pracchi
Associazione "Saveria Antiochia" Omicron di Milano
Dott. Adriano Galizzi - Procuratore della Repubblica di Bergamo
Rappresentante della Procura della Repubblica
di Milano
- Direzione distrettuale antimafia (da confermare)
Moderatore: Umberto Santino
Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato"

Sabato 25 settembre ore 14.30 - Ponteranica
partenza da via Matteotti / arrivo in via 8 marzo
MANIFESTAZIONE ...
ANCORA 100 PASSI

Dal palco interventi dei promotori e testimonianze di
parenti di vittime della mafia:
Giovanni Impastato
verranno letti messaggi di Salvatore e Rita Borsellino
A seguire concerti di:
MARBARA - rock band bergamasca
CISCO - partecipazione straordinaria dello storico cantante
dei Modena City Ramblers
CLAUDIO LOLLI e
Il parto delle nuvole pesanti

esibizione del grande cantautore bolognese con il gruppo musicale calabrese





Per Tom Behan

Tom Behan, autore di libri sulla camorra e di un volume in inglese sulla vicenda politica ed umana di Peppino Impastato (Defiance, pubblicato a Londra da I.B. Tauris nel 2008) è morto lo scorso lunedì 30 agosto a Monza, dove era ricoverato per un cancro all'esofago contro cui ha vanamente lottato per circa 9 mesi. I compagni di Peppino, la famiglia e le persone da lui intervistate ricorderanno le sue ricerche e le frequenti visite a Cinisi ed al Centro Impastato, negli anni 2007-2008, quando ha raccolto i materiali per Defiance ("La sfida"), ma Tom, o Tommaso come preferiva essere da noi chiamato, era una figura piuttosto rara di studioso che lavorava su alcuni temi della storia (soprattutto Resistenza e Fascismo) e della società italiana (la camorra), sempre orientando il suo impegno verso il dibattito politico nei movimenti della sinistra antagonista per cui militava.

Nato a Londra nel 1957, da genitori irlandesi, aveva vissuto a Napoli nei primi anni '80, acquisendo un'ottima padronanza dell'italiano e assistendo alla gestione del dopo terremoto da parte dei gruppi camorristici. Già all'epoca in cui lo conobbi, all'Università di Reading (UK) nei primi anni '90, aveva raccolto una notevole documentazione sul crimine organizzato e fornito consulenze a programmi d'inchiesta della TV inglese "Channel 4". Dopo aver conseguito il dottorato in "Italian studies" ed aver lavorato per circa due anni in Australia, alla Melbourne La Trobe University, Tom pubblicò il suo primo libro sull'argomento (The Camorra, Routledge, London, 1996), e continuò ad alternare il suo lavoro accademico, prima all'Università di Glasgow e poi a quella del Kent, con un'intensa partecipazione ad eventi globali di protesta (manifestazione contro il G8 a Genova, "social forum" di Firenze, ecc.) durante i quali svolgeva un importante lavoro di raccordo fra associazioni e movimenti.

Ci lascia, per questo, una testimonianza di impegno civile veramente eccezionale ed un lavoro di divulgazione sorretto da un'analisi sempre attenta alle trasformazioni sociali e ad una visione dal basso dei processi di cambiamento. Non sarà facile da raccogliere.

Giuseppe Nobile


Pubblicazioni di Tom Behan

Libri


The Italian Resistance. Fascists, Guerrillas and the Allies (Pluto Press, 2009)
Il libro che la camorra non ti farebbe mai leggere (Newton Compton, 2009)
Defiance: The Untold Story of One Man Who Stood Up To The Sicilian Mafia (I.B. Tauris, 2008)
The Resistible Rise of Benito Mussolini (Bookmarks, 2003) [pp134; ISBN: 1-8988-76-90-8].
See Naples and Die. The Camorra and Organized Crime (I.B. Tauris, 2002. 2nd edition, 2009) [pp324; ISBN: 1-86064-783-0].
Enquête sur la Camorra. Naples et ses réseaux mafieux (Autrement, 2004) [pp261, ISBN: 9-782746-704411. French edition of 'See Naples and Die'].
Dario Fo: Revolutionary History (Pluto Press, London, 2000)
The Long Awaited Moment. The Working Class and the Italian Communist Party in Milan, 1943-1948 (Peter Lang, New York, 1997)
The Camorra (Routledge, London, 1996)

Articoli e contributi

Gillo Pontecorvo: Partisan Film-maker (Film International, vol.6, n.1, 2008)
Putting spanners in the works: the politics of the 99 Posse (article in Popular Music and Society, 2007).
Intervista a Ken Loach su guerra civile, Zapruder, n. 10, maggio-agosto 2006.
La rimozione della questione politica. Un caso esemplare: L'operaio conosce 300 parole… (capitolo di: C. D'Angeli & S. Soriani, eds, Una coppia d'arte: Dario Fo e Franca Rame, Pisa University Press, 2006)
Allende, Berlinguer, Pinochet... and Dario Fo (capitolo di: A. Cento Bull & A. Giorgio, eds., Speaking Out and Silencing: Culture, Society and Politics in Italy in the 1970s, Maney/Legenda, 2006).
An interview with Fausto Bertinotti, in International Socialism n.102, Spring 2004.
Lenin versus the Luvvies. The ideology of New Scene: 1968-70, in (E. Emery, ed, Research Papers on Dario Fo and Franca Rame: Proceedings of the International Conference on the Theatre of Dario Fo and Franca Rame, University of Cambridge, 28-30 April 2000 , Red Notes, London, 2002).
Corteo internazionale (chapter in collective volume, no editor attributed): Guerra civile globale. Tornando a Genova, in volo da New York (Odradek, 2001).
'Nothing can be the same again' in International Socialism n.92, Autumn 2001.
Communism and Camorra in Naples, in Crime, Law and Social Change, vol.35, n.4, June 2001.
Dario Fo, the Commune, and the Battle for the Palazzina Liberty, in New Theatre Quarterly, vol. xvii, part 2, May 2001.



Tom Behan presenta il suo libro su Peppino Impastato al Forum sociale antimafia del 2008.






Associazione "Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato" di Cinisi

Si è costituita l'associazione "Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato" con sede a Cinisi (Palermo) in Corso Umberto I, 220, con le finalità di contribuire alla diffusione e alla difesa della memoria del percorso di lotta svolto da Peppino Impastato e, in seguito, dalla madre Felicia Bartolotta nonché di occuparsi concretamente della gestione di Casa Memoria Impastato che da ex abitazione della famiglia Impastato, grazie all'importante ruolo avuto da Mamma Felicia, è divenuta ormai una dei più significativi luoghi-simbolo dell'antimafia.
L'associazione è stata creata su iniziativa della stessa Famiglia Impastato che, dopo aver dato un contributo fondamentale in questi 32 anni trascorsi dalla morte di Peppino, durante i quali i suoi componenti sono stati impegnati in prima persona a fianco del Centro Impastato di Palermo e dei compagni di Peppino per portare a galla la verità ed ottenere giustizia e per tutelare l'immagine personale e politica di Peppino, ha deciso oggi di fornirsi di nuovi mezzi e modalità amministrative e gestionali per continuare questo difficile percorso. Altri scopi del nuovo soggetto associativo sono quelli di garantire anno per anno ogni 9 maggio, in occasione dell'anniversario dell'uccisione di Peppino, lo svolgimento di una serie di eventi che sappiano consolidare il ricordo della sua figura e quella della madre Felicia e il tentativo di recupero di alcuni aspetti della sua capacità di costruzione politica per applicarli ai nostri giorni attualizzandoli e perseguire i suoi stessi ideali.
Assieme al direttivo, costituito da Felicia Vitale Impastato, presidente (si è deciso di investirla simbolicamente di questa responsabilità in quanto si tratta della persona che per anni è stata più vicina a Mamma Felicia, che arrivò a considerarla come fosse la figlia femmina che non aveva mai avuto), Giovanni Impastato vicepresidente, Marina Montuori segretaria, Guido Orlando, cassiere.
E' stato anche designato un Coordinamento Nazionale (avente come coordinatore Giovanni Impastato) nelle persone di:
Claudio Porchia (presidente del Centro Impastato di Sanremo), referente in Liguria;
Franco Vassia, referente in Piemonte;
Franco de Pasquale (Circolo Peppino Impastato Tavola della pace - Val Brambana) e Judith Evans (presidente Comitato Impastato di Bergamo), referenti per la Lombardia;
Benedetto Randazzo, referente Toscana;
Mariella Melpignano, referente Puglia;
Claudio La Camera (coordinatore Museo della ndrangheta), referente Calabria;
Umberto Santino (presidente Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato di Palermo), referente Sicilia,
(alle quali si aggiungeranno presto nuovi soggetti individuati nelle regioni non ancora elencate).

Tra le attività in programmazione previste nell'agenda dell'associazione si segnalano:
Luglio-Agosto assemblee a Bergamo in preparazione della manifestazione di Ponteranica del 25 settembre (si allega il documento politico di Casa Memoria);
*20 luglio 2010, presentazione del testo Storia del movimento antimafia di Umberto Santino con gli interventi di Amelia Crisantino, Simona Mafai, Tano Grasso e Francesco Michele Stabile;
*agosto (data da definirsi), iniziativa contro l'imperialismo e il neoliberismo alla presenza di Don Gallo;
*26 agosto 2010, presentazione del libro di Enrico Bellavia, Un uomo d'onore. La storia del pentito Di Carlo;
*1 settembre 2010, festa per il decennale dell'uscita del film "I Centopassi", con la partecipazione del regista, del cast ed altri artisti legati alla figura di Peppino e alla sua storia;
*3 settembre 2010, presentazione del libro Don Vito con gli interventi dell'autore Francesco La Licata, di Massimo Ciancimino, Marco Travaglio,Umberto Santino, Sandro Ruotolo e Carlo Lucarelli;
25 settembre, manifestazione nazionale in difesa della memoria di Peppino Impastato e contro la politica razzista e xenofoba della Lega a Ponteranica (Bergamo).

* tutte le iniziative contrassegnate si svolgeranno presso la Pizzeria Impastato.





Centro Siciliano di Documentazione " Giuseppe Impastato"
A.S.G.I. (Associazione Studi Giuridici Immigrazione) - Giuristi Democratici


Il tempo e la giustizia. Processo penale e crisi della legalità

Introduce
Umberto Santino, Presidente del Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato"

Intervengono
Sandra Amurri - giornalista
Antonio Balsamo - magistrato
Piercamillo Davigo - magistrato
Daniela Dioguardi - UDI Palermo
Peter Gomez - giornalista
Antonio Scaglione - Docente di Diritto processuale penale - Università di Palermo

Comunicazioni
Fulvio Vassallo Paleologo - A.S.G.I.
Armando Sorrentino - Giuristi Democratici
Giuseppe Botta - Giuristi Democratici
Alessandro Crociata - Giuristi Democratici

Coordina
Franca Imbergamo - magistrato

Palermo 12 aprile 2010 ore 16,00
Aula Sturzo - Dipartimento Studi su politica, diritto e società - Università di Palermo Piazza Bologni 8



Il Tempo e la Giustizia. Processo penale e crisi della legalità

Si parla tanto di crisi della giustizia ma bisognerebbe parlare di crisi della legalità democratica. Non è un problema nuovo, ma negli ultimi anni si è ulteriormente aggravato.
Possiamo dire che nel nostro Paese c'è una fragilità della cultura democratica, con una Costituzione frutto del patto sociale tra le forze antifasciste, infranto in corso d'opera con l'esclusione di una parte consistente di esse dal governo del Paese.
A questa debolezza storica si è aggiunta nell'ultimo periodo una vera e propria eversione del diritto, così com'è codificato dal dettato costituzionale, con l'attacco quotidiano agli organi di controllo, dalla magistratura alla Corte costituzionale, la legiferazione ad personam, l'archiviazione del Parlamento, ridotto a ufficio di registrazione della decretazione fintamente d'urgenza, la riduzione dell'esecutivo a corte del sultano, l'attacco alla libertà di informazione.
Il problema per il governo e la sua maggioranza non è stato, e non è, migliorare la giustizia, a cominciare dalla necessaria riduzione dei tempi del processo, ma sfuggire alla giustizia e stravolgere la giustizia. La giustizia non è regolazione della convivenza, tutela delle minoranze e garanzia di pluralismo, ma legge del più forte, imposizione degli interessi dei potenti a una massa di sudditi, spogliati del loro statuto di persone e di cittadini.
Conta fino a un certo punto la desolante meschinità dei personaggi, ogni giorno in vetrina sugli schermi televisivi. Quel che conta è la dittatura dell'interesse personale, il governo stravolto in comando, l'autoassoluzione da reati più o meno gravi, il voto considerato come legittimazione dell'arbitrio, la riscrittura delle regole e la loro trasgressione con la garanzia dell'impunità. Il sedimentare di un regime che condivide e legalizza prassi illegali e mafiose. Tutto questo trova la sua iconizzazione nella giustizia e nel processo.
Il convegno vuole porsi alcune domande cruciali: un processo che prevede normalmente tre gradi di giudizio è una forma di giustizia o il passaporto per la sua elusione? E' praticabile l'obbligatorietà dell'azione penale con il continuo lievitare delle fattispecie di reato? Come si articola nella società contemporanea il pluralismo dei poteri? Come si ricostituisce un tessuto di socialità democratica senza una presa di coscienza diffusa? Qual è il ruolo dell'informazione? Come si fa una lotta seria alle mafie senza affrontare il problema del loro sistema di rapporti? Con la criminalizzazione degli immigrati l'Italia è un Paese razzista?
Su questi temi vogliamo avviare un riflessione e un confronto che debbono trovare delle risposte adeguate e praticabili.





Saviano e Impastato

Abbiamo espresso la nostra solidarietà a Roberto Saviano per le minacce ricevute, la rinnoviamo sapendo le condizioni in cui in seguito ad esse è costretto a vivere, ma ancor prima del grande successo di Gomorra avevamo rilevato che il libro è una sorta di romanzo di grande leggibilità ma molto meno utile per la conoscenza della camorra di altri testi più documentati e puntuali.
Dopo il successo si è creato il mito dello scopritore della camorra e dei mali del mondo, chiamato a dare i suoi responsi su tutto e su tutti, un maestro di vita al cui esempio fare riferimento.
Il nostro lavoro rifugge dalla ricerca e dal culto di miti, più o meno credibili, o dall'iscrizione a uno dei tanti clan mediatici.
La scorsa estate Saviano è stato a Cinisi per presentare il libro di Giovanni Impastato Resistere a Mafiopoli e in quell'occasione ha affermato che il processo contro gli assassini di Peppino Impastato si era riaperto grazie al film "I cento passi". Un'affermazione gratuita, che ignora dati di fatto, e cioè che i processi contro i mandanti dell'assassinio di Peppino erano già in corso e che i lavori della Commissione parlamentare antimafia che indagava sul depistaggio erano già prossimi alla conclusione, ben prima dell'uscita del film.
Poco prima dell'incontro di Cinisi era uscito il secondo libro di Saviano in cui, tra le altre cose, si parlava di una telefonata fattagli da Felicia, la madre di Peppino. Abbiamo saputo che quella telefonata non è mai avvenuta.
Qualche giorno fa il quotidiano "la Repubblica" ha pubblicato un'anticipazione del nuovo libro di Saviano, in cui si afferma di nuovo che il film ha fatto riaprire il processo per gli assassini di Impastato.
Abbiamo scritto una lettera a Repubblica.
Ecco il testo della lettera:

Gentile Corrado Augias, spettabile Redazione,

su La Republica del 25 marzo Roberto Saviano ha scritto che il film "I cento passi" ha fatto riaprire il processo contro i responsabili dell'assassinio di Peppino Impastato. Ad onor del vero, dopo la sentenza istruttoria del maggio 1984, preparata da Rocco Chinnici e completata da Antonino Caponnetto, l'inchiesta è stata riaperta nel gennaio del 1988, in seguito alla pubblicazione nel 1986 del volume La mafia in casa mia, e successivamente nel giugno del 1996, grazie all'impegno del Centro Impastato di Palermo, della madre, del fratello e della cognata di Peppino e di alcuni compagni di militanza. E nell'ottobre del 1998, su richiesta dei commissari di Rifondazione comunista, la Commissione parlamentare antimafia ha costituito un Comitato di lavoro sul "Caso Impastato". Con la collaborazione del Centro, dei familiari e dei compagni, la Commissione ha redatto una relazione approvata nel dicembre del 2000, in cui sono state confermate le nostre denunce sul ruolo di rappresentanti delle forze dell'ordine e della magistratura nel depistaggio delle indagini. Abbiamo fatto pubblicare la Relazione nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001, 2006. Contro i mandanti del delitto ci sono stati due processi: il primo con rito abbreviato contro Vito Palazzolo è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent'anni; quello contro Gaetano Badalamenti in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell'aprile del 2002 con la condanna all'ergastolo. Il film è stato presentato a Venezia il 31 agosto del 2000 ed è andato nelle sale nei mesi successivi, quando i due processi erano già in corso e i lavori della Commissione antimafia vicini alla conclusione. Grazie dell'attenzione e un cordiale saluto.
Umberto Santino
Presidente del Centro Impastato
csdgi@tin.it
www.centroimpastato.it
Giovanni Impastato
giovannimpastato@gmail.com

La lettera è stata pubblicata il 3 aprile, con un drastico taglio e per giunta mal fatto (in grassetto la parte tagliata).

Una considerazione finale: finché l'antimafia sarà una vetrina per pochissimi, un rituale per la santificazione di qualcuno, con o senza tonaca, non andremo molto lontano.
Una considerazione che non ci impedisce di continuare a lavorare, nonostante la disattenzione dei media, anche di quelli più "impegnati", ma che certo non ci aiuta a sperare in un cambiamento possibile.




LABORATORIO PER UNA UNIVERSITÀ POPOLARE

Le recenti misure legislative ed i tagli indiscriminati delle risorse stanno allontanando l'università pubblica dal solco dell'autonomia prevista dal dettato costituzionale, espellendo docenti e studenti quando non vengano ritenuti funzionali al disegno complessivo di ristrutturazione di stampo privatistico che il governo ed il ministro (in)competente stanno realizzando, a partire dalle false riforme degli anni precedenti ed in particolare dalla legge n. 133 del 2008.

In un momento nel quale la funzione di ricerca e il ruolo di formazione dell'università pubblica viene asservito sempre di più alle esigenze del privato e dei gruppi economici più forti, in assenza di una autentica politica di opposizione su questo tema, riteniamo necessario rivolgerci all'esterno dell'università per attivare altre sedi di formazione e di ricerca che siano capaci di coinvolgere persone che altrimenti resterebbero escluse dalla possibilità di accedere all'università e di formarsi in questo modo una cultura ed una coscienza critica.

D'altra parte, i processi di espulsione dal mercato del lavoro, praticati ormai su vasta scala, e la risposta repressiva che si contrappone alle domande sociali, sollecitano la creazione di nuovi spazi pubblici di ricerca e di formazione che si rivolgano anche a quegli adulti che rimangono privi di una occupazione o sono costretti alla mera sopravvivenza del lavoro precario.

Proponiamo quindi la costituzione di un laboratorio per una università popolare, da intendere intanto come uno o più luoghi di incontro, nella città, per la creazione o la difesa degli spazi sociali esistenti, ma anche all'interno delle scuole e dell'università, con la partecipazione di docenti e di esperti che si confrontano per sperimentare nuove forme di ricerca e di trasmissione dei loro saperi, e quindi come occasione di aggregazione tra persone di varia provenienza, senza discriminazioni basate sulle condizioni economiche, sul genere, sull'età o sull'origine nazionale od etnica.

Il laboratorio sarà articolato in sezioni tematiche coordinate tra loro, con riunioni periodiche tra i diversi gruppi, e si svolgerà in una prima fase con due incontri settimanali di due ore ciascuno, il lunedì ed il venerdì, tenuti da docenti universitari e da esperti, secondo un percorso che sarà condiviso tra tutti i partecipanti, anche sulla base delle proposte e delle sollecitazioni che proverranno dai diversi gruppi.

Il laboratorio per una università popolare inizierà le proprie attività nel mese di marzo del 2010, presso i locali occupati dello ZETALAB di Palermo in via Boito, e nella fase di avvio avrà come destinatari coloro che frequentano questo spazio sociale, gli abitanti del quartiere, gli studenti che vorranno completare in questo modo la propria formazione. Le attività del laboratorio saranno aperte a tutti coloro che vorranno parteciparvi, in particolare ai soggetti più svantaggiati e a tutti coloro che subiscono sulla propria pelle i processi di esclusione, come gli immigrati, i disoccupati ed i senza casa.

Si potranno consultare liberamente i testi già esistenti presso la Biblioteca del Laboratorio Zeta in via Boito, presso la quale saranno pure disponibili i volumi o le dispense forniti dai docenti che interverranno.

A partire da lunedì 8 marzo, ore 17,30, nei locali del Laboratorio Zeta in via Boito, saranno trattati i seguenti temi

- Sicurezza, giustizia penale e diseguaglianza
Fulvio Vassallo Paleologo 22 marzo e 9 aprile ore 17,30

- Mafie e lotta alle mafie
Umberto Santino 19 e 26 marzo ore 17,30

- Liberismo, repressione dei conflitti e spazi sociali
Marco Pirrone 14 e 21 aprile ore 17,30

- Minoranze, discriminazione e gruppi oppressi
Giuseppe Burgio date da definire

- Conflittualità e tecniche di gestione non violenta dei conflitti
Andrea Cozzo 23 e 26 aprile ore 17,30

Le attività del laboratorio per una università popolare proseguiranno nel mese di maggio secondo il calendario che verrà successivamente diffuso.

Tra gli obiettivi del laboratorio si inserisce la creazione di una piattaforma informatica di orientamento sui temi trattati, liberamente consultabile su internet.



Feriti ed arresti per lo sgombero del Laboratorio ZETA di Palermo. Ancora altri migranti dispersi sulla strada.

E' di cinque arrestati e tre feriti, tutti italiani , il risultato di una giornata di tensione di fronte al Laboratorio Zeta di Palermo, dove sono ospitati da anni numerosi rifugiati in prevalenza sudanesi.
Il Comune di Palermo non è stato capace di chiudere la mediazione in corso da mesi, assegnando agli occupanti la gestione della struttura sita in via Boito a Palermo, nonostante i numerosi riconoscimenti dell'utilità sociale delle attività del Laboratorio Zeta e le forniture di acqua, luce e provviste. Persino nel portale internet del Comune il laboratorio Zeta era indicato come uno dei luoghi di accoglienza che la città offriva. Adesso quel luogo non esiste più. La posizione irriducibile a qualunque soluzione di compromesso da parte di un'altra associazione assegnataria, Aspasia, ha innescato un gioco delle parti che, dopo diverse ore di finta trattativa, si è concluso con lo sgombero violento della struttura.

Dopo Rosarno, lo sgombero del centro sociale Laboratorio Zeta di Palermo si configura come l'ennesimo tentativo di dispersione di migranti sul territorio nazionale. Un tentativo che passa anche attraverso gli arresti ed i ferimenti degli antirazzisti che a Palermo si battono per difendere i diritti fondamentali dei rifugiati, a partire dal diritto all'alloggio. Tra gli altri è stato colpito duramente con manganellate sul viso ed ha una prognosi di oltre venti giorni per la rottura del naso Andrea Cozzo, docente universitario e fondatore di un laboratorio per la non violenza. Un cittadino come tanti altri che partecipava al presidio di protesta per lo sgombero della struttura che era intervenuto in difesa della moglie presa a manganellate durante una delle cariche degli agenti di polizia.

Al momento passeranno la notte all'addiaccio venti titolari di protezione internazionale perchè il Comune non ha saputo trovare una soluzione alloggiativa per la notte. Oltre cento antirazzisti hanno presidiato per tutta la giornata la struttura che per anni è stata al centro di iniziative sociali e culturali che hanno animato l'intero quartiere e si sono proposte come uno dei pochi spazi pubblici di solidarietà ai migranti in città. Una solidarietà che ha subito anche attacchi violenti da parte delle squadre fasciste che hanno colpito a più riprese con il lancio di sassi e bottiglie le finestre del Laboratorio Zeta, mentre migliaia di cittadini palermitani hanno riempito e difeso con le loro iniziative autogestite i locali, sotto attacco convergente da parte dei gruppi più estremi della destra palermitana e di esponenti del cosiddetto terzo settore che ad un certo punto sono apparsi più interessati allo sgombero della struttura che alla fruizione di un altro locale immediatamente agibile, in sostituzione dei locali occupati dal Laboratorio Zeta.

Un clima di condivisione e di impegno sociale a favore dei giovani e dei rifugiati che adesso è stato interrotto dallo sgombero violento posto in essere dalla polizia con ripetute cariche e violente provocazioni. E non è ancora finita, anche se nel corso della notte i tre occupanti della struttura saliti sul tetto insieme ad un consigliere comunale sono stati costretti a scendere a causa del freddo. I migranti sudanesi sono ancora accampati davanti all'ingresso della struttura presidiata dalla polizia, senza nessuna intenzione di disperdersi in città, una città che non è stata capace finora di offrire loro un altro luogo di accoglienza, un'accoglienza che sarebbe dovuta per legge, ma che in Sicilia rimane un miraggio.

La proposta di un loro trasferimento in un centro di accoglienza ubicato in un paesino della provincia di Palermo, ventilata oggi alla fine della giornata, non potrà che essere respinta perché molti di loro sopravvivono lavorando in città. Continua ad oltranza intanto il presidio antirazzista davanti alla struttura sgomberata dalla polizia e per oggi 20 gennaio alle ore 16 è stata indetta un' assemblea sempre nello stesso luogo nel quale decine di cittadini palermitani stanno mantenendo una presenza pacifica, passando la notte all'addiaccio. Su tutti grava come una cappa di tristezza la notizia che nelle stesse ore dell'operazione di sgombero del Laboratorio Zeta , in un'altra parte della città, un giovane immigrato ghanese che andava in bicicletta è stato investito ed ucciso da un automobilista che non si è neppure fermato per soccorrerlo.

Venerdì prossimo al Laboratorio Zeta si sarebbe dovuto proiettare il film, finanziato anche dal'ASGI, Terra(e)strema. di Angela Giardina, Ilaria Sposito ed Enrico Montalbano, uno dei feriti di oggi, e si sarebbe dovuto presentare il libro "Gli africani salveranno Rosarno. E probabilmente anche l'Italia" di Antonello Mangano. Una iniziativa importante che adesso si svolgerà in un altro luogo, magari all'aperto, ma sempre vicino al Laboratorio Zeta che ne è stato il cuore propulsivo. Un'iniziativa che costituirà comunque una ulteriore occasione di informazione sugli stretti legami esistenti in Sicilia come in Calabria tra lo sfruttamento del lavoro dei migranti, mediato dalla criminalità organizzata, e l'azione meramente repressiva degli agenti statali che applicano il pacchetto sicurezza per fare fronte alle tante emergenze sociali che stanno esplodendo a Palermo come nel resto d'Italia.

Quanto successo oggi a Palermo è la prosecuzione delle operazioni di dispersione "assistita"che abbiamo già visto a Rosarno, con una partecipazione attiva delle forze di polizia che in questa ultima occasione non hanno dovuto certo proteggere i migranti né hanno individuato per loro un alloggio, ma hanno soltanto distrutto un lavoro sociale che durava da anni, del quale altre istituzioni, pur nei limiti degli scarsi mezzi disponibili, avevano riconosciuto il valore e la efficacia.

Molti dei rifugiati che avevano trovato accoglienza al Laboratorio ZETA di Palermo sono stati messi sulla strada dalla polizia ma sono bloccati a Palermo perchè la Questura non ha rinnovato i permessi di soggiorno per motivi umanitari o non ha consegnato i documenti di viaggio a persone che da anni sono state riconosciute meritevoli della protezione internazionale. Un ritardo anche di due anni che si è accumulato per la richiesta pretestuosa di passaporti in corso di validità a persone che non potevano chiaramente rivolgersi alle ambasciate dei paesi di provenienza perchè rifugiati.
Dove potranno andare i rifugiati allontanati dal Laboratorio Zeta se l'ufficio immigrazione della Questura di Palermo continua a negare loro il rinnovo o il rilascio dei documenti di soggiorno e di viaggio? Molti di loro hanno già perduto il lavoro che avevano perché dopo l'approvazione del pacchetto sicurezza i datori di lavoro non offrono più impiego a coloro che hanno in mano solo una ricevuta e sono in attesa del permesso di soggiorno.

Chiediamo che la Prefettura e lo stesso ministero dell'Interno intervengano per sanare questa situazione che produce un grave danno esistenziale e che potrebbe integrare gli estremi del rifiuto di un atto d'ufficio.

Chiediamo ancora una volta che il Laboratorio Zeta di Palermo venga restituito alla sua destinazione sociale e continui ad essere riconosciuto come luogo di accoglienza dei migranti, e chiediamo ancora che tutte le istituzioni, compresa la Prefettura, facciano il loro dovere nei confronti dei rifugiati, riconoscendo nei fatti il diritto/dovere di accoglienza, sancito anche dalle direttive comunitarie che l'Italia non applica, tanto da negare un alloggio a quanti hanno avuto riconosciuto uno status di protezione internazionale.

Le associazioni antirazziste di Palermo riconfermano il loro impegno e svolgeranno tutte le iniziative legali per difendere quanti sono stati feriti dalla polizia, coloro che sono stati arrestati, ed i migranti che sono rimasti senza un alloggio. Nessuno si illuda che le operazioni di confinamento e di deportazione "assistita" già viste a Rosarno si possano estendere impunemente ad altre parti del territorio nazionale.

Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo




www.asgi.it

Comunicato Stampa - La tolleranza della schiavitù in Italia deve cessare

Quanto avvenuto a Rosarno non è un drammatico evento imprevedibile ma è l'epilogo di situazione di degrado, violenza e di totale assenza di intervento delle istituzioni pubbliche che dura da anni e che esplode, non a caso, nell'anno del cosiddetto "pacchetto sicurezza".

Il fenomeno dello sfruttamento estremo e sistematico, fino alla riduzione in schiavitù o servitù di migliaia di lavoratori stranieri che caratterizza fette rilevanti dell'economia agricola del Mezzogiorno rappresenta una piaga le cui caratteristiche sono ampiamente note e che dovrebbe suscitare il massimo allarme da parte delle pubbliche autorità. Se di situazioni di emergenza si può a pieno titolo parlare senza che tale parola venga usata per battaglie politiche demagogiche finalizzate a generare paure nella popolazione e a raccogliere facili consensi, ciò dovrebbe riguardare proprio l'esteso fenomeno della economia criminale che da tempo utilizza i cittadini stranieri quale soggetti deboli, discriminati, stretti nella morsa della crisi economica e immersi senza possibilità di scampo nel circuito forzato della clandestinità verso la quale sono spinti da una normativa sempre più feroce e inefficace nel risolvere i problemi che afferma di volere affrontare.
Rosarno convive da anni, in un clima di sostanziale accettazione ed indifferenza sociale, salvo lodevoli ma isolate eccezioni, con un intreccio perverso di violenza, sfruttamento e degrado che riguarda migliaia di cittadini stranieri, sia regolari che non, in condizioni di disperazione e di assoluta ricattabilità, disposti, fino a ieri, a condizioni di sfruttamento ed emarginazione che non trovano paragone in nessun paese europeo.
Di tutto ciò la politica, ed in particolare la politica dell'attuale Governo, non si è mai occupata.
Delle dichiarazioni rese sui tragici fatti di Rosarno da parte del Ministro dell'Interno Maroni ciò che colpisce e sconcerta non è solo l'oramai abituale accostamento, inaccettabile sul piano etico e giuridico, tra clandestinità (ovvero la semplice mancanza di un titolo amministrativo di soggiorno) e la commissione di crimini (dimenticando anche che molti stranieri di Rosarno sono regolarmente soggiornanti), ma è la mancanza di una chiara e ferma condanna delle violenze che si sono consumate a danno dei cittadini straneri nonché il silenzio sulla vasta dimensione criminale dello sfruttamento della manodopera straniera che è in atto da anni e che rappresenta la causa prima che sta alla base dello scatenarsi delle violenze di Rosarno. Nulla infatti afferma il Ministro dell'Interno su come intenda affrontare la finora negletta emergenza dello sfruttamento dei lavoratori stranieri e su come intenda tutelare le vittime di tali situazioni, se non il mero aumento di un contingente di forze di polizia. Lo stesso Ministro inoltre parla di una situazione frutto di inadempienze di anni nella vigilanza e nell'applicazione delle leggi, ma tali inadempienze sono addebitabili soprattutto alla sua personale responsabilità politico-amministrativa, essendo stato lui stesso Ministro del Lavoro dal 2001 al 2006 ed essendo Ministro dell'Interno dal maggio 2008.
Nessuna indicazione pratica concreta si ha neppure dalle dichiarazioni fatte dal Ministro del Lavoro e delle politiche sociali Sacconi secondo il quale il prioritario obiettivo dell'azione di governo deve essere quello di bonificare tutte le sacche di illegalità che si sono prodotte da Padova a Rosarno perché in un contesto di sistematica e diffusa violazione delle leggi si realizzano fenomeni di disintegrazione di vario genere. Infatti non risulta che, come invece afferma il Ministro, nel caso di Rosarno ed in altre note situazioni del Mezzogiorno tutti i Servizi ispettivi del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e degli enti vigilati abbiano davvero provveduto nei mesi scorsi in modo sistematico con lo scopo di reprimere tutte le forme di sfruttamento del lavoro irregolare, con particolare riguardo per il bracciantato agricolo e per l'edilizia, attività in cui il lavoro nero è facilmente verificabile ogni giorno.
Certamente la reazione spropositata avutasi da parte di molti stranieri con grave e ripetuta violenza sulle cose e su persone inermi non può in alcun modo essere giustificata o ridotta di gravità e gli autori e gli istigatori delle violenze vanno perseguiti a norma di legge. Ma non si deve comunque ignorare e omettere di valutare la causa di siffatta reazione e la persistenza di un atteggiamento ostile da parte della popolazione italiana.
Quanto accaduto conferma il fallimento di una politica dell'immigrazione totalmente ideologica e che non garantendo affatto in modo concreto la sicurezza personale degli italiani e degli stranieri e non contrastando il lavoro nero sta invece accrescendo sempre di più il bacino della irregolarità e sta fomentando in tutto il Paese un clima xenofobo, di guerra tra le fasce più povere o a rischio di povertà e di esclusione della popolazione.
La vera sicurezza sta anche nel far rispettare le leggi che esigono la tutela delle condizioni di lavoro contro ogni sfruttamento, impedire che i lavoratori dormano all'addiaccio, esigere che le Questure provvedano al rilascio e al rinnovo entro i termini indicati dalla legge (20 giorni) e non dopo mesi e mesi di snervante attesa, tutelare i richiedenti asilo e gli asilanti con efficaci politiche di infrazione ed accoglienza che non si limitino ai soli primi giorni di permanenza in Italia.

Quanto avvenuto a Rosarno deve segnare un punto di svolta nelle politiche nazionali dell'immigrazione. La profonda riforma delle normative sull'immigrazione deve costituire per tutte le forze politiche responsabili una priorità nazionale assoluta giacché non di una singola, seppure rilevante disposizione di settore si tratta, ma di una normativa che riguarda l'intero assetto di una società democratica.
L'ASGI richiama il Governo ed il Parlamento all'assunzione di misure urgenti ed improcrastinabili quali:

1. l'emanazione di un provvedimento urgente che consenta l'effettiva emersione dei lavoratori stranieri costretti dalla necessità o dal ricatto al lavoro nero e all'esposizione a condizioni di grave sfruttamento. Tale provvedimento, per essere efficace, deve potere avere ampia portata nelle condizioni di accesso e nella estensione temporale e deve potere essere attivabile dal lavoratore in caso di perdurante rifiuto da parte di chi ha posto in essere lo sfruttamento lavorativo

2. l'emanazione di opportune direttive, di concerto tra i ministeri dell'Interno, del Lavoro e delle politiche sociali e della Giustizia, e un collegato rafforzamento dell'operato degli uffici di controllo, specie nelle regioni Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, finalizzato a dare attuazione sia alle disposizioni di cui all'art. 18 del d.lgs 286/98 sia al nuovo art. 600 cp novellato dalla legge 11 agosto 2003, n. 228, che permettono di perseguire la riduzione in condizioni di schiavitù o servitù nonché il grave sfruttamento, anche lavorativo. L'ASGI segnala infatti con grande apprensione che la normativa vigente in materia di lotta allo sfruttamento, ancorché forse non pienamente idonea a rispondere alla gravità della situazione attuale e perciò meritevole di una urgente revisione, comunque potrebbe risultare almeno parzialmente efficace se fosse applicata con il dovuto zelo; si evidenzia invece da tempo un numero sorprendentemente modesto di azioni di indagine e di conseguenti provvedimenti giudiziari finalizzati a tutelare le vittime delle situazioni di grave sfruttamento e a combattere le organizzazioni criminali che attuano il sistematico sfruttamento della manodopera straniera. L'introduzione del reato di permanenza illegale dello straniero extracomunitario introdotto dalla legge n. 94/2009 (pacchetto sicurezza) ha inoltre avuto effetti controproducenti nella lotta alla schiavitù lavorativa e al lavoro nero. Infatti nella prassi amministrativa e giudiziaria accade che il lavoratore straniero irregolare che pure denunzia il suo sfruttatore sia comunque intanto sottoposto ad una sanzione penale con procedimento direttissimo e sia altresì espulso, mentre l'azione penale relativa al denunziato sfruttamento segue il suo lento ed incerto corso, risultando alla fine magari archiviata a seguito dell'avvenuta esecuzione dell'espulsione dello straniero. In realtà una diversa applicazione delle norme vigenti, ed una interpretazione non restrittiva delle disposizioni di cui al citato art. 18, già ora consentirebbe un'azione immediata ed efficace: lo stesso procuratore della Repubblica che riceve la denunzia di sfruttamento lavorativo potrebbe richiedere al Questore il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale in favore del lavoratore sfruttato (art. 18 d. lgs. n. 287/1998) e contestualmente rigettare la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di permanenza illegale, essendo così divenuta legale la presenza dello straniero. Non può sfuggire a nessuno come in una tale situazione il grado di impunità in cui operano le organizzazioni criminali sia elevatissimo e che il tentativo di reagire per vie legali venga, a buona ragione, percepito dalle vittime come un tentativo velleitario ed anzi dannoso perché espone l'interessato a danni ulteriori e persino maggiori.

3. la modifica delle attuali disposizioni amministrative, la cui piena conformità alla norma primaria appare altresì dubbia, in base alle quali la durata residua di validità del permesso di soggiorno dello straniero che si trovi senza lavoro è di solo sei mesi. Si tratta di una disposizione fortemente irrazionale che oggettivamente, in un periodo di grave crisi economica come quello attuale, spinge un numero elevatissimo di stranieri, che pure avevano un pieno inserimento sociale in Italia, di durata a volte pluriennale anche a carico famiglie e minori, a cadere nella spirale infernale della clandestinità e ad accettare qualunque condizione di lavoro in nero pure di sopravvivere. L'obbligo di non superare il periodo di sei mesi per la ricerca di un nuovo lavoro più o meno stabile e che permetta di produrre il reddito adeguato al fine di consentire il rinnovo del titolo di soggiorni risulta oggi una richiesta impossibile ed iniqua, che discrimina, nel mercato del lavoro, la situazione dei lavoratori italiano rispetto a quella dei lavoratori stranieri. L'ASGI ritiene che al fine di favorire il mantenimento della regolarità del soggiorno sia necessario che la durata del titolo di soggiorno per ricerca lavoro debba essere portata almeno a dodici mesi, come era previsto dal testo unico delle leggi sull'immigrazione introdotto nel 1998, prima della modifica restrittiva introdotta dalla legge n. 189/2002 (c.d. legge Bossi-Fini), e che, comunque, anche oltre tali termini, nell'esame delle condizioni per il rinnovo del titolo di soggiorno vada prioritariamente considerata l'effettiva situazione in cui si trova lo straniero favorendo percorsi di inclusione sociale.

4. l'approvazione in tempi rapidi di una legge (o di modifiche di carattere amministrativo, anche con ordinanze di protezione civile) che consenta di assicurare certezza di accoglienza e di inserimento in percorsi di integrazione sociale nei confronti dei rifugiati e degli stranieri che godono del diritto alla protezione sussidiaria ed umanitaria. L'ASGI ricorda che tra gli stranieri che sono vittime delle situazioni di grave sfruttamento c'è un numero significativo e crescente di persone protette dalle normative interne ed internazionali ma che vengono di fatte abbandonate a se stesse per mancanza sia di un sufficiente numero di posti di accoglienza, sia per le perduranti carenze delle normative in materia di asilo, diritto costituzionalmente garantito. E' dunque urgente ampliare e rendere flessibile la durata complessiva dell'accoglienza dei richiedenti asilo e degli asilanti nell'ambito dei progetti di accoglienza e di integrazione sociale dello SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati).

5. un effettivo rilascio e rinnovo dei permessi di soggiorno da parte di tutte le Questure entro il termine di 20 giorni dalla presentazione della domanda indicato dall'art. 5 del testo unico delle leggi sull'immigrazione: molti stranieri, anche lavoratori a Rosarno, attendono per mesi o addirittura per anni che l'amministrazione della pubblica sicurezza adempia a tale obbligo e nel frattempo a causa di queste inadempienze a loro non imputabili vivono in condizione giuridicamente precaria: non possono legalmente prendere in locazione alcun immobile, difficilmente riescono ad iniziare un nuovo rapporto lavorativo e così sono facile preda dello sfruttamento illegale del lavoro nero.




Lettera aperta di Giovanni Impastato ai figli di Bernardo Provenzano

In risposta all'intervista rilasciata da Angelo Provenzano al giornalista di "La Repubblica" Francesco Viviano voglio fare alcune considerazioni. Credo di essere una delle persone ad avere più di altre la responsabilità e il diritto di intervenire, visto quanto ho vissuto e viste le vicende che hanno caratterizzato l'esistenza mia, di mio fratello Peppino e di mia madre Felicia.
Non è affatto questo il percorso più adatto per risolvere le contraddizioni che riguardano la propria vita quando è partorita da un ambiente mafioso, per distanziarsi da quest'ultimo e chiudere definitivamente i conti con esso.
Quanto affermato da Angelo costituisce più che altro una continuità con un certo modo tipico di pensare, che ribalta i ruoli, cela la verità e finisce per rendere ancor più complicato combattere una battaglia di giustizia nel nostro paese.
Non è vero. Non è vero che Provenzano è stato ed è tuttora l'agnello sacrificale utilizzato da uno Stato tiranno per coprire le sue malefatte. Non si possono negare le sue enormi responsabilità, la sua direzione dei lavori nella costruzione di un progetto criminale che ha prodotto migliaia di morti, ha sconvolto la vita quotidiana e bloccato lo sviluppo democratico di tutto il territorio siciliano.
Certo non bisogna dimenticare le connivenze, il ruolo svolto da uomini delle istituzioni e da funzionari dei vari settori che hanno contribuito allo sfascio. Né si può negare l'esistenza di legami tra alcuni settori della vita politica, del governo e delle istituzioni con ambienti della criminalità organizzata. Che sia chiaro, però, che Provenzano non è stato strumentalizzato da questo sistema, ma è stato un suo complice, anzi, uno dei suoi animatori, ed è per questo che è stato ricompensato con le protezioni che gli hanno garantito una tranquilla latitanza durata quasi mezzo secolo.
È facile riferirsi nei propri discorsi ad entità astratte, quasi incorporee, a concetti genericamente intesi come "lo stato" e "la mafia". In entrambi i casi parliamo di organizzazioni composte da uomini, a volte corrotti nel primo caso, ma spesso onesti, ligi al dovere, disposti al sacrificio…uomini come Chinnici, Falcone e Borsellino; nel secondo caso solo criminali. E la mafia…sappiamo bene oggi che cosa sia la mafia, come sia strutturata, come al centro converga il potere criminale, attorno al quale si sviluppa un sistema di rapporti con il mondo delle professioni, economia e della politica, tramite gli appartenenti alla cosiddetta borghesia mafiosa, come da decenni sostiene Umberto Santino, fondatore del Centro di documentazione intitolato a mio fratello: l'analisi che più ha retto al vaglio del tempo.
Provenzano è stato un assassino, un mandate di un numero imprecisato di omicidi, è stato capo assoluto di Cosa Nostra per decenni e come tale va considerato e giudicato, non solo nelle aule dei tribunali. Che il fenomeno mafioso sia sopravvissuto alla sua cattura dimostra solo come abbia fatto bene il suo lavoro. Come lo dimostra la diffusione che oggi ha la cultura mafiosa, che non è un atteggiamento mentale connaturato all'essere siciliani (la Sicilia ha visto grandi lotte contro la mafia, dalle lotte contadine ai nostri giorni) ma è un modo di agire, di intendere i rapporti sociali funzionale all'arricchimento illegale e alla gestione del potere, che è stato diffuso, che si è propagato proprio a partire da Cosa Nostra, da quell'apparato ingigantito e rafforzato dalle strategie dei boss più noti e, soprattutto, dalla reggenza dello stesso Provenzano. La cultura mafiosa, che nega la stessa esistenza della mafia, del resto, pare contaminare le parole dello stesso Angelo, come il comportamento dei suoi familiari. Per liberarsene non bisognerebbe rinnegare il padre, negare a lui il legame d'affetto, ma rompere con il suo ruolo e condannare con decisione le sue azioni criminali.
Qualche tempo fa, in occasione della cattura del padre, scrissi ad Angelo e a suo fratello Francesco una lettera aperta, chiedendo loro di percorrere questa strada, di divenire parte della società onesta, di compiere una rottura netta, così come abbiamo fatto io e mia madre Felicia seguendo l'esempio di mio fratello Peppino, che più di tutti ha pagato per il suo coraggio e la sua voglia di sottrarsi ai condizionamenti mafiosi, e, nonostante tutto, ha conquistato la sua libertà e ha regalato a noi la nostra. Noi non abbiamo mai negato che la nostra famiglia aveva origini mafiose, che mio padre era un'appartenente a Cosa Nostra, così come alcuni suoi fratelli, e che mio zio Cesare Manzella è stato capomafia fino al 1963, ma abbiamo rotto con quanto era da loro rappresentato.
Non è questione di pagare per le scelte del padre, ma di fare la propria scelta, quella decisiva.
E se non vorranno farla, Angelo e Francesco, si ricordino che non sono loro le vittime dello Stato, i perseguitati, ma siamo noi cittadini onesti ad essere stati e ad essere tuttora vittime di quel sistema politico-mafioso le cui basi hanno gettato Provenzano e gli altri come lui.

"la Repubblica Palermo", 2 dicembre 2008



Comunicato sul caso Saviano

Sul caso Saviano e sull'impegno civile contro le mafie. Una proposta: letture pubbliche di testi sulle mafie

Ovviamente non solo chiunque sia impegnato a vario titolo nella lotta contro le mafie ma ogni cittadino che abbia a cuore le sorti della convivenza civile nel nostro Paese non può non essere a fianco di Roberto Saviano che dopo il successo del libro e del film da esso ricavato ha subito pesanti minacce e ora risulta dalle dichiarazioni di un "pentito" che corra il rischio di essere ucciso assieme agli uomini di scorta.
Al di là delle dichiarazioni di solidarietà, quel che accade al giovane scrittore dovrebbe stimolare una riflessione sulle modalità e le condizioni in cui si svolge l'impegno di persone non istituzionalmente delegate alla lotta contro le criminalità organizzate e che sulla spinta di motivazioni etico-culturali ne fanno una scelta di vita. Oltre ai rischi per la propria incolumità (solo qualcuno ha qualche forma di protezione), c'è, o ci può essere, un altro rischio: che quella scelta sia vissuta, o venga interpretata, come una sorta di guerra personale. E non c'è rischio peggiore della solitudine e dell'isolamento.
Un esempio: è stato proposto di leggere pubblicamente pagine del libro Gomorra e in alcune città si è cominciato a farlo. Il libro di Saviano è ben scritto e lo stile narrativo ha certamente contribuito al grande successo che ha avuto e continua ad avere. Ma sulla camorra c'è una letteratura, quantitativamente minore rispetto a quella sulla mafia, ma certamente di buona qualità, a cominciare dal libro di Marco Monnier, pubblicato nel 1863, che si può considerare il primo esempio di un'analisi seria su questo fenomeno. E non può essere dimenticato il contributo di un giornalista coraggioso e documentatissimo come Giancarlo Siani, che per i suoi articoli sui legami tra camorristi e politici nelle speculazioni dopo il terremoto in Campania, è stato ucciso il 23 settembre 1985. E vanno ricordati studiosi come Francesco Barbagallo, Amato Lamberti, Isaia Sales, Marcella Marmo, Tom Behan, giornalisti come Fabrizio Feo, Gigi Di Fiore e Rosaria Capacchione. E un ruolo importante hanno avuto sacerdoti come don Giuseppe Diana, ucciso il 19 marzo 1994, vescovi come Antonio Riboldi e Raffaele Nogaro.
La mia proposta è che le letture pubbliche non si limitino al libro di Saviano, con il rischio di presentarlo come un caso unico, ma si estendano agli autori e ai personaggi che richiamavo e ad altri. Un modo per ricordare che la lotta contro la camorra non è una sfida personale ma un impegno corale.
E propongo che l'iniziativa della lettura pubblica di testi significativi sulle mafie venga estesa ad altre regioni, a cominciare dalla Sicilia e dalla Calabria, come una forma di acculturazione collettiva, un appuntamento in cui ritrovarsi come comunità civile che coltiva una memoria condivisa e promuove una riflessione a voce alta nelle piazze del nostro Paese.

Umberto Santino


Comunicato di Pietro Milazzo

Oggi, venerdì 26 settembre 2008, mi è stato notificato un avviso orale del Questore di Palermo che mi avverte, ai sensi dell'articolo 1, della legge 1423 27.12.56,la legge che regolamenta le misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza, che in base ai miei precedenti penali, per l'attività politica e sociale svolta negli anni '70, aggiornata agli ultimi eventi (si cita il reato di violazione delle disposizioni su riunioni in luogo pubblico, relativo alla protesta durante il Festino a Luglio), si riscontra una condotta socialmente pericolosa.

L'avviso orale precede l'emissione di un provvedimento di prevenzione ai sensi dell'art. 3 della predetta legge, che è la sorveglianza speciale della pubblica sicurezza.
INSOMMA il provvedimento che si applica ai mafiosi!!

Io ho fatto presente agli ufficiali di ps che mi hanno notificato l'atto che non solo sono orgoglioso e rivendico in pieno tutto quanto ho fatto in questi anni, ma che ho tutta l'intenzione, pur nel fare opposizione a quest'anno repressivo ed intimidatorio( non tanto e non solo nei miei confronti), di proseguire sulla mia strada sino in fondo.
NESSUNA MISURA REPRESSIVA può fermare la mia scelta di vita, razionale e viscerale.
Non sono e non voglio essere né un eroe, né un martire, ma solo un attivista sociale, come tanti altri, qui ed altrove, che crede nelle battaglie che conduce e se ne assume tutte le responsabilità e conseguenze-

Credo che denunciare queste porcherie sia parte di una battaglia collettiva, non tanto per difendere me e la mia libertà, ma i diritti, la dignità, la libertà di tutte/i.

PIETRO MILAZZO

SI PREGA DI DARE MASSIMA DIFFUSIONE


Appello di solidarietà a Pietro Milazzo

Alcuni giorni fa Pietro Milazzo, attivista sociale ed esponente dei movimenti politici e sindacali, è stato raggiunto da un provvedimento della Questura di Palermo con cui lo si avvisa di "cambiare condotta, adeguare la stessa a norma di vita onesta e laboriosa e ad osservare le leggi", intimandogli, di fatto, di porre fine al proprio percorso politico per non incorrere nel rischio di applicazione di misure cautelari riservate di norma ai sorvegliati speciali.

La gravità di questo provvedimento è evidente: questo "avvertimento" lede Pietro così come l'intera vita democratica nella nostra città.
Lede Pietro perché tratta la sua personale storia di impegno politico e sociale alla stregua della carriera di un criminale.
Lede tutti noi perché intacca la libertà di espressione e di dissenso, l'agibilità politica e il diritto di manifestare .

In una città in cui la gestione della cosa pubblica è oramai palesemente articolata su diversi livelli di connivenza clientelare e criminale (e ne danno prova gli 'scandali' degli ultimi giorni), dove si progettano interventi speculativi finalizzati all'arricchimento di vecchi e nuovi comitati d'affari, ci appare paradossale e inquietante il tentativo di sanzionare un attivista sociale come se si trattasse di un soggetto altamente pericoloso, al punto da minacciare, sulla base di una valutazione di semplice "sospetto", la applicazione delle misure di sorveglianza che si rivolgono di solito a coloro che delinquono.

Pietro Milazzo ed i movimenti politici e sociali della città hanno gridato incessantemente il loro dissenso rispetto alle politiche guerrafondaie, all'oppressione neoliberista, alle leggi liberticide contro i migranti e hanno rivendicato giustizia sociale e rispetto dei diritti fondamentali, in primis quello dell'abitare. E proprio sulla "questione casa", in questi anni si è sviluppata a Palermo una piattaforma composita e articolata, con proposte concrete, che hanno messo in luce le contraddizioni, le ambiguità e gli interessi illeciti nella gestione dell'emergenza abitativa, a partire dall'utilizzazione dei beni confiscati.

Per questo denunciamo fermamente la natura intimidatoria del provvedimento a carico di Pietro e rivendichiamo al contempo la legittimità di un percorso politico collettivo svolto sempre alla luce del sole. Quanto sta accadendo non è una questione personale, bensì un atto politico che riguarda collettivamente tutti coloro che sono impegnati nelle lotte a difesa dei diritti dei più deboli e per la giustizia sociale.

Primi firmatari

Fulvio Vassallo Paleologo - Università di Palermo
Umberto Santino - Presidente Centro Peppino Impastato
Toni Pellicane - Comitato di Lotta per la casa 12 luglio
Nino Rocca - Comitato di Lotta per la casa 12 luglio
Tony Scardamaglia - Laici Comboniani
Totò Cavaleri - Laboratorio Zeta
Stefano Galieni - Responsabile immigrazione Rifondazione Comunista Roma
Mimma Grillo
Pierluca Fara
Sandro Caracausi
Nando Grassi
Rina Anzaldi
Federico Lo Cascio
Cesare Casarino
Dorotea Passantino
Nino Termotto
Dario Riccobono
Erika Di Cara
Loriana Cavaleri
Maria Montana
Giuseppe D'Angelo
Antonia Cascio
Francesco Baiamonte
Finella Giordano
Vincenzo Pinello
Matteo Di Gesù - Università di Palermo
Mariella Tornago
Matteo Guainazzi
Giovanni La Fiura
Adriana Saieva



Il Centro Impastato aderisce all'appello di 'Articolo 21' perché l'aeroporto di Comiso rimanga intitolato a Pio La Torre.


La decisione del sindaco di An di cancellare il nome di Pio La Torre e ripristinare quello di Vincenzo Magliocco è un gesto di marca fascista e decisamente filomafioso.
Pio La Torre ha avuto un ruolo fondamentale nelle lotte contro la mafia, dai primi anni della sua militanza comunista, quando è andato a Corleone per dirigere il sindacato dopo l'assassinio di Placido Rizzotto, all'impegno degli ultimi anni, con la redazione del progetto di legge che è diventato la legge antimafia del settembre 1982, ed è stato un promotore delle mobilitazioni per la pace, contro l'installazione dei missili a testata nucleare. Se l'aeroporto di Comiso è oggi un aeroporto civile si deve alle lotte dei primi anni '80.
Vincenzo Magliocco, a cui era intitolato l'aeroporto militare, era un generale fascista, corresponsabile di un crimine di guerra come i bombardamenti con l'iprite sulle popolazione etiopi.
La decisione del sindaco di Comiso di cancellare la memoria di lotte che fanno parte integrante della storia della Sicilia migliore e di rievocare gli orrori del colonialismo fascista si spiega con il clima che stiamo vivendo, dopo la vittoria elettorale delle destre e la formazione del governo Berlusconi che attua una politica di legalizzazione dell'illegalità e apertamente razzista, già avviata con i governi precedenti. Il messaggio di Dell'Utri, che negli ultimi giorni della campagna elettorale definiva "eroe" un capomafia condannato all'ergastolo per omicidio come Vittorio Mangano, sta dando i suoi frutti.
Il Centro si augura che si dia vita a un'opposizione efficace e a una mobilitazione adeguata alla gravità della situazione.



Comunicato dell'ufficio stampa del Manifesto per il Cd con le canzoni per Peppino

ARTISTA AA. VV.
TITOLO CD: 26 Canzoni per Peppino Impastato
(Amore non ne avremo)
DATA USCITA: Giugno 2008
PREZZO CD: 15 EURO (Doppio CD)
DISTRIBUZIONE: LIBRERIE, circuito FELTRINELLI, IL LIBRACCIO,MELBOOKSTORE, punti vendita della catena RICORDIMEDIASTORES, presso i migliori NEGOZI DI DISCHI.


"A pinsari quannu ìa a iucari
e me matri mi vinia a circari
A pinsari ca si nasci e si crisci
Veni un gniornu e poi si capisci"


È una notte calda, quella del 9 Maggio del 1978, un'esplosione distrugge una parte della tratta ferroviaria Palermo-Trapani. Subito si pensa ad un atto di terrorismo, l'esecutore materiale, Peppino Impastato, militante della nuova sinistra, e fondatore della radio libera Radio Aut, muore a causa dell'esplosione stessa.
Poco dopo, stampa, magistratura e forze dell'ordine cambiano versione: è suicidio: Peppino si è voluto uccidere facendosi esplodere.
Sarà necessario tutto l'amore e l' impegno della madre Felicia, del fratello Giovanni e di tutti i compagni di Peppino e del Centro Siciliano di Documentazione, impegnatisi a fondo, gli anni successivi, affinché si imponesse una verità che era già sotto gli occhi di tutti, Peppino Impastato fu sequestrato e ucciso dalla mafia.
Il 2008 è il trentennale dell'omicidio. Il Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" insieme al Manifesto Cd presentano "26 Canzoni per Peppino Impastato", una raccolta di brani in 2 cd che rendono omaggio ad uno dei più coraggiosi e concreti esponenti della cultura antimafia siciliana.
Il doppio cd, la cui direzione artistica è stata affidata a Giuseppe Fontanella, arrangiatore e chitarrista dei 24 Grana, è stato prodotto grazie alla partecipazione di artisti provenienti da tutta Italia: ampia è la presenza di voci e gruppi dell'Isola, Marina Rei e Carmen Consoli, gli Uzeda e il Collettivo Musicale Impastato, così come sono ampi i contributi provenienti dal resto d'Italia: I Modena City Ramblers con la loro stupenda versione live de "I Cento Passi", ed ancora Gang, Marlene Kuntz, i Zu e tanti altri.

Il dramma della scomparsa di Peppino Impastato, non deve far dimenticare il suo profilo più ironico e giocoso, le feroci invettive lanciate da radio aut e dalla trasmissione Onda Pazza, attraverso la quale Peppino si prendeva gioco di mafiosi e politici. Di particolare interesse le trasposizioni delle poesie di Peppino, cui è stata data forma di canzone da un suo storico compagno di lotta, Gandolfo Schimmenti, fondatore del collettivo musicale C.P.F ispirato alla figura di Peppino e cuore del progetto che qui presentiamo.
È questo lo spirito con il quale alcuni artisti non siciliani, un esempio su tutti, i piemontesi Perturbazione, hanno incontrato il dialetto siciliano ridando voce in musica ad opere di poesia come "E fora chiovi".

Questo Cd vuole essere un riconoscimento al pensiero di Peppino Impastato, alle sue lotte quanto mai attuali, all'amore cieco ma non inconsapevole con il quale si va incontro al proprio destino, alla forza e alla voglia di cambiare anche quando "fuori piove ma qua sembra che non si muova niente".

TRACKLIST

CD 1
1) CPF - A terra vola
2) Gang - Ricordo D'Autunno
3) Marina Rei feat. A. Canini e D. Senigallia - Nessuno ci vendicherà
4) Perturbazione - E fora chiovi
5) I Lautari e Carmen Consoli - Ciuri di campu
6) Libera Velo - Mamma Felicia
7) Low Fi - Compagno
8) 24 Grana - Stancu sugnu
9) One Dimensional Man - E lui cantava
10) Le Loup Garou - A pinsari
11) Giaccone e Congiu - Aria di festa
12) Bisca - Profumo di maggio
13) Riccardo Sinigallia - Esenin

CD 2
1) Collettivo Musicale Impastato - Amicu di la storia mia
2) Elia feat E. Diana e G. Giancursi - A pinsari
3) Marlene Kuntz - E lui cantava
4) Marta Sui Tubi - U cori di la negghia
5) Yo Yo Mundi - Amore non ne avremo
6) Modena City Ramblers live 2004 - I cento passi
7) Taberna Milensis - L'Amuri di lu munnu
8) Zu - Lunga è la notte
9) Uzeda - Ventu
10) Affinità Di Quarta - Contadini di Punta Raisi
11) Radio Zapata - Da qui all'eternità (i cento passi)
12) Analphabet City - Profumo di Maggio
13) Felicia Vitale Impastato + Resina - A matri di Pippinu

GIUSEPPE IMPASTATO - BIOGRAFIA

Nato a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con un'auto imbottita di tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un'attività politico-culturale antimafiosa.
Nel 1965 fonda il giornalino "L'Idea socialista" e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo "Musica e cultura", che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.); nel 1976 fonda "Radio Aut", radio privata autofinanziata, con cui denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini - e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti - che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era "Onda pazza", trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Stampa, forze dell'ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di suicidio. Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro Siciliano di Documentazione di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l'inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d'Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il Paese. Nel maggio del 1984 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla "Pizza Connection". La madre rivela un episodio che sarà decisivo: il viaggio negli Stati Uniti del marito Luigi, dopo un incontro con Badalamenti in seguito alla diffusione di un volantino particolarmente duro di Peppino. Durante il viaggio Luigi dice a una parente: "Prima di uccidere Peppino devono uccidere me". Morirà nel settembre del 1977 in un incidente stradale.


Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l'archiviazione del "caso Impastato", ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei "corleonesi". Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un'istanza per la riapertura dell'inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l'inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l'Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell'udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell'Ordine dei giornalisti.

Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini.

Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Badalamenti e Palazzolo sono successivamente deceduti.
Il 7 dicembre 2004 è morta Felicia Bartolotta, madre di Peppino.

Altre informazioni su: www.centroimpastato.it



Onorificenza del Presidente della Repubblica ad Anna Puglisi

L' 8 marzo 2008, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, dedicata alle Donne per la Democrazia, a 60 anni dalla Costituzione della Repubblica Italiana e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito ad Anna Puglisi l'onorificenza di Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana, con la seguente motivazione:
Con i suoi studi e la sua attività di raccolta di testimonianze di vita, svolta soprattutto attraverso il Centro Siciliano di Documentazione, intitolato a Giuseppe Impastato, ha valorizzato il contributo delle donne nella mobilitazione antimafia.




Il Centro Impastato, l'antimafia assistita e l'informazione "distratta".

Sul numero 7 del 21 febbraio 2008 del settimanale "L'Espresso" è stato pubblicato un articolo di Riccardo Bocca dal titolo: Antimafia double face, in cui si legge: "Le associazioni, fondazioni, centri studi ricevono [dalla Regione Sicilia] 580 mila euro l'anno. Ma non è così: 77 mila 468 euro sono stanziati per il Centro studi Cesare Terranova, 180 mila 759 per la Fondazione Falcone, 77 mila 468 per la Fondazione Gaetano Costa e 50 mila per il Centro studi Pio La Torre. Restano invece inutilizzati 194 mila 305 euro che giacciono nelle casse regionali".

Il presidente del Centro ha inviato al direttore del settimanale la seguente lettera, che non è stata pubblicata:

Egregio Signor Direttore,

abbiamo letto con vivo interesse l'articolo di Riccardo Bocca, pubblicato sul numero del 21 febbraio.
Desideriamo informarLa che il Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, fondato da chi scrive e da altri nel 1977, e successivamente dedicato a Giuseppe Impastato, è totalmente autofinanziato, poiché, come si può leggere in esergo sul nostro sito (www.centroimpastato.it), "contesta le pratiche clientelari di erogazione del denaro pubblico".
Abbiamo chiesto più volte alla Regione siciliana di dotarsi di una legge di c arattere generale che stabilisca i criteri oggettivi di erogazione dei fondi pubblici, ma finora non ci siamo riusciti. Altre associazioni e altri centri studi sono finanziati attraverso leggine-fotografia. E' stato proposto anche a noi, nati molti anni prima degli altri, ma abbiamo respinto tali proposte, presentando bozze di disegni di legge e rinnovando le nostre richieste di una legge-quadro per le associazioni antimafia e più in generale per le associazioni culturali.
Nel 1999 era stata approvata una legge regionale che in qualche modo veniva incontro alle nostre richieste (istituzione di un Albo sulla base del lavoro svolto e della dotazione di materiali, presentazione di un programma...), ma in mancanza di un regolamento di attuazione, è rimasta inapplicata. Le altre associazioni, che avevano visto sospesi i fondi, hanno richiesto il ripristino delle vecchie leggine e fino ad oggi il Centro Impastato, l'unico dotato di una biblioteca, di un'emeroteca e di un archivio di atti giudiziari, e che ha svolto un'intensa attività di documentazione e di ricerca, continua ad essere autofinanziato. Continueremo ad avanzare le nostre richieste ma non riusciremo a spuntarla se continuiamo ad essere isolati in primo luogo da chi continua a praticare quella che abbiamo definito l'"antimafia assistita".
Le invio una nota sintetica sul Centro.
Con i migliori saluti e auguri di buon lavoro.
Il Presidente del Centro Impastato di Palermo Umberto Santino




Campagna della memoria



Campagna della memoria: Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia. Ricordare Orcel e altre iniziative - Conferenza stampa.

Giovedì 13 ottobre 2005, alle ore 10,30, nei locali del Centro Impastato, via Villa Sperlinga 15, si svolgerà una conferenza stampa per la presentazione della proposta:

Campagna della memoria
La memoria e il progetto
Per la creazione di un memoriale-laboratorio
della lotta alla mafia.

Ricordare Orcel e altre iniziative.


La conferenza è promossa dal Centro Impastato; partecipano: Libera, l'Arci e la Cooperativa Lavoratori del Cinema e del Teatro (CLCT).

Il Centro Impastato, in continuità con la sua attività avviata nel 1977 con il convegno nazionale: "Portella della Ginestra: una strage per il centrismo", proseguita con le sue ricerche, con la pubblicazione del volume Storia del movimento antimafia, con la collaborazione con l'Associazione nazionale Libera per la redazione dell'elenco dei caduti nella lotta contro la mafia, i cui nomi vengono letti il 21 marzo e la proposta di pubblicazione di un'Agenda dell'Italia civile, e con l'Associazione nazionale magistrati per la pubblicazione di un calendario e il concorso nelle scuole che ha prodotto il volume La memoria ritrovata, promuove una campagna della memoria, programmando le seguenti iniziative:

1) creazione di un Memoriale-Laboratorio della lotta alla mafia. La proposta ha già incontrato un certo interesse e alcuni consiglieri comunali hanno presentato una mozione con l'indicazione di uno spazio per la realizzazione di una struttura polivalente, che sia insieme: mostra permanente sulla storia della mafia, della lotta contro di essa e del contesto sociale, biblioteca-emeroteca, casa delle associazioni antimafia, laboratorio per la progettazione di nuove iniziative.

2) Ricordare i caduti nelle lotte contro la mafia. Iniziative in programma: ricordare Giovanni Orcel dirigente sindacale assassinato il 14 ottobre 1920. Lapide sul luogo dell'assassinio: Corso Vittorio Emanuele - angolo con via Collegio del Giusino; pubblicazione di un libro (autore Giovanni Abbagnato), preparazione di un video, con CLCT (Cooperativa Lavoratori del Cinema e del Teatro).
Ricordare i Fasci siciliani: lapide in via Alloro 97, dove nel maggio del 1893 si tenne il congresso regionale dei Fasci siciliani. Lapidi nei paesi in cui avvennero i massacri ai tempi dei Fasci e iniziative di studio e riflessione nelle scuole e in altri luoghi.

3) Raccolta di testimonianze dei protagonisti delle lotte contadine.

Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato





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