|
Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato"La mafia ai cantieri navali |
È incredibile quanto l'esperienza di un uomo, con il suo lavoro e le sue aspirazioni, la sua dignità e le sue sconfitte, possa attraversare scenari sociali e politici di tale complessità da fare apparire il suo impegno non solo un contributo di civiltà, ma anche una chiave di lettura di fatti e fenomeni sociali che, quando non spiegati, sono destinati a divenire ostacoli per ogni ipotesi di crescita civile della società.
L'impegno politico e sociale di Gino Basile nel Movimento sindacale, e in particolare nel Sindacato dei metalmeccanici della CGIL, si realizza prevalentemente in un importante insediamento industriale come il Cantiere navale di Palermo, tradizionale presidio, in una realtà degradata, di quella civiltà del lavoro unica fonte per il superamento di ogni marginalizzazione sociale ed economica.
Scorrendo i documenti relativi all'impegno del delegato della Fiom CGIL Basile si evince certamente una forte componente etica derivante dalla razionalizzazione di eventi cruciali della propria storia personale nella cui esperienza quotidiana aveva conosciuto i simboli e gli effetti della violenza e della sopraffazione, ma nel contempo si rende palese una notevole lucidità nell'analisi della realtà industriale dello stabilimento navale palermitano e dell'azione sindacale in esso svolta, nei suoi aspetti contingenti e strategici.
Il contesto fisico, in cui la consapevolezza e la «rivolta» di Gino maturano, è solo parzialmente tradizionale: un'area quella della borgata dell'Acquasanta e zone limitrofe a forte densità mafiosa e quindi con un controllo malavitoso del territorio pressoché totale ma anche un contesto dove le cosche dominanti dovevano misurare le loro strategie con realtà economiche e produttive dinamiche, come il Cantiere navale, il Porto e il Mercato generale ortofrutticolo (u scaru), di tale rilievo economico da richiedere alle famiglie mafiose locali, se non un «salto di qualità», certamente un adeguamento dei loro metodi di condizionamento alle mutazioni nelle strategie aziendali dei grossi contesti di riferimento.
Sia ben chiaro che qui non si vuole parlare di mafia imprenditrice, dando a questa definizione il significato di una profonda mutazione genetica della criminalità organizzata in termini di controllo di segmenti produttivi ad alto contenuto tecnologico, atteso che risulta evidente che esso riguardava ambiti «tradizionali», quali la manodopera illegale e gli appalti per interventi a basso contenuto tecnologico, per lo più nei settori della pulizia, della pitturazione, della movimentazione, dei ponteggi, dei trasporti, etc...
Tuttavia è indubbio che alcune scelte strategiche, ad esempio quelle maturate nell'azienda Fincantieri del Cantiere navale, quali il ricorso sempre più massiccio ad un sistema di appalti non riconducibile a precise scelte di decentramento industriale con una chiara previsione dell'indotto nelle sue diverse articolazioni, hanno indotto le organizzazioni mafiose a superare la presenza in attività collaterali quali la mensa aziendale (della quale erano stati peraltro cacciati dagli operai alla fine degli anni '40) per concentrarsi nel sistema degli appalti dove avrebbero tradotto in pratica quotidiana tutti gli aspetti di degenerazione criminale, dal già citato controllo illegale e violento della manodopera, all'eliminazione di una corretta concorrenzialità tra le «ditte», ad una presenza asfissiante e diretta nello stabilimento agita con l'intimidazione nei confronti dei lavoratori ed anche delle strutture sindacali aziendali.
Questo scenario attraversa la fine degli anni '70 e gli anni '80 fino ai nostri giorni con effetti micidiali sotto il profilo della coesione sociale all'interno del Cantiere.
Sotto il profilo industriale, si registra un evidente processo di ridimensionamento aziendale con la riduzione costante e significativa di investimenti, in termini finanziari e di know how, con un calo complessivo di migliaia di addetti e la scomparsa, pressoché completa, di alcune professionalità significative all'interno della cantieristica navale.
Sotto il profilo politico-sindacale si rivela di fondamentale importanza l'intuizione di Gino Basile che denuncia un'oggettiva coincidenza di intenti tra la palese volontà di disimpegno su Palermo da parte della Fincantieri e la forte presenza malavitosa all'interno del Cantiere.
Gli effetti di tale presenza si concretizzavano nel perseguimento da parte delle cosche di un'economia di rapina che alterava a loro vantaggio i rapporti imprenditoriali all'interno dell'azienda ed esercitava un controllo su tutti gli addetti teso a rompere quel fronte di solidarietà che aveva rappresentato tradizionalmente le grande forza dei lavoratori del Cantiere, per la conquista di migliori condizioni di vita e di lavoro, in un'azienda in grado di offrire una prospettiva di progresso sociale ed economico anche per le future generazioni.
La tesi di Basile, già negli anni '80, sosteneva che il Cantiere navale era stato condannato alla dissoluzione nel momento in cui alla crisi mondiale della cantieristica, a cavallo tra gli anni '70 e '80, Fincantieri decideva di non contrapporre una vera ristrutturazione che, a fronte di sacrifici negli incrementi salariali e nell'occupazione, contemplasse una politica di investimenti mirati al mantenimento di un livello tecnologico dello stabilimento equiparabile a quello di altri cantieri del gruppo, oggi non casualmente competitivi nei mercati internazionali.
In questo quadro, in cui la produttività non viene perseguita con coerenti strategie industriali e finanziarie, la mafia allarga la sua influenza in un contesto sociale cittadino distratto, con un quadro politico solo episodicamente ed apparentemente interessato.
Il Sindacato impegnato in posizione di difesa in un difficile contesto nazionale di ristrutturazioni industriali, probabilmente non comprende, nei suoi livelli territoriali e nazionali, il vero contenuto dello scontro a Palermo ritenendo, sotto il profilo industriale, la realtà dello stabilimento palermitano assimilabile ad altre realtà nazionali e sul fronte della lotta alla mafia rimanendo appiattito su posizioni di generica denuncia e forse timoroso che una convinta azione di contrasto potesse mettere in discussione l'esistenza stessa dell'azienda.
Un tragico errore questo, oltre che sotto il profilo etico, anche sul versante della vertenzialità che in questo clima perde qualità programmatica e perfino credibilità politica dato che Fincantieri si rende protagonista di una costante disattenzione sui temi del confronto sindacale e, in più di qualche caso, di vere e proprie inadempienze.
Ma quale era il profilo del sindacato palermitano già negli anni '80 quando la crisi di strategia e rappresentatività si rendeva evidente?
La chiusura delle miniere, la dissoluzione del movimento contadino con la conseguente diaspora verso le regioni del Nord Italia e dell'Europa continentale, la crisi della cantieristica navale e di altri settori dell'industria pesante con i loro contraccolpi sulle speranze operaiste, mettevano al centro delle mediazioni sociali la spesa pubblica con un conseguente rapporto tra istituzioni locali e sindacato in cui ruoli e atteggiamenti rischiavano di passare dalla «confusione» di compiti alla contrapposizione politica finalizzata alla costruzione di assetti di potere.
Sotto questo profilo assume un eccezionale valore emblematico la vertenza dei comunali di Palermo che tra il novembre e il dicembre del 1988, prendendo spunto da una contestata interpretazione di un articolo del contratto degli Enti locali, il famigerato articolo 41 sul riequilibrio stipendiale, mettevano in ginocchio la città con uno sciopero ad oltranza di tutti i servizi durato ben 13 giorni.
In quella vertenza, condotta, in una prima fase in pieno accordo dai sindacati confederali, particolare rilievo assume il ruolo della CISL tradizionalmente maggioritaria tra i lavoratori pubblici e spesso considerata in una situazione di «simbiosi vischiosa» con il partito egemone della Democrazia Cristiana.
Fu presto chiaro che una rivendicazione dei lavoratori comunali animata da un reale disagio salariale era stata cavalcata spregiudicatamente da precisi gruppi di pressione politica interni alla Democrazia Cristiana che, insieme ai tradizionali «satelliti» (repubblicani ed altri), ai socialisti particolarmente agguerriti e ad una frangia del PCI, ritenevano di dovere chiudere i conti con la novità nell'Amministrazione di Palermo rappresentata dalla Giunta Orlando-Rizzo.
La CGIL, soprattutto la sua Camera del Lavoro di Palermo, affrontava un grave travaglio: nell'immediato non ha l'autorevolezza per dissociarsi tempestivamente Ð anche da posizione minoritaria Ð da uno sciopero che aveva preso una pericolosa piega di faida politica e di irresponsabilità civile culminata in episodi di eccezionale gravità.
In quei giorni si verifica un nuovo atto di pubblica apologia mafiosa (già poco tempo prima gli operai dell'impresa dei Cassina avevano manifestato contro Orlando con cartelli inneggianti alla mafia) sintetizzata in una gravissima e irresponsabile frase lanciata durante un'assemblea da un sindacalista della CISL che testualmente si riporta: «Se portare avanti una giusta causa significa essere mafioso, io vi dico: viva la mafia!».
Altro episodio inquietante di quei giorni è un lugubre corteo di dipendenti comunali preceduto da due bare vuote sormontate da un cartello con la scritta: «Per i cari estinti Orlando e Rizzo, i signori comunali (non) piangono».
Fu un terremoto con grandi contraccolpi su tutto il sindacato palermitano; si levano da più parti analisi molto critiche sulla cultura politica di riferimento del sindacato palermitano con alcuni duri interventi di importanti esponenti del mondo politico, sindacale e della cultura quali Bruno Trentin, Antonio Bassolino, Alfredo Galasso, Nando Dalla Chiesa e di associazioni come l'Arci regionale, il Coordinamento antimafia e settori consistenti delle forze politiche cittadine e regionali.
A Palermo, Franco Padrut, segretario cittadino del PCI ed ex segretario della Camera del Lavoro, denuncia una crisi di strategia della CGIL in termini di rappresentatività, di autonomia politica e culturale, mentre Claudio Riolo, uscito dalla segreteria regionale del PCI per contrasti sull'impegno antimafia, pone l'accento sul carattere corporativo del Sindacato, poco sensibile agli interessi generali e politicamente subalterno ai partiti.
La componente di sinistra della CGIL, Democrazia consiliare, polemicamente dichiarava di ritenere che la frase del sindacalista della CISL, «viva la mafia», rappresentava un'esigenza dettata dal subconscio del suo autore mentre, per quanto riguardava le dichiarazioni del segretario della Camera del Lavoro di Palermo Tripi che in un'intervista all'Unità aveva attaccato CISL e UIL rei, a suo avviso, di strumentalizzare lo sciopero, Democrazia consiliare sosteneva l'assenza di tempismo del segretario e quindi il rischio di essere accusato a sua volta di avere «strumentalmente denunciato la strumentalizzazione».
Significative anche alcune posizioni di militanti di base quali i medici CGIL dell'Ospedale Cervello che arrivano a dichiarare: «Che la gente sappia che nello stesso Sindacato esistono altri militanti e altri dirigenti e che mentre alcuni suonavano casse da morto..., altri tentavano di promuovere con Sindaco e Vice Sindaco una coraggiosa analisi sugli ospedali palermitani e sul loro destino».
Anche la società civile scende in campo: Nino Rocca del Centro sociale «San Francesco Saverio» considera talmente grave l'operazione di strumentalizzazione anti-Orlando da richiedere una sospensione dei rapporti con i sindacati in attesa che la parte sana degli stessi possa ristabilire posizioni di chiarezza e trasparenza. Sulla stessa drastica linea il segretario regionale dell'Arci Giovanni Ferro.
Altrettanto dura la critica ai sindacati del Centro «Impastato» che non si limita ad osservare la degenerazione «mirata» della lotta sindacale, ma affonda ulteriormente l'analisi di quella fase, complessivamente inquietante, richiamando all'attenzione della società civile gli attacchi e le guerre normalizzanti nel Palazzo di giustizia, riferendosi evidentemente alla vicenda Meli-Falcone che segnò l'inizio della dissoluzione del pool antimafia voluto da Nino Caponnetto e, ancor prima, da Rocco Chinnici, decisa dai poteri forti della politica e della Magistratura.
Sono giorni difficilissimi, la polemica tra CGIL di Palermo da un lato e CISL e UIL dall'altro raggiunge livelli inusitati, mentre le segreterie nazionali sono investite dal «problema» Palermo nei suoi aspetti sindacali, ma inevitabilmente anche in quelli politici.
Marini, segretario nazionale della CISL, si trova davanti uno schieramento di suoi dirigenti siciliani (D'Antoni, Cocilovo, Riggio, Bonanni), cresciuti politicamente con il Sindaco Orlando, ma che adesso, nonostante alcune successive attenuazioni di toni, si contrappongono, in alcune fasi con molta durezza, a quello che veniva indicato come il rinnovatore della politica cittadina.
Si rendeva evidente che il tentativo di rottura con i vecchi potentati, avviato dalla nuova leva dei dirigenti della CISL all'indomani del delitto Mattarella, incontrava i limiti dello stesso nuovo gruppo dirigente nell'immaginare una battaglia interna condotta fino all'estremo delle conseguenze e scontava non poche contraddizioni per la presenza condizionante di ampi settori cislini facenti parte integrante di inquietanti correnti democristiane direttamente riconducibili agli onnipresenti Lima e Ciancimino.
La UIL, con la sua segreteria regionale, regge assieme alla CISL la polemica contro la Camera del Lavoro, rea di avere rinnegato quanto deciso insieme contro il Sindaco Orlando e il Vice Sindaco Rizzo, a loro volta responsabili, secondo alcune dichiarazioni di esponenti CISL e UIL, di avere incoraggiato il Sindacato nella prosecuzione dello sciopero. Ovviamente non si intende esprimere alcuna valutazione sulla veridicità dell'episodio sopra riportato, ma anche in caso di accoglimento della tesi dei dirigenti CISL e UIL il suddetto episodio di per sé non rappresenta certo una giustificazione onorevole per il Sindacato, anziƒ
Nella CGIL l'intervento del segretario nazionale Bruno Trentin è durissimo; le sue critiche al sindacato palermitano sono forti e non ammettono giustificazioni di sorta, nemmeno se legate al ruolo delle altre sigle. La polemica con CISL e UIL sollevata, per alcuni tardivamente, dal segretario della Camera del Lavoro, pone un serio problema di rapporto all'interno dell'Organizzazione tra le componenti comunista e socialista, mentre la minoranza di Democrazia consiliare chiede un ricambio radicale negli incarichi di vertice e soprattutto l'affermazione di una maggiore democrazia formale e sostanziale nelle sedi delle decisioni.
Intanto, in attesa della discussione sulla scelta di celebrare il Congresso straordinario, poi sciolta positivamente, si fa strada, a più riprese, la possibilità che Tripi si dimetta, con tutto il conseguente corollario di prese di posizioni a favore e contro l'ipotesi. Trentin non chiede apertamente le dimissioni del Segretario della Camera del Lavoro di Palermo, ma certamente con i suoi toni duri e drastici alimentava il dibattito anche in questa direzione.
Particolare importanza assume nel presente ragionamento la discussione tra i militanti del Cantiere navale che in quei giorni vedeva rinnovato il suo Consiglio di fabbrica riconfermando la CGIL come il Sindacato più forte, davanti alla CISL e alla UIL.
Un componente del Consiglio di fabbrica di area comunista, Vincenzo Cangemi, a nome dei 650 tesserati della CGIL nel Cantiere navale, dichiarava la contrarietà alle dimissioni di Tripi che, a suo avviso, «non poteva pagare per tutti».
Parecchi lavoratori dissentono dalla linea del delegato e per bocca di un operaio consigliere comunale del PCI, Giuseppe Scarpaci, definiscono le dichiarazioni di Cangemi espresse a titolo personale e non conformi alla linea condivisa dai lavoratori; quindi annunciano una raccolta di firme per registrare il reale orientamento della base. Scarpaci esprime la convinzione circa la necessità di un profondo rinnovamento riassunta nella frase riportata dalla stampa: «...nella CGIL se uno sbaglia, molla le armi e va via, perché noi non siamo nella Democrazia Cristiana».
Ma qual è la risposta del sindacato palermitano alle gravi e, in qualche caso, feroci critiche provenienti da numerosi soggetti della politica e della società civile che arrivavano a chiedere, addirittura, una «rifondazione sindacale» in Sicilia?.
Da più parti ci si interroga sul perché il sindacato palermitano si è trovato contrapposto rispetto a interessanti processi di novità in un contesto dove ancora continuavano ad allungarsi le «ombre» inquietanti dei vecchi «comitati d'affari» impegnati a non perdere il controllo della vita politica ed economica della città.
Da questo punto di vista risulta illuminante la dichiarazione fatta alla stampa da un anonimo sindacalista della CISL, quindi posizionato in un ottimo punto di osservazione: «bisogna capire anzitutto che cosa ha portato il Sindacato a Palermo a convergere oggettivamente, il che non vuol dire allearsi stabilmente, sulle posizioni della vecchia torre democristiana che vede Orlando come il fumo negli occhi. È questo il nodo da sciogliere. Un nodo che stringe soprattutto la CISL».
L'atto più importante della «riflessione critica» se lo impone la CGIL palermitana che seguendo le indicazioni del Segretario nazionale decide di celebrare il suo Congresso straordinario con l'evidente intento di rimettersi in discussione, sia sotto il profilo dell'azione politica che degli assetti dirigenziali.
La CISL affida al segretario nazionale Marini il compito di ristabilire in Sicilia la credibilità della sua Organizzazione nel suo impegno antimafia e nel rapporto con le forze del rinnovamento, quella «primavera di Palermo» sulla quale poco tempo prima aveva pesantemente ironizzato il suo segretario provinciale Bonanni: «Macché primavera palermitana! La primavera la vedo quando ci sono alberi fioriti».
Tuttavia dall'azione del vertice della CISL quello che si desume è che, più che tentare di recuperare un rapporto con la città e le sue istanze, si tenti di risolvere una «questione» tutta interna alla Democrazia Cristiana recuperando un minimo d'intesa tra le parti, in cui includere il rapporto con Orlando, per ricompattare in un unico fronte partito e sindacato senza sconfessare tutte le critiche riversate dai dirigenti locali sulla Giunta del rinnovamento. Insomma una soluzione tutta democristiana, mentre i «comitati di affari» stanno a guardare tutt'altro che fuori gioco.
I dirigenti locali della CISL, da parte loro, non dimostravano di voler fare alcuna autocritica per i noti fatti della «vertenza comunali» e, più in generale, per eventuali responsabilità nella costruzione o nella gestione in continuità di un modello di Sindacato che tanto aveva fatto discutere.
A parte le scontate dimissioni dall'incarico, ma non dalla CISL (la segreteria regionale preciserà che non sarà cacciato), di Luigi D'Antoni, l'autore della frase terribilmente irresponsabile di apologia mafiosa, i vertici locali non si ritengono in discussione e anzi ostentano sicurezza arrivando a dichiarare con il segretario regionale Cocilovo che a Roma non esiste un «caso Palermo»; considerando l'evoluzione della vicenda bisogna dire che il segretario regionale aveva proprio ragione dato che di lì a poco Sergio D'Antoni, uomo di punta della CISL palermitana, sostituirà il segretario nazionale Marini e in seguito chiamerà a Roma Cocilovo alla Confederazione e Bonanni a capo dell'importante categoria degli edili. Sì, nella CISL non esisteva un caso Palermo; ci domandiamo solo che fine ha fatto Luigi D'Antoni, quello del «viva la mafiaƒ». Che sia stato promosso anche lui?
La CGIL palermitana affronta il suo congresso con un'attenzione particolare del nazionale (sono presenti due dirigenti nazionali, Cazzola e Agostini, inviati da Trentin) e la discussione segna una profonda verifica sul ruolo del Sindacato e sulla necessità di rilanciare un'identità politica capace di esprimere una nuova attenzione ai diritti di cittadinanza e ai rapporti con movimenti e culture plurali in grado di proporsi come soggetti del cambiamento.
Quindi un congresso il cui dibattito doveva segnare uno spartiacque tra due CGIL, una rinnovata nelle sue scelte strategiche ed organizzative, con una grande attenzione al recupero al patrimonio ideale della sua tradizione e un'altra che aveva introiettato un modello che non le apparteneva, secondo alcuni derivato dall'appiattimento sulla CISL, basato su una continua intermediazione con la politica che spesso finiva per sostituire una corretta vertenzialità costruita nei luoghi di lavoro e delle politiche del lavoro elaborate in piena autonomia dai partiti.
Una discussione che quindi lasciava presagire una decisa svolta, oltre che nelle strategie, anche negli assetti interni; ma non succede quasi nulla, la segreteria della Camera del Lavoro viene confermata in toto e anzi il segretario generale Italo Tripi, già in predicato di passare al regionale, rimane ancora per parecchio tempo all'ultimo piano del palazzetto di Via Meli, mentre il segretario responsabile della trattativa sull'articolo 41, Carmelo Di Liberto, presto entra in segreteria regionale confederale.
La Funzione pubblica, categoria protagonista della «crisi», che pure per bocca del suo segretario, Sandro Inzerillo, all'inizio della vicenda dei comunali aveva pubblicamente espresso contrarietà nel merito e nel metodo della lotta, senza però aprire una contraddizione interna e adattandosi sostanzialmente allo stato delle cose, viene «scompaginata» e lo stesso Inzerillo evita la defenestrazione, e anzi va in segreteria regionale, solo consumando una rottura traumatica con la sua componente, quella comunista, per passare a quella socialista. Alla faccia dell'autonomia!
Un epilogo questo che viene contestato duramente dall'esponente della componente di minoranza Democrazia consiliare, Toni Baldi, che nella sua dichiarazione di voto esprime l'amara convinzione che difficilmente i lavoratori e i cittadini tutti avrebbero compreso perché la CGIL aveva a messo in piedi un grande e rumoroso dibattito, interno ed esterno, con grandi analisi e profonde autocritiche, per poi non dare alcun segno di concreta inversione di tendenza, a partire dal rinnovamento dei gruppi dirigenti; quindi affondava il suo attacco ai vertici palermitani e nazionali evidenziando una diversa impostazione politica della segreteria nazionale, tanto decisa nella fase di preparazione del congresso a favorire un radicale ricambio della dirigenza, quanto conciliante verso una soluzione di continuità durante il congresso stesso. Questa constatazione lo porterà a denunciare provocatoriamente una sorta di «extraterritorialità» dei dirigenti siciliani, e palermitani in particolare, tali da garantirli perfino da un giudizio di incompatibilità con le scelte nazionali.
Certo, indipendentemente dalle preoccupazioni di Baldi, la sequenza degli avvenimenti fa pensare, più che ad un'Organizzazione dinamica, in grado di mettersi in discussione senza alcuna remora né riguardo ad eventuali esigenze di salvaguardia di carriere, ad una «istituzione» ripiegata su se stessa, che non riesce a trarre significative conseguenze da gravi errori particolarmente rilevanti in un Sindacato di grande tradizione popolare come la CGIL.
Quindi probabilmente la CGIL, nonostante quello scatto di orgoglio e di intelligenza politica che l'aveva portato a distinguersi positivamente da altre Organizzazioni, per il rigore con cui aveva dimostrato di volere affrontare la sua crisi, al momento della resa dei conti non riesce a liberare quelle energie positive e quei segnali forti in grado di indicare una diversa strategia di lungo respiro capace di «traghettare» l'Organizzazione in una nuova fase densa di profondi cambiamenti nella società, che chiedevano di essere interpretati ed affrontati con una nuova impostazione politica e organizzativa.
In questo contesto così complesso, Basile, che pure non rinnegherà mai l'orgoglio dell'appartenenza alla CGIL, avverte nella conduzione generale della Confederazione e in particolare della FIOM un'inadeguatezza rispetto alle sfide che la società e il mondo del lavoro presentavano.
I documenti e le cronache dell'epoca riportano il drammatico contrasto di un operaio militante di base che, in modo sofferto, non riconosce più i suoi compagni dirigenti perché li ritiene arroccati su posizioni burocratiche per salvaguardare le quali, a suo avviso, non esitavano ad imporre un grave deficit di democrazia. Basile ritiene questo il problema che impedisce l'attivazione di processi autenticamente democratici in grado di «spostare» posizioni politiche e sindacali, da lui ritenute spesso sbagliate nel merito e nel metodo, quando non dettate da ignavia e protervia.
Lo scontro anche in questo caso fu durissimo e raggiunse livelli di gravissima contrapposizione personale con scambio di pesanti accuse che, di fatto, impedirono ogni possibilità di dialogo.
Tuttavia l'opposizione dura di Basile non doveva essere del tutto infondata se Gioacchino Bonomo in un saggio sulla ristrutturazione produttiva nel Cantiere navale, pubblicato nel dicembre 1980 sulla rivista «Segno», scriveva:
Inoltre, le assemblee di reparto convocate per la discussione del documento sull'organizzazione del lavoro hanno visto schierato completamente compatto il Consiglio di fabbrica a difesa delle posizioni aziendali, facendo spesso affermazioni gratuite («se non si approva questo documento il Cantiere chiuderà») e liquidando l'opposizione interna allo stesso organismo con una gestione strettamente verticistica che consegna alla cronaca il pallido ricordo di un C.d.F. che fu protagonista, appena nel '73, di una vasta mobilitazione di massa a difesa delle libertà democratiche, contro ogni manovra repressiva e autoritaria. Nessuna meraviglia quindi se, in questa fabbrica con 2.700 operai iscritti alla FLM, su 3.100, l'ultimo sciopero generale ha visto un terzo degli operai mettersi in ferie o in malattia, e la maggioranza degli altri due terzi hanno completamente disertato la manifestazione sindacale. È forse l'unico modo rimasto in mano a questa classe operaia, sconfitta prima sul posto di lavoro e poi a livello politico, di continuare a manifestare la propria estraneità a questo processo di forzata responsabilizzazione produttiva, subendo certamente, ma senza dare consensi.
Il triste epilogo della vicenda personale di Basile fu il deferimento ai probiviri della CGIL che decretarono la sua espulsione e con essa il suo drammatico isolamento politico e sociale in un contesto ambientale estremamente pericoloso.
Basile contestò il provvedimento e in questo incontrò, tra tanto ostracismo, anche atti concreti di solidarietà. Famosa divenne la polemica del dirigente nazionale Mario Sai, responsabile del Dipartimento per il Mezzogiorno, con il collegio dei Probiviri. Sai denunciava, con evidente riferimento al caso Basile, la possibilità di una commistione tra lotta politica e sanzione disciplinare e rivelava la tendenza dei Probiviri stessi a trasformarsi in organismo di rapida garanzia per i dirigenti, mentre spesso si dichiaravano incompetenti, o comunque procedevano con estrema lentezza, quando si dovevano esaminare ricorsi di militanti di base contro atti di «burocratizzazione», o addirittura di grave abuso dei vertici.
Anche in questo caso ci furono «scintille» tali da richiamare l'intervento pubblico del segretario generale Bruno Trentin e del suo aggiunto Ottaviano Del Turco, che pur dichiarando di non volere entrare nel merito di episodi concreti, stigmatizzavano duramente le dichiarazioni di Sai, dando pieno appoggio ai Probiviri e quindi, di fatto, chiudendo drasticamente la vicenda Basile.
Chissà se l'Onorevole Del Turco, oggi presidente della Commissione antimafia, si è ricordato di quella lettera, quando poco tempo fa si è trovato davanti Gino Basile, esule e senza prospettiva di futuro, ritenuto adesso degno di essere ascoltato in una sede solenne delle Istituzioni su quanto aveva già detto prima di essere espulso.
Naturalmente, da parte del gruppo dirigente, con accentuazioni diverse nel tempo, vennero lanciate nei confronti di Basile, fino a tempi recenti, altre accuse di «avventurismo sindacale», esagerato protagonismo ed autoesaltazione, con una veemenza, invero, meritevole di altri obiettivi e, in molti casi, tendente a negare l'essenza stessa del suo impegno.
Ma il duro disagio di Gino Basile non doveva fermarsi all'aspra e dolorosa contrapposizione all'interno della sua Organizzazione; sarebbe infatti arrivato presto un colpo terribile, soprattutto diretto verso la sua famiglia.
Fincantieri reagiva alle accuse di Basile, rivolte anche alla Direzione aziendale, intentando una causa per diffamazione e successivamente licenziandolo in tronco.
Basile commenterà più tardi con struggente amarezza:
Cacciato dal Sindacato, senza lavoro, con la famiglia in mezzo alla strada e con i mafiosi che mi passeggiano davanti sbeffeggiandomi e lasciandomi intendere che quando vogliono possono chiudere la partita senza nemmeno tanto rumore. Bell'affare hanno fatto mia moglie e i miei figli ad avere un marito e un padre che gli ha dato tante preoccupazioni e che adesso non è neanche più in grado di sostentarli.
Seguirono alcuni atti di solidarietà di forze politiche e associazioni e lo stesso Sindacato confederale unitariamente espresse condanna per la decisione di Fincantieri, ma non andò al di là di atti rituali.
La stessa CGIL non riuscì a superare il suo miope arroccamento e pur assicurando la generica solidarietà dovuta al lavoratore, non ritenne di dovere riaprire il capitolo dell'espulsione e soprattutto delle denunce di Basile, preoccupandosi anzi di dimostrare, in modo invero alquanto improbabile, l'assoluta mancanza di coincidenza tra l'espulsione dal Sindacato e il licenziamento di Basile. Certo che se consideriamo una delle qualità più importanti del sindacalista la capacità di previsione delle conseguenze di ogni atto o comportamento, dovevano essere ben stolti, se non altro, quei dirigenti sindacali che ritenevano che il plateale isolamento sindacale del Basile non dovesse rappresentare un oggettivo lasciapassare per la volontà di vendetta di Fincantieri. Sì, un'autentica vendetta del vertice aziendale, come sarà chiaramente dimostrato dall'ulteriore evoluzione della vicenda; infatti, alla decisione della Pretura del lavoro di Palermo, su ricorso di Basile, di dichiarare illegittimo il licenziamento con la conseguente intimazione a riassumere, Fincantieri rispondeva con un atteggiamento incomprensibile, se non posto nell'ottica di una inflessibile resa dei conti dai contenuti, oltre che odiosi, apparentemente anche irrazionali. Basile, dalla data della sua riassunzione per ben quattro anni sarà regolarmente retribuito a casa senza lavorare; Fincantieri, alla faccia della gestione produttiva, preferisce sobbarcarsi di un onere non indifferente, più di qualche centinaio di milioni, pur di non consentirgli il rientro in fabbrica a contatto con i compagni di lavoro.
Un comportamento questo, che, al di là dei chiarimenti che auspichiamo potranno venire dai processi e dalle indagini in corso, fa sorgere più di qualche interrogativo: com'è possibile che un'azienda di un gruppo pubblico come Fincantieri decida impunemente di usare in modo dichiaratamente improduttivo somme non astronomiche (gli operai non guadagnano granché), ma certamente considerevoli, solo per resistere ad una decisione non gradita di una Pretura? Non esiste, sia pure surrettiziamente, un problema di danno all'Erario? E inoltre, perché Basile non doveva più entrare in Fincantieri, costi quel che costi (è proprio il caso di dirlo)? Alla luce del comune buon senso, ma soprattutto delle risultanze delle ultime indagini, un bisogno di trasparenza si impone.
Per quanto riguarda la proiezione interna al sindacato, non interessa esprimere in questa sede ulteriori giudizi su una vicenda che ha visto nella CGIL un duro scontro, ma più in generale occorre una presa di coscienza del livello di inadeguatezza di importanti presidi di legalità rispetto ai quali fatti inconfutabili hanno ormai disvelato il senso vero e profondo della battaglia di Gino Basile.
D'altra parte quello che ha ispirato questo lavoro di documentazione è la volontà di riaprire una discussione in cui i destinatari principali sono tutti quei lavoratori che, come Gino non hanno trovato cittadinanza nel loro bisogno di giustizia e verità e ai quali si vuole dare idealmente voce; i tanti, che pur esprimendo bisogni forti e valori autentici si sono fermati prima di Gino Basile perché non ce l'hanno fatta a reggere il peso di un impegno senza confini e, soprattutto, senza punti di riferimento.
La domanda che si propone oggi a quanti vogliono riflettere su una drammatica fase del Sindacato a Palermo è la seguente: perché una vicenda come quella di Gino Basile, in tutta la sua drammatica verità, non ha trovato, in tempo debito, un punto di equilibrio dentro la sua Organizzazione?
Probabilmente l'excursus che abbiamo provato a percorrere (speriamo utilmente, anche al di là dello stesso intento dei proponenti), insieme ai fatti emblematici che si è voluto evidenziare, può aiutare a dare qualche risposta e, soprattutto, può divenire memoria utile per la crescita nella libertà e nella solidarietà della nostra Organizzazione.
Questo riteniamo oggi il modo migliore per concorrere allo sviluppo di processi di autentica democrazia in una grande Organizzazione di uomini e donne liberi e in una società sempre più giusta.
Questo è stato il modo con cui Gino Basile ha dimostrato e continua dimostrare l'attaccamento alla sua CGIL, a quell'Organizzazione sindacale che alla fine ha trovato, comunque e nonostante tutto, nei suoi valori più profondi la capacità di ridargli il posto e, auspichiamo, il ruolo che gli competeva per ricominciare insieme, senza ipocrisie ma con tanta buona volontà, un cammino di verità e giustizia.
Questo è anche il senso dell'impegno profuso in queste note.
In ogni caso: buona fortuna, Gino. Buona fortuna di cuore.