Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" - Onlus

Documenti e scritti vari - L'attività di ricerca del Centro Impastato

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Umberto Santino

L'attività di ricerca del Centro Impastato

1. Un percorso di ricerca: dalle idee correnti al paradigma della complessità

Nel 1984 il Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" ha elaborato il progetto di ricerca "Mafia e società" con l'intento di contribuire a una conoscenza più adeguata del fenomeno mafioso. La metodologia seguita, nell'impostazione e nell'attuazione del progetto, si può così sintetizzare:
1) analisi delle idee correnti (stereotipi, idee prive di qualsiasi validità scientifica ma radicate nell'immaginario collettivo e in qualche modo presenti anche all'interno del mondo professionale e accademico; esempi: mafia come emergenza, cioè: la mafia esiste quando spara ed è un fenomeno rilevante quando uccide personaggi di primissimo piano, come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, o come antistato; paradigmi: elaborazioni prodotte in base a una metodologia, esplicita o implicita e verificate, anche parzialmente, da indagini e ricerche empiriche, sulla base della raccolta e interpretazione di una certa massa di dati: mafia come associazione a delinquere tipica e mafia-impresa, rappresentazioni che colgono aspetti parziali del fenomeno mafioso;
2) formulazione di un'ipotesi definitoria (paradigma della complessità): mafia come fenomeno complesso, risultato dell'interazione tra crimine, accumulazione, potere, codice culturale, consenso; i gruppi criminali agiscono all'interno di un sistema relazionale (blocco sociale) al cui interno la funzione dominante è svolta dai soggetti illegali e legali più ricchi e potenti (borghesia mafiosa);
3) verifica di tale ipotesi attraverso la ricerca.
Il testo in cui viene esposto questo quadro metodologico: U. Santino, La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino 1995. Indicazioni anche in Idem, La borghesia mafiosa. Materiali di un percorso di analisi, Centro Impastato, 1994.

2. Le ricerche effettuate finora

1) Ricerca sull'omicidio a Palermo e sui processi per omicidio, pubblicate nei volumi G. Chinnici, U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi, e AA.VV., Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, entrambi pubblicati da Franco Angeli, 1989, 1992. La ricerca riguardava gli omicidi in generale e in particolare quelli mafiosi registratisi a Palermo e provincia negli anni 1960-66 e 1978-1984 (al cui centro si collocavano le "guerre di mafia" dei primi anni '60 e dei primi anni '80) con un aggiornamento al triennio 1985-87. Nella ricerca, con un'impostazione vittimologica, abbiamo studiato circa 1.300 omicidi, elaborando il concetto di matrice, inteso come processo di causazione e consumazione del delitto alla cui configurazione concorrono la situazione conflittuale, le modalità del delitto, le caratteristiche sociali, economiche e di ruolo delle vittime e degli autori, i moventi. Risultanze della ricerca: la violenza mafiosa si configura come violenza programmata, intesa a risolvere la gara egemonica interna e a condizionare il corpo sociale e l'assetto istituzionale, bloccando movimenti o progetti che possono ostacolare le attività mafiose, e spesso essa riesce a raggiungere i suoi scopi, anche se l'escalation della violenza, soprattutto se si rivolge contro rappresentanti delle istituzioni (strage di Ciaculli del 1963 e delitto Dalla Chiesa del 1982) innesca effetti boomerang (Commissione parlamentare antimafia degli anni '60 e '70, legge antimafia del 1982, maxiprocesso, arresti, condanne) che però presentano il limite dell'emergenzialità e comportano la sovraesposizione della magistratura attivata in funzione di supplenza.

2) Ricerca sulle attività imprenditoriali mafiose, pubblicata nel volume U. Santino, G. La Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, 1990 La ricerca è stata condotta sulla base della documentazione prodotta dalla Commissione parlamentare antimafia per gli anni '50 e '60 in cui, contrariamente alle tesi correnti, è dato riscontrare una consistente attività imprenditoriale, ricostruita attraverso lo studio di alcuni casi (per esempio il costruttore Vassallo) e degli accertamenti per l'attuazione della legge antimafia, scorporando i riferimenti ad attività imprenditoriali o commerciali direttamente o indirettamente gestite da indiziati di mafia. Per gli Stati Uniti sono state utilizzate, assieme alla letteratura più significativa (Landesco, Surtherland, Bell, Cressey, Block, Janni, Graebner Anderson, D.C. Smith), fonti ufficiali come le inchieste di commissioni federali e congressuali (Kefauver, McClellan, Kaufman). Risultanze della ricerca: le imprese classificabili come mafiose, per i soggetti coinvolti, perché utilizzano capitali di provenienza illegale, per le modalità di svolgimento della lotta concorrenziale, sono risultate di modesta entità, spesso sulla carta e in larghissima parte con funzione di copertura delle attività illecite. Sono stati studiati i rapporti tra imprese mafiose e mercato ed è stata individuata la seguente tipologia: contiguità e compenetrazione (appalti e subappalti), convivenza, concorrenza ed eliminazione (particolare attenzione è stata rivolta agli omicidi di imprenditori).

3) Nel mio saggio La mafia finanziaria. Accumulazione illegale e complesso finanziario industriale (pubblicato in italiano sulla rivista "Segno", n 69-70, aprile-maggio 1986 e in inglese sulla rivista "Contemporary Crises", settembre 1988, ripubblicato in La borghesia mafiosa, già citato) veniva tracciata un'ipotesi di ricerca sugli aspetti finanziari del fenomeno mafioso e di altre forme di crimine organizzato e sui processi di finanziarizzazione dell'economia e venivano date indicazioni per un'integrazione della legislazione italiana che non conteneva il benché minimo riferimento alla variegata fenomenologia delle innovazioni finanziarie (fondi comuni, titoli atipici ecc.) che avrebbero conosciuto un'incessante proliferazione negli anni successivi. Il saggio era e voleva essere il primo passo di un progetto di ricerca che abbiamo proposto anche ad alcuni studiosi e docenti universitari degli Stati Uniti, ma che non si è potuto realizzare.

4) Tra i nostri propositi c'è stato e c'è ancora un progetto di ricerca su Palermo, continente inesplorato o inadeguatamente e parzialmente frequentato, ma il progetto è rimasto a livello di buona intenzione. Istituzioni politiche e accademiche, ma anche soggetti della società civile, non si sono mostrati interessati e anche questo disinteresse ha avuto il suo peso nella nostra valutazione della realtà che è maturata in questi anni. Com'è noto, non siamo tra i cantori della "primavera di Palermo" e la nostra idea della città è più vicina alle impietose, forse discutibili ma non lontane dal reale, radiografie annuali de "Il sole-24 ore" che agli inni sul "rinascimento di Palermo" che hanno trovato eco nella pagina sulla città del sito internet delle Nazioni Unite. In questi anni c'è stata una divaricazione sempre più accentuata tra un'immagine che riusciva ad imporsi a livello nazionale e internazionale e una realtà che, nonostante le manifestazioni antimafia, i propositi di mutamento, qualche realizzazione, come l'avvio del risanamento del centro storico, rimane fortemente segnata da un altissimo tasso di disoccupazione (34,8%), dalla carenza di servizi, dall'illegalità diffusa che ne perpetua le caratteristiche mafiogene.
I materiali che abbiamo prodotto su Palermo hanno più il carattere di lavori preparatori e di esperimenti parziali che di studi compiuti. Mi riferisco in particolare al volume di A. Crisantino, La città spugna. Palermo nella ricerca sociologica, Centro Impastato 1990, e al volume Le tasche di Palermo. I bilanci del Comune dal 1986 al 1991, Centro Impastato 1992. Questa ricerca è stata svolta con il Cocipa (Comitato cittadino di informazione e partecipazione), un'altra rondine della "primavera palermitana" che prometteva bene ma che per essersi posti troppi problemi e per aver tentato di affrontarli con spirito autonomo, insieme critico e propositivo, ha dovuto ben presto interrompere il volo.

5) Il problema cruciale del rapporto tra mafia e politica è stato affrontato dal Centro non solo con le riflessioni teoriche. Qualche titolo: U. Santino, La mafia come soggetto politico, Centro Impastato 1994, Idem, L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino 1997. Il primo propone una lettura sociologica della politicità della mafia, con un duplice significato: la mafia attraverso la signoria territoriale si pone come gruppo politico in senso weberiano (compresenza di un ordinamento, di una dimensione territoriale, della coercizione fisica e di un apparato amministrativo); essa interagisce con le istituzioni in vari modi, per cui si configura una doppiezza della mafia (insieme fuori e dentro lo Stato: non riconosce il monopolio statale della forza ma intrattiene molteplici rapporti con esso, dall'uso del denaro pubblico al condizionamento dei processi decisionali, alla formazione delle rappresentanze) a cui corrisponde una sostanziale doppiezza dello Stato, che troppo spesso legittima l'agire mafioso attraverso l'impunità. Il secondo è un volume in cui ho raccolto materiali di documentazione e di denuncia, prima presentati nei dossier su Lima: una battaglia politica condotta in grande isolamento, in un periodo in cui venivano esaltate le rotture verbali ma non si badava alle compromissioni di fatto.

6) Tra le ricerche in corso, una è particolarmente annosa: quella su donne e mafia. Abbiamo pubblicato dei dossier di rassegna stampa, due volumetti con le storie di vita della madre di Peppino Impastato (La mafia in casa mia, La Luna, 1986, 2000), di Michela Buscemi e Pietra Lo Verso, donne del popolo palermitano costituitesi parti civili in processi di mafia (A. Puglisi, Sole contro la mafia, La Luna 1990), e un opuscolo (A. Puglisi, Donne, mafia e antimafia, Centro Impastato 1998). Brevemente sull'impo-stazione: la mafia è un'organizzazione formalmente monosessuale ma in realtà aperta, per cui non ci sorprendiamo delle notizie di cronaca che parlano di un ruolo crescente delle donne nella mafia, non solo come supplenti dei congiunti maschi. E le donne hanno avuto un ruolo importante nella mobilitazione antimafia, a partire dai Fasci siciliani (in alcuni paesi c'erano Fasci di sole donne).

7) Ricerca storiografica. Il Centro siciliano di documentazione ha avviato la sua attività nel 1997 con il convegno "Portella della Ginestra: una strage per il centrismo" (di cui abbiamo pubblicato una parte degli Atti; la mia relazione è stata ripubblicata nel volume La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino 1997) con la precisa intenzione di cominciare a ricostruire e a raccontare una storia dimenticata o travisata dagli stereotipi che mostravano una Sicilia insulare, più che geograficamente, culturalmente e socialmente, inchiodata alla perifericità e rassegnata a un destino di coloniale sottosviluppo. Tutta la vicenda del movimento contadino dimostra invece che c'è stato un protagonismo di massa che presentava caratteri di vera e propria lotta di liberazione, per la consistenza della partecipazione, la durata delle lotte, l'alto costo di sangue. La strage di Portella del primo maggio 1947, lungi dall'essere un fatto circoscritto, come era definita dall'allora ministro degli Interni, o la manifestazione di un disorientamento delle classi dominanti e il colpo di coda di un "drago morente" (il blocco agrario), come sosteneva la pubblicistica e la storiografia più accreditata, rappresentava il punto più alto di una strategia che si sarebbe rivelata vincente per il pesante condizionamento esercitato sul quadro politico, con la rottura dell'unità antifascista e la formazione dei governi centristi, frutto insieme delle scelte maturate a livello internazionale e della volontà delle forze conservatrici locali e nazionali di piegare con ogni mezzo il movimento contadino e le forze che lo sostenevano. Nasceva così la democrazia bloccata, formalmente aperta ma di fatto sbarrata a ogni possibilità di mutamento, come avrebbe in seguito ribadito il ricorso alle stragi, tuttora impunite.
Il nostro lavoro è continuato con la raccolte di storie di vita di protagonisti delle lotte contadine, di dirigenti locali e militanti di base (inedite) e con studi dedicati alla storia della mafia e dell'antimafia. Abbiamo studiato l'evoluzione del fenomeno mafioso come un intreccio di continuità e trasformazione, di rigidità formali ed elasticità di fatto, nel persistente sforzo di adeguazione ai mutamenti del contesto, rifuggendo alle consuete distinzioni tra mafia vecchia e mafia nuova e proponendo una periodizzazione che ci sembra più adeguata (una lunga fase di incubazione con i fenomeni premafiosi, mafia agraria, urbano-imprenditoriale, finanziaria), svolgendo solo una parte del lavoro che ci proponevamo (si vedano i volumi: U. Santino, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino 2000; A. Crisantino, Della segreta e operosa associazione, Sellerio 2000).
Con la pubblicazione della mia Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti 2000, siamo riusciti a dar corpo a un progetto a cui lavoravamo da tempo, raccontando una storia che comincia dai Fasci siciliani (1891-94) e arriva agli anni '50 del XX secolo, per poi proseguire negli anni successivi in forme e modalità diverse. Per una lunga fase la lotta contro la mafia è stata lo specifico della lotta di classe in Sicilia; negli anni '60 e '70 a battersi contro la mafia è una minoranza (ricordo le battaglie all'interno della Commissione antimafia, le analisi della nuova sinistra palermitana, incentrate sul concetto di borghesia mafiosa e sulla proposta di espropriare i beni mafiosi, con più di 10 anni di anticipo sulla legge antimafia del 1982, e l'esperienza di Peppino Impastato); negli anni più vicini a noi si sviluppa l'azione della società civile, con il limite dell'emergenzialità, condiviso con l'impegno istituzionale, in risposta ai delitti eclatanti e alle stragi, ma pure con significative proiezioni verso la continuità e la progettualità. Ho definito la Storia del movimento antimafia una storia contro gli stereotipi, perché raccontare questa storia mi è parso il modo migliore per smantellare stereotipi ancora forti, come il familismo amorale di Banfield o l'incivisme di Putnam. All'interno di questo quadro storico un notevole spazio è dedicato al ruolo delle Chiese (si veda anche l'antologia curata da A Cavadi, Il vangelo e la lupara, Edizioni Dehoniane, 1994).

8) Insieme all'impegno di studio e ricerca abbiamo curato la produzione di materiali didattici e divulgativi. Il volume Dietro la droga, pubblicato, in quattro lingue (italiano, francese e inglese, dalle Edizioni Gruppo Abele, 1993, in spagnolo da una casa editrice argentina) è frutto di un progetto elaborato e realizzato con il Ciss (Cooperazione internazionale Sud-Sud), che si è avvalso della collaborazione di varie Ong nazionali e internazionali e di un finanziamento della Comunità europea. Il volume è un manuale per le ultime classi delle scuole medie superiori, per studenti universitari, per docenti e per operatori sociali e fa parte di un'unità didattica polimediale (una bibliografia su Droghe e mafie, un video, un audiovisivo).
Il Centro ha rivolto una particolare attenzione al mondo della scuola e della società civile con la produzione di vari materiali: il mio opuscolo Oltre la legalità, Centro Impastato 1997,1998, il volume, curato da A. Cavadi, A scuola di antimafia, Centro Impastato 1994, l'opuscolo di A. Cavadi, Liberarsi dal dominio mafioso, Edizioni Dehoniane 1993.
Il nostro lavoro nelle scuole rimonta ai primi anni '80: abbiamo fatto moltissime conferenze, ma pochi seminari e qualche corso di aggiornamento per insegnanti. Il problema è andare oltre l'"ora di antimafia", intervenire sui programmi curricolari, nella scuola come si fa ogni giorno e non solo in occasioni sporadiche e separate.

3. In conclusione

L'attività di ricerca del Centro, come del resto tutta la sua attività, è andata avanti tra mille difficoltà, dovute alla collocazione "anomala" del Centro nel panorama locale e nazionale. Il Centro non ha mai nascosto la sua matrice culturale e politica, sottolineata dalla intitolazione a Giuseppe Impastato, quando era da moltissimi considerato un terrorista maldestro e disperato, ma non ha appartenenze ed è al di fuori dei circuiti (accademici, partitici, mediatici ecc.) che contano. Tolto un piccolo finanziamento del Comune di Palermo per la ricerca sull'omicidio e uno della Comunità europea per il Progetto droga, tutta l'attività del Centro è autofinanziata. La nostra battaglia per il mutamento dei criteri di finanziamento delle attività culturali della Regione siciliana finora è stata persa. C'è una nuova legge, certo migliore delle precedenti disposizioni, rigorosamente clientelari, ma ancora sulla carta per mancanza di regolamento (un vecchio vizio, non solo siciliano).
All'interno del mondo universitario, le collaborazioni finora si sono limitate a quella con un singolo docente per le ricerche sull'omicidio e sui processi e alla partecipazione a qualche convegno o seminario. La mia esperienza di docente a contratto non è stata entusiasmante, tanto che ho preferito interromperla.
La collaborazione con Organizzazioni non governative è stata fruttuosa ma limitata finora al Progetto Droga.
Ci auguriamo che nel prossimo futuro le cose vadano diversamente, soprattutto all'interno dei circuiti della società civile e anche di alcuni settori istituzionali. Il Centro internazionale di documentazione di Corleone, nato in questi giorni, può essere un'occasione e con alcuni centri studi sorti recentemente penso che si possa avviare una collaborazione proficua. Vedremo.

Intervento alla Giornata di studio organizzata da Libera e Ispac sul tema: "Le strategie della prevenzione contro il crimine organizzato transnazionale: il ruolo delle Organizzazioni Non Governative".
Palermo, 13 dicembre 2000. Foot

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