Com'era prevedibile, sbollita l'emergenza, cioè chiusa l'epoca delle
stragi e dei "delitti eccellenti", sia all'interno delle istituzioni
che della società civile si dà per scontata la sconfitta della mafia e
quindi non è più tempo di leggi eccezionali, di doppi binari, di
manifestazioni di massa: si può ripristinare la normalità, abolendo di
fatto l'ergastolo e aprendo la strada a concessioni impensabili qualche
anno fa.
Tanto per la mafia che per Tangentopoli ora la parola d'ordine è farla
pagare alle procure che hanno osato infrangere l'antico patto della
convivenza e del laisser faire, mentre si accolgono nel cielo dei
perseguitati dalla giustizia politici e altri personaggi più o meno
noti, con in testa Giulio Andreotti assurto agli onori degli spot
mediatici. Assolti Musotto e Carnevale, assolto Giammarinaro, assolti
ovviamente Berlusconi e Previti, bisogna prendere atto che una
stagione è archiviata. Dopo le stragi del '92 e del '93 più d'uno ha
creduto che si fosse prodotta una rottura irreversibile nella
coscienza degli italiani e che, nel nuovo quadro istituzionale
determinato dalla fine del bipolarismo, fosse arrivato il momento di
far luce sui rapporti tra mafia e politica, come pure sulla corruzione
sistemica e sulle stragi che hanno insanguinato il Paese. Finalmente
nelle aule di giustizia non ci sarebbero stati solo gli esecutori ma
pure i mandanti e i "misteri d'Italia" sarebbero stati svelati.
Non c'è voluto molto per accorgersi che si trattava di un'illusione.
L'indignazione non dura, i processi di cambiamento sono ben lontani
dall'essere irreversibili e la delega alla magistratura ha mostrato
ben presto la corda. Ora la valanga di assoluzioni non solo azzera il
lavoro delle procure ma rischia di cancellare la storia, anche quella
che si riteneva, almeno in parte, esplorata e documentata. E chi ha
tutto l'interesse a insabbiare il passato non va tanto per il sottile:
Andreotti, e con lui tanti altri, sono stati assolti, ergo tutto quello che si è detto su di loro va messo sul conto della denigrazione e della calunnia.
Eppure a leggere le conclusioni della sentenza del processo di Palermo
non si può dire che il senatore a vita ne esca con le stimmate del
martire della giustizia. Scrivono i giudici palermitani: "la prova
della responsabilità penale dell'imputato, con specifico riferimento
alla varie condotte criminose che gli sono state contestate, è
risultata insufficiente, contraddittoria e in alcuni casi del tutto
mancante, imponendo pertanto una pronuncia assolutoria ai sensi
dell'art. 530 comma 2 del codice di procedura penale".
Si tratta quindi di un'assoluzione per insufficienza di prove, una
riverniciatura della vecchia formula che ha riempito tante pagine
della storia dell'impunità mafiosa. Se andiamo poi a guardare alcuni
snodi essenziali della vicenda processuale, Andreotti non ha proprio
di che vantarsi, anche se è diventato uno degli articoli più richiesti
della vetrina del Giubileo.
Il senatore ha dichiarato di non conoscere i Salvo; ebbene, si legge
nelle motivazioni della sentenza, "l'asserzione dell'imputato di non
avere intrattenuto alcun rapporto con i cugini Salvo è risultata
inequivocabilmente contraddetta dalle risultanze probatorie" e anche
se "è rimasta indimostrata la realizzazione da parte dell'imputato, di
concrete condotte tendenti ad agevolare l'organizzazione di tipo
mafioso", "è prospettabile l'ipotesi secondo cui alla base
dell'assoluta negazione, da parte dell'imputato, dei propri rapporti
con i cugini Salvo, vi sarebbe una precisa consapevolezza del carattere
illecito di questo legame personale e politico".
Riguardo ai rapporti con Lima, "è rimasto dimostrato che il forte
legame sviluppatosi, sul piano politico, tra il sen. Andreotti e l'on.
Salvatore Lima, si tradusse in uno stretto rapporto fiduciario tra i
due soggetti" e stretto rapporto fiduciario dovrebbe significare che
il primo non poteva non sapere di che stoffa fosse fatto il secondo,
anche se resta indimostrato, ad avviso dei giudici, che Andreotti
"abbia posto in essere una condotta di inserimento organico nella
struttura dell'associazione di tipo mafioso" e "abbia consapevolmente
determinato, d'accordo con Lima, la trasformazione della corrente
andreottiana in Sicilia in una struttura di servizio dell'associazione
mafiosa".
Sui rapporti con Ciancimino i giudici osservano: "Il complessivo
contegno tenuto dal sen. Andreotti nei confronti del Ciancimino denota
certamente la indifferenza ripetutamente mostrata dall'imputato rispetto ai legami che notoriamente univano il suo interlocutore alla struttura criminale, ma non si traduce inequivocabilmente in un'adesione all'illecito sodalizio".
E su Sindona leggiamo: "è rimasto non sufficientemente provato che il
sen. Andreotti, al momento in cui realizzò i comportamenti suscettibili
di agevolare il Sindona, fosse consapevole della natura dei legami che
univano il finanziere siciliano a alcuni autorevoli esponenti
dell'associazione mafiosa". Come dire che Andreotti era, o mostrava di
essere, uno dei cittadini più disinformati d'Italia.
Quindi Andreotti ha mentito, negando i rapporti con i Salvo, e ha
intrattenuto rapporti con personaggi legati alla mafia. Se questo non
basta a condannarlo né per associazione, né per concorso esterno, né
per favoreggiamento, basta e avanza per confermare un giudizio etico e
politico sul personaggio. Se non è stato provato che i comportamenti
di Andreotti sono reati, ciò può essere dovuto all'insufficienza delle
dichiarazioni dei "pentiti" e all'inadeguatezza della normativa in
vigore che, sui rapporti tra mafia e politica, ha introdotto una
figura scarsamente significativa, come lo scambio elettorale
politico-mafioso, e non ha definito esplicitamente la figura del
concorso esterno in associazione mafiosa. Ma il problema di fondo
rimane la punibilità in sede penale di rapporti che in larga parte non
dovrebbero essere accollati all'azione giudiziaria ma dovrebbero essere
oggetto di lotta politica. Mentre in questi anni si è fatto esattamente
il contrario: delegare tutto, o quasi, alla magistratura e bandire la
lotta alla mafia dalla scena politica, in base ad una scelta che si
inscrive nel processo di omologazione tra maggioranza e opposizione.
Anche se le indagini dei magistrati fossero state sanzionate da un esito
processuale favorevole è inaccettabile che la storia d'Italia la
scrivano i "pentiti": a Portella della Ginestra non si trattò di un
errore di mira, come vorrebbe Buscetta, e su tutte le altre stragi
c'è una verità storica da ricostruire in tutte le sue implicazioni,
un compito che non può essere consegnato pilatescamente allo studioso
futuro ma dovrebbe animare una volontà politica che nel fare luce sul
passato è fermamente decisa a rimuovere pesanti ipoteche sull'oggi.
Se le sentenze di Perugia e Palermo daranno un contributo a
ridimensionare e a ridefinire l'azione giudiziaria e a rilanciare la
necessità della politica, non ogni male viene per nuocere.
Quando si attraversano periodi di magra si è soliti dire che bisogna
ripensare e ripensarsi. Resta da vedere se e fino a che punto si è
disposti a farlo. Sul fronte dell'attività antimafia, soprattutto per
quanto riguarda il ruolo della società civile, non siamo né a zero né
all'anno uno, ma non possiamo nasconderci che è arrivato il momento di
una riflessione autocritica seria.
Faccio qualche esempio. L'associazionismo antiracket è stato una delle
realtà più significative del movimento antimafia che si è sviluppato
dagli anni '80 in poi, eppure in tutt'Italia si sono formate solo una
quarantina di associazioni con poco più di duemila associati. Ma il
dato più grave è che l'antiracket si ferma a Roma: non c'è neppure
un'associazione nel Centro e nel Nord Italia, eppure estorsioni e usura
sono da tempo diffuse su tutto il territorio nazionale. Pesa senz'altro
la sottovalutazione del problema (la mafia è un fatto siciliano o
meridionale, si continua a pensare) e si preferiscono all'impegno
organizzato lo sfogo verbale, le ronde notturne con la caccia
all'extracomunitario e il tifo per la Lega. Però bisognerà pur dirlo
chiaramente: nonostante la nuova legge, la solitudine delle vittime
rimane un problema non risolto. E battaglie che dovevano essere portate
a buon fine, per la loro valenza non soltanto simbolica, o non si sono
fatte o si sono fatte male. In questi giorni è giunta a compimento la
vicenda della liquidazione della fabbrica di Libero Grassi. Prima si è
cancellato il nome ed è scomparsa la vecchia Sigma, poi la Gepi ha
sborsato quasi sette miliardi alla ditta Miraglia che a giugno ha
licenziato le ultime operaie. Accanto a pochi imprenditori e
commercianti disposti a tutto pur di liberarsi dal ricatto mafioso, ce
ne sono tanti altri che non se la sentono perché pensano che la
ribellione ha costi troppo gravosi.
Il lavoro nelle scuole è proseguito con centinaia di iniziative, ma
c'è troppa improvvisazione, troppa enfasi sul nuovo che avanza e troppi
silenzi su una storia dimenticata.
Libera ha svolto un ottimo lavoro sul terreno della confisca dei beni,
si è impegnata nelle attività di educazione alla legalità, ha dato il
suo contributo al recupero della memoria storica, ma una serie di
problemi, che si porta dalla nascita, le hanno impedito di svolgere
adeguatamente un compito essenziale: collegare e rafforzare le realtà
esistenti, troppo spesso fragili e precarie. Se vogliamo rilanciare il
movimento antimafia dobbiamo imparare a discutere con franchezza e a
far convivere identità diverse.
La Chiesa ha avviato l'istruzione del processo per la santificazione
di padre Puglisi, ma non si è costituita parte civile al processo
contro gli imputati per il suo assassinio in nome di una cultura del
perdono che sconfina nel perdonismo e nel disinteresse per la giustizia
terrena. E rimane memorabile l'accoglienza trionfale riservata dai
parrocchiani a padre Frittitta, prima condannato per favoreggiamento
di Aglieri, nel cui nascondiglio si recava a dir messa, e poi assolto
"per aver commesso il fatto nell'esercizio di un diritto".
Istituzioni e società civile hanno avuto un limite comune: inseguire
emergenze, affastellando leggi e decreti e scendendo in piazza in
risposta alla sfida mafiosa, senza dar vita a un progetto. Al fondo
c'è un'idea di mafia inadeguata e fuorviante: se si continua a pensare
che la mafia c'è solo quando spara ed una questione nazionale solo
quando colpisce Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, l'azione antimafia
non potrà non essere una cassetta da pronto soccorso invece che uno dei
terreni su cui si sperimenta una strategia di cambiamento.
Bibliografia sul processo Andreotti
"Panorama", Dossier Andreotti, 1993.
Michele Gambino e Antonio Roccuzzo (a cura di), Il processo del secolo,
"Avvenimenti", 1995.
Franco Nicastro, Vincenzo Vasile, Andreotti. La mafia vista da vicino,
Edizioni Arbor, Palermo 1995.
Antonio Nicaso, Io e la mafia. La verità di Giulio Andreotti,
Monteleone, Vibo Valentia 1995. La vera storia d'Italia. Interrogatori, testimonianze, riscontri,
analisi. Giancarlo Caselli e i suoi sostituti ricostruiscono gli
ultimi vent'anni di storia italiana, Pironti, Napoli 1995.
Carmine Fotia, Giovanni Pellegrino, Il processo Andreotti. Palermo
chiama Roma, Lupetti - Pietro Manni, Roma 1995.
Pino Arlacchi, Il processo. Giulio Andreotti sotto accusa a Palermo,
Rizzoli, Milano 1995.
Giulio Andreotti, Cosa loro. Mai visti da vicino, Rizzoli, Milano 1995.
Emanuele Macaluso, Giulio Andreotti tra Stato e mafia, Rubbettino,
Soveria Mannelli 1995.
Umberto Santino (a cura di), Guida al processo Andreotti, "Città
d'Utopia", n. 0/17, novembre 1995, pubblicato in parte su Narcomafie,
anno III, n. 10, novembre 1995.
Alexander Stille, Andreotti, Mondadori, Milano 1995.
Enrico Quattrocchi, Andreotti Giulio: incolpevole, Koinè, Roma 1996.
Salvatore Lupo, Andreotti, la mafia, la storia d'Italia, Donzelli,
Roma 1996.
Umberto Santino, L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai
tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria
Mannelli 1997.
Giulio Andreotti, A non domanda rispondo. Le mie deposizioni davanti
al Tribunale di Palermo, Rizzoli, Milano 1999.
Lino Jannuzzi, Il processo del secolo. Come e perché è stato assolto
Andreotti, Mondadori, Milano 2000.
Pubblicato su "Narcomafie", luglio-agosto 2000, con il titolo: Una
stagione archiviata.