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Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" - OnlusScritti su Peppino |
Il film ha il merito di portare a un pubblico molto più vasto di quello
che siamo riusciti a raggiungere fino ad ora una storia che, contrariamente
a quello che abbiamo letto e sentito, non è per nulla provinciale, minore
o datata. Questa storia l'aveva già raccontata la madre di Peppino Impastato,
Felicia Bartolotta, in un libro pubblicato nel 1986, La mafia in casa mia,
dove ha ripercorso i suoi rapporti con il marito mafioso e il figlio ribelle,
parlando della sua rinuncia alla vendetta e rinnovando la sua richiesta di giustizia
senza rassegnarsi a non averla per lunghi anni. L'aveva raccontata uno dei compagni
di Peppino, Salvo Vitale, nel libro Nel cuore dei coralli, e l'avevano
riproposta Claudio Fava in un servizio televisivo ripreso nelle pagine del libro
Cinque delitti imperfetti, Luciano Mirone in un capitolo del libro Gli
insabbiati e decine di giornalisti che hanno intervistato la madre, sempre
pronta a raccontarsi e a denunciare. Ventidue anni di parole, di immagini, che
certo non hanno raggiunto il pubblico che può raggiungere un film premiato
a Venezia e che sta avendo un notevole successo ma che non possono essere cancellati
dalla smemoratezza di quanti hanno parlato di "delitto dimenticato"
e di "vent'anni di silenzio".
Il film è intenso e coinvolgente e il personaggio Peppino Impastato è
interpretato con intelligente immedesimazione. L'attore, Luigi Lo Cascio, che
avrebbe meritato il premio, gli somiglia anche fisicamente (ricordo quando è
venuto nella sede del Centro: nell'aprirgli la porta, è sembrato ad Anna
e a me, che pure conoscevamo Peppino solo di vista, di rivederlo davanti a noi,
com'era nei ritratti che lo mostrano ancora ventenne, con un viso scarno e affilato,
prima che fosse cancellato dalla barba). Ad essere sincero, non tutto mi è
parso convincente. La metafora dei cento passi è suggestiva, ma la realtà
era ancora più drammatica: Peppino la mafia l'aveva in casa e nella sua
parentela c'erano capimafia storici come Nick Impastato e Cesare Manzella, rispetto
ai quali Badalamenti era un rozzo parvenu ("Non sapeva neanche pulirsi il naso",
dice la madre ne La mafia in casa mia). Le sequenze iniziali ricalcano l'immaginario
corrente e c'è una lunga tirata di Badalamenti che s'impanca a maestro di vita,
anche se poi si scopre che è un sogno-incubo di Peppino: l'intento di "umanizzare"
anche il capomafia ha preso un po' troppo la mano. Le sequenze dopo il delitto
mostrano il maggiore Subranni che imbocca la pista del terrorista-suicida e
i compagni di Peppino con una pietra macchiata di sangue, prova che Peppino,
prima di essere collocato sul binario, era stato ucciso o tramortito. Ma non
ci furono solo i carabinieri a depistare. La stampa inscenò un'indegna gazzarra,
ad eccezione del "Quotidiano dei lavoratori" e di "Lotta continua" che si apprestavano
a chiudere. Anche "il manifesto" si comportò molto male (un trafiletto il giorno
dopo e neppure una riga nei giorni successivi e poi il silenzio ventennale sull'attività
del Centro) come ha riconosciuto Luciana Castellina, in un articolo pubblicato
il 5 settembre scorso. Il film si chiude con il funerale e le bandiere rosse,
una sorta di apoteosi di Peppino, ma purtroppo le cose non andarono così. Allora
non c'erano i ragazzi delle scuole, i compaesani di Peppino erano pochi, moltissimi
venivamo da fuori. Segue una scritta sull'incriminazione di Badalamenti nel
1997 ad opera della procura di Palermo, ma la decisione della procura è venuta
"grazie all'azione dei famigliari, dei compagni di Peppino e del Centro Impastato",
come si leggeva in una bozza della sceneggiatura inaspettatamente finita nel
cestino. Senza questo impegno che ha portato alla raccolta di nuovi elementi
d'indagine, alla presentazione di esposti, dossier, libri, un caso più unico
che raro di collaborazione-stimolo della giustizia, anche l'inchiesta si sarebbe
arenata. Se la storia di Impastato e dei suoi compagni è emblematica di una
stagione di protagonismo e di lotte che costituiscono il meglio del '68 e non
la sua versione provinciale e sbrindellata (che la mafia non fosse un residuo
arcaico ma fosse destinata a crescere e a dilagare allora lo capirono in pochi
e questa intuizione, che si concretò nella campagna del Manifesto di Palermo
per la "espropriazione della proprietà mafiosa" più di dieci anni prima della
legge antimafia, vale più di tanti slogans destinati a un rapido tramonto),
la storia del dopo delitto non è da meno. Con la morte di Impastato si apre
una vicenda fatta di depistaggi, di inerzie, di ritardi delle forze dell'ordine
e della magistratura, come di grande impegno della madre, del fratello, dei
compagni rimasti sulla breccia, alcuni dei quali hanno rischiato consapevolmente,
di noi del Centro siciliano di documentazione, nato nel 1977 e dedicato a Impastato
quando tanti lo consideravano un terrorista maldestro o disperato. L'anno dopo
l'assassinio abbiamo promosso, con Democrazia proletaria, una manifestazione
nazionale contro la mafia, la prima della storia d'Italia, e allora parlare
di mafia oltre il ristretto orizzonte siciliano era suscitare un fantasma sconosciuto
e impalpabile. Eppure vennero in duemila da tutto il Paese. Come si può vedere
scorrendo le pagine del volume in cui abbiamo raccolto gli atti giudiziari (L'assassinio
e il depistaggio), l'inchiesta frettolosamente archiviata venne riaperta, è
stata richiusa e riaperta varie volte e finalmente si è arrivati a un risultato:
oggi Badalamenti e il suo vice sono sotto processo. Presso la Commissione parlamentare
antimafia si è costituito un comitato, presieduto da Giovanni Russo Spena di
Rifondazione comunista, che sta lavorando per accertare le responsabilità istituzionali
nel depistaggio delle indagini. Tutto questo è il frutto di un lavoro quotidiano
che ha trovato in alcuni magistrati, come Chinnici, Caponnetto e Falcone, la
volontà di portare alla luce una verità che era ed è scomoda. Questa è la realtà
che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, in un contesto in parte mutato ma su cui
si addensano ombre preoccupanti (e la recente uccisione del figlio del boss
Di Maggio viene a dare corpo a queste ombre). Il giorno dopo i funerali i compagni
mi chiesero di parlare in un comizio che doveva chiudere la campagna per le
elezioni comunali in cui Peppino era candidato. Ricordo che le finestre del
corso di Cinisi erano chiuse e decisi di rivolgermi a chi stava dietro le finestre
ad ascoltare senza farsi vedere: "Se queste finestre non si apriranno il lavoro
di Impastato è stato inutile". Dopo ci sono stati i grandi delitti e le stragi,
è cresciuta una coscienza nuova, ma i processi di cambiamento sono lenti e non
irreversibili. Molte finestre, a Cinisi e altrove, sono rimaste chiuse. Negli
anni '70 si pensava che fossero possibili mutamenti di fondo e si nutrivano
grandi attese e forti speranze. Oggi dobbiamo fare i conti con la globalizzazione
che rilancia l'accumulazione illegale su scala mondiale e moltiplica le mafie,
con il fallimento delle grandi narrazioni, eppure l'impegno di Impastato (che
sapeva coniugare la radicalità delle scelte, a cominciare dalla rottura con
il padre, con la complessità dell'azione antimafia, fatta di denunce documentate
e puntuali, di lotte sociali, di iniziative culturali e con un continuo ricorso
allo sbeffeggiamento e alla satira, che dai mafiosi è stato considerato un delitto
di lesa maestà) è ancora attuale. Abbiamo ancora bisogno delle sue analisi e
dei suoi sberleffi. E nelle sue delusioni, che arrivavano al punto di voler
"lasciare la politica e la vita" , c'è una lezione che vale infinitamente di
più di tanta antimafia episodica e spettacolare in circolazione. "Con le idee
e il coraggio di Peppino noi continuiamo", si leggeva sullo striscione che apriva
i funerali di Peppino. E' un impegno duro e difficile e non sempre è stato mantenuto.
Il film riporta ai nostri giorni una storia che tanti volevano chiudere e che
invece è continuata e abbiamo ragione di credere che continuerà.
Ci sono voluti 22 anni perché si arrivasse al processo, anzi ai processi,
per il delitto Impastato e a questa relazione della Commissione
parlamentare antimafia in cui si dice chiaramente che rappresentanti
delle istituzioni hanno avuto un ruolo nel depistaggio delle indagini.
Sono stati anni difficili, in cui chi considerava Peppino Impastato una
delle figure più significative del movimento antimafia degli ultimi
decenni e sottolineava insieme la sua appartenenza a una storia, aperta
dal movimento contadino e dalle grandi forze di sinistra e ripresa
nell'ultimo ventennio con altri obiettivi e altri strumenti dalla società
civile, e l'unicità della sua vicenda umana di figlio e nipote di mafiosi
che aveva avviato la sua azione antimafia a partire dalla sua famiglia,
veniva isolato e considerato come il difensore di una causa persa. Quante
volte ci siamo sentiti dire, anche da persone che ci erano vicine, che
non c'era niente da fare, che sì, Impastato non era un terrorista e un
suicida, come molti, la stragrande maggioranza, sostenevano o pensavano
dentro di sé, che con ogni probabilità era stato ucciso dalla mafia, ma
che mai si sarebbe avuta una verità sul piano giudiziario, né tanto meno
un riconoscimento ufficiale. Non c'erano prove e non si sarebbe arrivati
a un processo. E poi Impastato era un estremista, il protagonista
provinciale di una stagione morta, e si dava per scontato che solo pochi
sopravvissuti avrebbero conservato la sua memoria, sempre più incerta e
sbiadita.
Le cose sono andate diversamente. Il processo a Gaetano Badalamenti è in
corso e quello al suo vice, Vito Palazzolo, si è concluso il 5 marzo con
la condanna a 30 anni di reclusione; lo scorso dicembre la Commissione
antimafia ha approvato questa relazione che rompe con una lunga tradizione
istituzionale di silenzi e di occultamento della verità; la storia di
Peppino, grazie a un film che sta avendo un grande successo, desta
l'interesse e la commozione di molti che prima ne ignoravano perfino il
nome. Tutto questo è il frutto di un lavoro più che ventennale che sarà
bene ricostruire nelle grandi linee, alla luce di ciò che scrive la
relazione.
Un delitto camuffato da atto terroristico
Ritorniamo con la mente a quei giorni. Com'è potuto accadere che un militante come Giuseppe Impastato, la cui attività era sotto gli occhi di tutti da più di dieci anni, le cui denunce contro i mafiosi erano esplicite e circostanziate, i cui comizi erano affollati e le cui trasmissioni a Radio Aut erano abbastanza seguite, è stato fatto passare prima per terrorista e subito dopo per terrorista-suicida? Perché i mafiosi hanno ideato ed eseguito un delitto camuffato da attentato terroristico, perché carabinieri e magistrati hanno imboccato senza tentennamenti la pista del terrorismo, senza neppure porsi il problema di cercare in altre direzioni?
Agli occhi dei mafiosi Peppino, nonostante il suo "tradimento", era pur sempre il figlio di Luigi, a quanto pare non formalmente affiliato ma comunque un fedelissimo "amico degli amici", ed era il nipote di Cesare Manzella, capomafia per lunghi anni, prima che si levasse la stella di Badalamenti, e anche se il padre e lo zio erano morti, gli altri parenti, come il fratello del padre, anche lui Giuseppe ed emblematicamente soprannominato Sputafuoco, erano vivi e vegeti. Per la distorta mentalità mafiosa sarà sembrato preferibile non firmare il delitto mettendolo in atto con modalità diverse dal tipico omicidio mafioso. Inoltre, simulando l'attentato, si sarebbe fatto passare per terrorista un oppositore intransigente, che costituiva un pericolo permanente per la mafia, per i suoi legami e i suoi interessi, e lo sarebbe stato ancora di più entrando nel consiglio comunale. Un corpo sbriciolato e una memoria definitivamente infangata: di Peppino Impastato non sarebbe rimasto altro.
Il delitto camuffato era un capolavoro dell'immaginazione omicidiaria mafiosa e le cose, nei giorni successivi, non potevano andare meglio per mandanti ed esecutori. La verità ufficiale fu presto confezionata, "provata", divulgata e il ritrovamento della lettera in cui Peppino manifestava la sua intenzione di suicidarsi venne a porre il coperchio definitivo su una bara quasi vuota.
Gli ideatori del delitto non avevano tenuto conto di tre variabili, d'altra parte difficilmente prevedibili: il comportamento dei familiari, quello dei compagni, l'entrata sulla scena di noi di Palermo.
Nell'immaginazione dei mafiosi il dopodelitto avrebbe seguito un copione scontato. La famiglia, in continuità con la sua storia e fedele alle sue ascendenze, avrebbe taciuto e si sarebbe contentata di una vendetta. Sangue lava sangue. Un giorno, da qualche parte, si sarebbe trovato un morto sconosciuto ai più ma conosciutissimo nell'ambiente e l'equilibrio si sarebbe ricomposto, il dolore alleviato con un altro dolore, in base a un'etica cannibalica. La cultura mafiosa avrebbe ristabilito i suoi riti e i suoi codici.
I compagni sarebbero ben presto spariti, più che per la paura perché quella morte avrebbe sancito il tramonto di ogni illusione. E non c'erano polemiche, liti, contrasti, nel gruppo di Peppino? Non era ormai "riflusso", dappertutto, dopo il '77? Ai funerali i compaesani erano pochi e le finestre delle case erano chiuse. Gli elettori di Cinisi votarono Peppino ma 260 voti non erano poi tanti (se si confrontano con i 2.098 della Democrazia cristiana, balzata dal 36,2 per cento del 1972 al 49 per cento) e al consiglio comunale negli anni successivi si alterneranno personaggi non molto interessati a raccogliere l'eredità di Impastato.
Ai funerali c'erano mille persone, in gran parte venute dai paesi vicini e da Palermo. Ma una volta finito il funerale, ripiegate le bandiere, spenti gli slogan, chi avrebbe rimesso piede a Cinisi?
È accaduto invece qualcosa di imprevisto. La madre e il fratello di Peppino rompevano con la cultura mafiosa, si rivolgevano alla giustizia e si schieravano con i compagni, che invece di scomparire rimanevano sulla breccia, almeno alcuni di essi, e si adoperavano per smantellare la montatura che voleva far passare Peppino per attentatore e suicida. Noi di Palermo non ci limitavamo al funerale e al comizio il giorno dopo (e ricordo ancora una fila lunghissima di finestre sbarrate e il mio invito, inascoltato, ad aprirle) ma davamo corpo a un impegno che invece di attenuarsi è cresciuto negli anni.
Il piano dei mafiosi è saltato per l'azione congiunta di questi tre soggetti (familiari-compagni-Centro siciliano di documentazione, nato nel 1977 e successivamente intitolato a Impastato) che tra mille difficoltà e rischi sono rimasti in piedi per più di vent'anni, dando vita a un capitolo tra i più ricchi e intensi della storia dell'antimafia. E ripensando a questi anni non posso non ricordare le fatiche e le amarezze, le defezioni, i passaggi di "frontiera", le meschinità che hanno reso più difficile, ma non interrotto, questo cammino.
Depistaggio e deviazione
Se i familiari, i compagni, i "palermitani" si comportarono in modo diverso da quello che i mafiosi potevano prevedere, esponenti delle forze dell'ordine e della magistratura invece resero un servizio ai responsabili del delitto, avallando senza incertezze la montatura dell'attentato terroristico. Come spiegare questo comportamento? Perché gli investigatori non hanno cercato neppure di "mettere il ferro dietro la porta", come si dice in Sicilia, cioè di cautelarsi, volgendo lo sguardo anche in altre direzioni, a cominciare da quella che in quel contesto non poteva non apparire come la più ovvia, tenendo conto della personalità della vittima e della comprovata presenza dell'organizzazione mafiosa?
La Commissione antimafia ha riesaminato gli atti e ascoltato l'allora maresciallo dei carabinieri Alfonso Travali e l'allora maggiore Antonio Subranni, il dirigente della Digos Alfonso Vella, l'allora pretore di Carini Giancarlo Trizzino e il procuratore aggiunto Gaetano Martorana e dalle pagine della relazione risulta confermato, ma questa volta in un'autorevole sede istituzionale, quanto sapevamo già: indagini a senso unico, il ripristino frettoloso della linea ferroviaria, violazioni di legge nell'eseguire perquisizioni e sequestri di materiali nelle case dei familiari e dei compagni di Impastato, nel dare informazioni alla stampa, come la lettera sull'intenzione di suicidarsi pubblicata quasi integralmente dal "Giornale di Sicilia", reperti come le chiavi e le pietre macchiate di sangue spariti. Il maresciallo Travali assicura: le pietre venivano repertate e tutto veniva consegnato alla cancelleria della procura, ma non si è trovato neppure un sassolino. E apprendiamo che la Digos fu estromessa dalle indagini, nonostante si parlasse, con assoluta certezza, di atto terroristico.
In un esposto del marzo 1996 scrivevamo: "È oggi arrivato il momento di verificare se quelle "tecniche" di indagine furono il frutto soltanto di scarsa professionalità, di incuria e di "supponenza" oppure vi fu chi ebbe interesse specifico a "guidarle" nella maniera nota". La Commissione antimafia ha fatto, per la parte di sua competenza, quella verifica e la risposta conferma i nostri "sospetti": ci furono insieme scarsa professionalità, incuria e "supponenza"; resta aperto il problema se ci sia stata o meno una guida, una regia, ma un dato risulta in modo incontrovertibile: il comportamento degli investigatori fu oggettivamente una copertura per i responsabili del delitto. Con il depistaggio delle indagini il "giovane" Impastato fu ucciso una seconda volta e il suo nome archiviato sotto l'etichetta di terrorista-suicida.
Di depistaggio parlavano già la requisitoria del pubblico ministero Domenico Signorino e la sentenza del maggio 1984 predisposta da Rocco Chinnici e completata e firmata da Antonino Caponnetto, ma "in termini insoddisfacenti", come ho scritto nel primo promemoria inviato alla Commissione antimafia nel settembre del 1998. Rileggiamo quel passaggio della sentenza: "In effetti, come ben sottolinea la requisitoria del P.M., il corso delle indagini venne inizialmente "depistato" dal rinvenimento di un manoscritto nel quale il predetto [Impastato], proclamando il proprio "fallimento come uomo e come rivoluzionario", aveva inserito espressioni […] riconducibili a propositi di suicidio". E più oltre si leggeva: "Ad aggravare, purtroppo, l'effetto "depistante" del menzionato manoscritto nel corso delle prime indagini, per cui, privilegiando l'ipotesi suicidaria, gli investigatori finirono coll'inserire in quest'ultima anche talune emergenze che ben potevano legittimare altre e più inquietanti ipotesi, si aggiunse - è giusto ricordarlo - il senso di sfiducia che indusse amici, compagni e parenti del giovane […] a rivelare in un momento successivo, e soltanto al giudice istruttore, circostanze di indubbia rilevanza al fine di accertare modalità e causa del tragico episodio".
Quindi: gli investigatori sarebbero stati "depistati" dal ritrovamento della lettera e la mancata collaborazione dei compagni di Peppino avrebbe fatto il resto. In realtà, già prima che venisse trovata la lettera, carabinieri e magistrati avevano deciso che si trattava di atto terroristico. Infatti, lo stesso 9 maggio 1978, il procuratore aggiunto Gaetano Martorana, in un fonogramma urgente a mano inviato al procuratore generale, registrava il fatto come "attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda" e scriveva: "Verso le ore 0,30-1 del 9.5.1978, persona allo stato ignota, presumibilmente identificantesi in tale Impastato Giuseppe, si recava a bordo della propria autovettura Fiat 850 all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo, che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore". E il maggiore Subranni, nel rapporto del 10 maggio 1978, sotto l'intestazione "Decesso di Impastato Giuseppe… in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso", scriveva che Impastato aveva "progettato ed attuato l'attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte ad un fatto eclatante".
Quanto alla sfiducia dei compagni, essa non era immotivata, sia che si guardi alla vita quotidiana (nel corso della sua audizione Pino Manzella dichiara: "Vedevo questi carabinieri che molto spesso - ed era una cosa che a me dava un fastidio enorme - andavano a prendere il caffè con i mafiosi": nel piccolo palcoscenico paesano questa scena si replicava sotto gli occhi di tutti), sia all'evento specifico: tanto sul luogo del delitto che negli interrogatori i compagni di Peppino venivano esplicitamente trattati come complici dell'attentatore.
In ogni caso, l'esposto firmato dai compagni e da varie associazioni e forze politiche fu presentato l'11 maggio e quello dei familiari il 16, quindi immediatamente dopo il delitto.
Del rinvenimento e sequestro della lettera il procuratore Martorana dà notizia sempre nel fonogramma del 9 maggio e così alla tesi dell'attentato, già formulata a chiare lettere, si aggiunge quella del suicidio. Sarà bene chiarire un particolare non emerso adeguatamente anche dai lavori della Commissione. Della lettera esistevano due stesure: la prima fu trovata dagli investigatori e passata al "Giornale di Sicilia", in violazione del segreto istruttorio, e in essa Peppino esprimeva la sua delusione e la sua intenzione di abbandonare la politica e la vita, con espressioni molto crude; la seconda fu trovata successivamente nelle pagine di un taccuino e in essa si parla solo di abbandono della politica.
La seconda stesura della lettera è stata acquisita in copia dai consulenti della Commissione antimafia presso il Centro Impastato ma essa era stata pubblicata integralmente e riprodotta fotograficamente nel bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, pubblicato nel luglio del 1978 dal Comitato di controinformazione costituitosi presso il Centro siciliano di documentazione. Al bollettino si fa esplicito riferimento nel punto 9 del Promemoria all'attenzione del giudice Rocco Chinnici presentato da Radio Aut e Chinnici ha avuto certamente quella pubblicazione, che conteneva anche altri documenti, tra cui un volantino in cui si attaccava esplicitamente Badalamenti. D'altra parte fin dai primi giorni dopo il delitto si seppe con certezza che la lettera era stata scritta quasi otto mesi prima e che nel frattempo la ripresa dell'attività culturale e politica aveva fatto superare a Peppino una crisi che era il frutto della situazione venutasi a creare a livello locale e nazionale (lo scioglimento di Lotta continua, il riflusso, con quelle che Peppino definisce "menate sul personale") e si inscriveva nelle profonde lacerazioni della sua personalità, causate dalle scelte che lo avevano portato alla rottura con il padre e con la parentela.
Gli investigatori non furono "depistati" dalla scoperta della lettera e dalla sfiducia nei loro confronti dei compagni di Peppino ma dall'impostazione che diedero da subito alle indagini. E le perquisizioni nelle case della zia, della madre e dei compagni hanno un significato inequivocabile: era lì che andavano cercate le prove che si era trattato di attentato terroristico. Nessuno ha pensato di perquisire le cave, i cantieri, le abitazioni dei mafiosi.
L'attuale generale in pensione Subranni nell'audizione presso la Commissione ha definito le indagini effettuate immediatamente dopo il delitto "complete, avvedute, tormentate" e ha più volte fatto riferimento al clima di quei giorni: "C'era un clima particolare, storico, di terrorismo. Questo clima non può essere dimenticato: a marzo del 1978, cioè nello stesso anno, fu sequestrato Moro", non mancando di sottolineare l'atipicità dell'evento: "Nella storia della mafia non c'era mai stato un fatto del genere" e pure delle lettere di minaccia ricevute da Peppino: "Magari la mafia avesse avvisato qualcuno minacciandolo prima di sequestrarlo o di mettergli una bomba o di ucciderlo. Magari!" (a dire il vero tutta la storia delle estorsioni mafiose, spesso seguite da danneggiamenti e omicidi, è piena di letterine e avvertimenti scritti).
Quindi in forza del clima del tempo (il terrorismo, il sequestro Moro) i carabinieri del posto e i loro superiori di Palermo condivisero la tesi dell'attentato terroristico. Eppure pochi mesi prima i carabinieri di Cinisi avevano scritto degli ex militanti di Lotta continua passati a Democrazia proletaria: "non sono ritenuti capaci di compiere attentati", anche se erano in grado di svolgere "manifestazioni di piazza" ed erano "capaci di trascinare e sobillare le masse" (il rapporto dei carabinieri richiamato dalla relazione è del 16 dicembre 1977). Per di più la Digos aveva escluso ed escludeva qualsiasi presenza terroristica nella zona.
Subranni è ritornato sul tema del depistaggio in un'intervista del "Giornale di Sicilia" del 19 dicembre 2000, in cui sostiene di non aver mai saputo nulla delle pietre con macchie di sangue e a proposito del professore di Medicina legale Ideale Del Carpio, consulente della famiglia Impastato e dei compagni di Peppino, che aveva dichiarato di aver svolto accertamenti sul posto del delitto, dice: "Lo interrogai personalmente. Prima confermò la circostanza, ma subito dopo si è visto costretto a ritrattare tutto. Giudicai la buona fede di Del Carpio, diversamente quel comportamento sarebbe stato considerato come diretto a confondere gli accertamenti".
Il professore Del Carpio è morto da tempo e non può replicare, ma l'allora maggiore Subranni non poteva "interrogare" un consulente di parte perché non aveva delega per farlo e non ha minimamente pensato di interrogare qualche mafioso e di perquisire le cave da cui proveniva l'esplosivo usato per far saltare il corpo di Impastato (e che si trattasse di esplosivo da cava risulta chiaramente dalla relazione redatta lo stesso giorno del delitto dal sottufficiale dei carabinieri Salvatore Longhitano).
I compagni di Peppino non si fidavano dei carabinieri e dei magistrati, si fidavano solo di quell'anziano professore, con un nome che esprimeva la fede politica della famiglia ligure di provenienza, che in altri tempi aveva redatto la perizia legale sui resti di Placido Rizzotto e più recentemente era stato perito di parte per la famiglia di Giuseppe Pinelli, defenestrato dalla questura di Milano dov'era "interrogato" per la strage di piazza Fontana. Ricordo ancora la sua figura aggirarsi per le strade di Cinisi accanto a giovani con zazzere e "divise" da ex sessantottini, un compagno che gli offriva il suo cono gelato, il dibattito alla Facoltà di Architettura, la dichiarazione scritta in cui spiegava le ragioni per cui era prospettabile la tesi dell'omicidio: l'assurdità dell'ipotesi dell'attentato dinamitardo, per la scarsa importanza dell'obiettivo e perché un attentatore non porta la carica esplosiva aderente al corpo; la contraddittorietà tra l'impegno nella campagna elettorale e il compimento dell'attentato.
A Del Carpio i compagni di Peppino consegnarono i sacchetti con i resti lasciati a marcire per terra o sugli alberi. A lui consegnarono le pietre con macchie di sangue, dopo che i carabinieri avevano raccolto altre pietre che per loro non significavano nulla. Senza di lui, l'unico intellettuale di prestigio che ci offrì il suo aiuto, molte porte sarebbero rimaste chiuse.
Ma Subranni non è il solo a parlare così di morti. C'è un altro generale in pensione, Tito Baldo Honorati, che nel giugno del 1984, a sei anni dal delitto, ribadisce la tesi dell'attentato terroristico con queste parole che riportiamo integralmente: "Le indagini molto articolate e complesse svolte all'epoca da questo Nucleo operativo hanno condotto al convincimento che l'Impastato Giuseppe abbia trovato la morte nell'atto di predisporre un attentato di natura terroristica. L'ipotesi di omicidio attribuito all'organizzazione mafiosa facente capo a Gaetano Badalamenti operante nella zona di Cinisi è stata avanzata e strumentalizzata da movimenti politici di estrema sinistra ma non ha trovato alcun riscontro investigativo ancorché sposata dal Consigliere Istruttore del tribunale di Palermo, dr. Rocco Chinnici a sua volta, è opinione di chi scrive, solo per attirarsi le simpatie di una certa parte dell'opinione pubblica conseguentemente a certe sue aspirazioni elettorali, come peraltro è noto, anche se non ufficialmente ai nostri atti, alla scala gerarchica".
Rocco Chinnici, il magistrato che ha avviato i lavori del primo pool antimafia sulla base di una lettura unitaria del fenomeno mafioso, che ha consentito il raggiungimento di risultati storici nella lotta giudiziaria contro la mafia, una delle figure più schiette e generose che l'Italia abbia conosciuto in anni durissimi, era stato assassinato dalla mafia il 23 luglio del 1983 nella strage di via Pipitone Federico in cui caddero altri tre uomini, e un ufficiale dei carabinieri, a quasi un anno dalla morte, adopera per lui le espressioni che abbiamo richiamato, con uno stile che la relazione definisce "oltremodo stigmatizzabile", e riafferma un "convincimento" che la sentenza del maggio 1984 aveva esplicitamente smentito, dimostrando che si trattava di omicidio mafioso, anche se non riusciva a individuare i responsabili.
Per una storia dell'impunità
La relazione invita a non fare di ogni erba un fascio: nell'Arma dei carabinieri c'era chi chiedeva di fare chiarezza e viene riportata una nota del 27 giugno 1984 del comandante la legione di Palermo, Mario Sateriale, che dopo la sentenza già ricordata scrive che bisogna riprendere "la complessa vicenda… e con convinto e fervoroso impegno per conseguire concreti risultati". E continua: "In altri termini si tratta di un impegno d'onore che deve riscattare la serietà e professionalità degli operatori portando chiarezza sull'intera vicenda". Nella magistratura c'era Chinnici, che si è prodigato nel tentativo di fare giustizia, e la sua eredità fu raccolta da Caponnetto.
È vero, ma il depistaggio sul delitto Impastato non può considerarsi un'anomalia o un'eccezione. Nella relazione sull'indagine riguardante casi di singoli mafiosi, approvata dalla prima Commissione antimafia dello Stato repubblicano nel giugno del 1971, si legge: "Per anni magistratura, polizia, organi dello Stato e forze politiche hanno troppo spesso mostrato di ignorare l'esistenza della mafia"; la relazione sul caso Impastato riprende quel giudizio e dopo aver ricordato che anche in quegli anni ci sono stati "comportamenti coraggiosi e risoluti da parte di molti uomini collocati ai vari livelli degli organi dello Stato", conclude: "ma a prevalere furono la scarsa coscienza della gravità del fenomeno mafioso e una tolleranza che, troppo spesso, diventava connivenza".
Secondo la relazione le indagini sul delitto Impastato "sono state, hanno voluto essere una grande deviazione". Com'è noto il termine "deviazione" è stato usato a proposito dei comportamenti di corpi istituzionali, in particolare i servizi segreti, implicati nelle trame che hanno portato alle stragi e ai delitti intesi a impedire il maturare di processi che minacciavano l'assetto di potere e gli equilibri internazionali. Ho parlato a proposito delle stragi, a cominciare da quella di Portella della Ginestra, di "democrazia bloccata" e di "doppio Stato", della vigenza di una costituzione materiale che sbarrava, di fatto e con tutti mezzi, le possibilità di cambiamento del quadro politico offerte da una costituzione formale tra le più aperte e democratiche e il fatto, di per sé evidente, che le stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, sono state e rimangono impunite, sta a dimostrare che non si è trattato di casi isolati, di complicità marginali e circoscritte, ma di qualcosa di più ampio e profondo, non legato a un passato ormai superato ma ancora oggi vitale, tanto che finora si è riusciti ad ostacolare l'accertamento della verità.
Mi chiedo se il concetto di deviazione, che si presenta tutto sommato come l'eccezione a una regola di legale normalità, sia il più adeguato a rappresentare la realtà del nostro paese in anni non lontani, e lo stesso rapporto tra istituzioni e mafia. Se si guarda alla vicenda dell'isolamento di Dalla Chiesa, alla sorte del pool antimafia di Palermo, smantellato dopo o a ragione dei successi conseguiti, al destino di uomini come Chinnici, Falcone e Borsellino, il quadro è a dir poco inquietante. Peppino Impastato era un personaggio indigesto pure per la sinistra (non si possono tacere le sue critiche spietate al Pci e al compromesso storico) e anche per più d'uno dei suoi compagni, più propensi a "riprendesi la vita" che a continuare la battaglia difficilissima contro la mafia, ma i magistrati uccisi erano servitori dello Stato e la loro morte, quando non rimane impunita, non si può addebitare soltanto al "delirio di onnipotenza criminale" dei corleonesi. C'è stata in Italia una lunga vicenda di connivenze, di esposizione a rischi mortali di personaggi impegnati sul fronte della legalità, che non si può spiegare con le deviazioni ma riguarda il modo in cui il potere delle classi dominanti si è costituito e si è perpetuato.
La relazione della Commissione antimafia ha il merito, che le va riconosciuto esplicitamente, di aver fatto chiarezza, per quello che era di sua competenza, su un delitto politico-mafioso che ha colpito un militante come Peppino Impastato, ma è, dev'essere, solo un primo passo. Bisogna scrivere una storia dell'impunità, dal dopoguerra ad oggi, dagli omicidi dei militanti del movimento contadino (a cominciare dall'inchiesta sull'assassinio di Accursio Miraglia, del gennaio 1947, con due sentenze contraddittorie) ai fatti più recenti, guardando al ruolo che hanno avuto le istituzioni nella legittimazione del delitto, garantendo l'impunità e attivandosi solo dopo i delitti eclatanti e le stragi, e solo in un'ottica di emergenza, cioè di risposta alla violenza mafiosa.
Il debito delle istituzioni e l'unanimismo antimafia
Con i processi in corso e con questa relazione il debito delle istituzioni nei confronti di Peppino Impastato è solo in parte pagato. La vicenda del riconoscimento come vittima della mafia è un altro capitolo fatto di inerzie, ritardi, silenzi, disinformazioni che merita di essere scritto. Nel luglio del 1990 l'allora ministro degli interni Gava, rispondendo a un'interrogazione del senatore Pollice di due anni prima, sosteneva: "Lo stato dell'inchiesta giudiziaria, tuttora in corso, e l'esito degli accertamenti investigativi, finora compiuti, non consentono al prefetto di Palermo di rilasciare la certificazione di "vittima innocente della mafia e della criminalità organizzata"", ignorando che c'era già dal 1984 una sentenza che parlava inequivocabilmente di omicidio mafioso. Il Centro Impastato chiedeva le dimissioni di Gava.
Nell'aprile del 1996 la direzione generale dei servizi civili del Ministero dell'Interno respingeva la richiesta presentata dalla madre di Impastato nel 1992 per la concessione della speciale elargizione prevista dalle leggi vigenti per le vittime di mafia. Nel luglio del '96 la madre di Peppino presentava ricorso al Presidente della Repubblica avverso la decisione del Ministero. Il ricorso non ha avuto fino ad oggi risposta. Nel marzo del 1998 la Regione siciliana comunicava che avrebbe corrisposto un indennizzo alla madre di Impastato ma che questa doveva impegnarsi a restituire la somma se non venisse riconosciuta con una sentenza la matrice mafiosa del delitto, clausola prevista per tutti i casi ma che solo per i familiari di Impastato veniva resa pubblica e ripresa dalla stampa. In un comunicato del Centro scrivevo che questo somigliava a una presa di distanza e concludevo: "Se le cose stanno così, non possiamo non sottolineare che la distanza tra molti rappresentanti dell'istituzione regionale e Peppino Impastato è ancora abissale". L'indennizzo non arrivava e nel marzo del 1999 la madre e il fratello di Peppino chiedevano al prefetto di Palermo, per il successivo inoltro al Ministero dell'Interno, l'applicazione dei benefici previsti dalla legge nazionale 23 novembre 1998 n. 407 in favore dei familiari delle vittime innocenti della mafia, ma ancora la richiesta non ha avuto riscontro. E lo scorso dicembre, a Palermo, in una cerimonia, alquanto improvvisata, svoltasi durante la conferenza delle Nazioni Unite per la firma della Convenzione sul crimine transnazionale, sono state consegnate delle targhe ai familiari di vittime della mafia ma si è ancora una volta ignorato Impastato. Peppino Impastato continua ad essere un morto scomodo, che non ha diritto di cittadinanza nel salotto buono dell'antimafia ufficiale. E di ciò non so se c'è da lamentarsi o da essere lieti.
Come si vede, il discorso non si limita ai depistaggi e ci auguriamo che il lavoro avviato con questa relazione prosegua. Come pure chiediamo che la Commissione antimafia conduca un'indagine adeguata su quello che è avvenuto nella zona di Cinisi-Terrasini dagli anni successivi al delitto Impastato ad oggi. Nel promemoria del settembre 1998 lo dicevo espressamente: quell'area ha avuto e ha un'importanza fondamentale nella vita della mafia e bisogna chiarire quali rapporti ci sono stati tra mafia, forze dell'ordine e istituzioni. Come si sono intrecciati i fili delle alleanze, degli scontri, dei tradimenti, delle confidenze e delle protezioni. Solo così si capirà perché si è suicidato il maresciallo Lombardo e perché in questi ultimi mesi si è tornato a uccidere.
I recenti arresti a Cinisi e a Terrasini di presunti mafiosi e presunti fiancheggiatori (la cautela è d'obbligo) ci inducono a ribadire l'esigenza di un'attenta ricostruzione del sistema relazionale senza cui la mafia sarebbe un fenomeno meramente criminale. Tra gli arrestati c'era un consigliere comunale di Cinisi, ex democristiano e ora nella maggioranza di centro-sinistra, ma che si dichiara ideologicamente vicino al Polo. L'11 dicembre scorso sedeva con gli altri consiglieri durante il consiglio comunale straordinario per la presentazione della relazione. Abbiamo sentito grandi lodi per Peppino Impastato e dichiarazioni antimafia. Senza voler anticipare gli esiti dell'inchiesta, non possiamo fare a meno di ricordare che quella che abbiamo definito "l'antimafia difficile", che coniuga memoria, analisi e progetto e condivide la radicalità e la complessità dell'azione di Impastato, non ha nulla da spartire con le liturgie unanimistiche in cui alla solennità delle parole non corrisponde la coerenza dei comportamenti.
In un paese in cui la smemoratezza è uno sport nazionale e quel tanto che
riesce a resistere e a trovare spazio nella memoria collettiva fa presto
a tramutarsi in retorica agiografica, ricordare un personaggio e una
storia nell'unico modo consentito a chi non coltiva miti e non pratica
liturgie, cioè cercando di continuarne il percorso, è una fatica spesso
destinata all'inutilità o ad esaurirsi in una cerchia ristretta.
Il Centro siciliano di documentazione esiste dal 1977 ed è stato dedicato
a Peppino Impastato qualche anno dopo il suo assassinio, quando era
considerato da molti un terrorista e un suicida, e tenendo conto dei
limiti che derivano in primo luogo dalla scarsità delle risorse (il Centro
è stato e continua ad essere autofinanziato) ha svolto un lavoro che
mirava non solo a salvare la memoria di Impastato e a stimolare la
magistratura perché accertasse le responsabilità di mandanti ed esecutori
dell'omicidio, ma anche a produrre analisi e riflessioni ben prima che i
grandi delitti e le stragi suscitassero l'interesse per l'universo mafioso.
Non possiamo dire di avere girato a vuoto: abbiamo portato a compimento
buona parte del progetto di ricerca "Mafia e società"(1),
siamo stati i primi ad avviare attività nelle scuole(2),
abbiamo promosso centinaia di iniziative, a cominciare dalla
manifestazione nazionale contro la mafia del maggio 1979 e, per quanto
riguarda la vicenda Impastato, l'impegno dei familiari, di alcuni
compagni di militanza e le nostre sollecitazioni hanno ottenuto risultati
importanti: i processi contro i mafiosi incriminati come mandanti
dell'omicidio (il primo, contro Vito Palazzolo, si è concluso con la
condanna a 30 anni di carcere; il secondo, contro Gaetano Badalamenti,
è in corso), grazie anche all'assistenza di un avvocato che non ha
chiesto una lira di onorario; la relazione della Commissione parlamentare
antimafia sul caso Impastato(3),
in cui si dice chiaramente che rappresentanti delle forze dell'ordine e
della magistratura hanno depistato le indagini: un fatto storico, se si
tiene conto che sulle stragi che hanno insanguinato il paese, da piazza
Fontana alla stazione di Bologna, finora non si è riusciti ad ottenere,
né sul piano giudiziario né su quello politico, nulla di preciso e di
definitivo.
Eppure non possiamo non prendere atto che per molti, prima che vedessero
il film "I cento passi", Impastato era uno sconosciuto. Lo era per i
giovanissimi, che non c'erano e adesso scoprono un personaggio in cui
vedono incarnati sogni e aspirazioni che sembravano lontani ma di cui si
torna a sentire il bisogno; lo era anche per tanti, meno giovani, che
c'erano, ma camminavano su strade diverse e si sentono ringiovanire
vedendo ricomporsi sullo schermo immagini dimenticate. Dai messaggi che
ci pervengono, spesso inviati da ragazzi, qualcuno con meno di dieci anni,
sembra di assistere a una sorta di resurrezione pasquale, in un periodo
storico in cui ci sono molti crocifissi ma nessun risorto. Peppino viene
descritto come un eroe, un martire, un giglio nel fango, un Che Guevara
di Sicilia, che nell'immaginario di tanti è un inferno popolato di demoni
sanguinari, in cui improvvisamente e inspiegabilmente è apparso un angelo
ribelle. È solo un'emozione passeggera o c'è, ci può essere, dell'altro?
Sta nascendo un mito o può farsi strada un interesse autentico che
potrebbe anche tradursi in qualche forma di impegno, individuale o
collettivo? Non lo so.
So, purtroppo, che in qualche caso la "scoperta" di Impastato si traduce
in pratiche già viste e prontissime a riproporsi: iniziative, più o meno
dal sapore elettoralistico, in cui si cerca di addomesticare la figura di
Peppino, rendendolo "compatibile" con il clima e il linguaggio correnti,
e ignorando il lavoro di tutti questi anni. Scelta perfettamente
funzionale alla volontà di cancellare silenzi e ostracismi che hanno
visto come protagonisti quegli stessi che ora inneggiano all'eroe
"sconosciuto".
Chi ha parlato e parla di "vent'anni di silenzio", di "delitto dimenticato",
e tra questi ci sono alcuni che sanno perfettamente come sono andate le
cose, non solo dà prova di disonestà intellettuale ma non è escluso che
miri a compiere operazioni catalogabili sotto l'etichetta della
mercificazione.
Come definire la trovata di un grande giornale nazionale che annuncia in
prima pagina che la madre di Impastato parla "per la prima volta"
("Corriere della sera" del 30 agosto 2000) mentre ha rilasciato decine di
interviste e in anni ormai lontani (1986) ha scritto con noi del Centro
la sua storia di vita(4)? È chiaro che
per "vendere" la notizia si doveva far credere che solo in quell'occasione
la madre si era decisa a parlare e solo per quel giornale. Altrimenti la
notizia non sarebbe stata data o non avrebbe avuto quel risalto. E più
recentemente, il 12 aprile del 2001, sulle pagine del "Giornale di Sicilia"
è toccato di leggere che sempre la madre di Impastato si sarebbe decisa
ad accusare i mafiosi dell'assassinio del figlio solo dopo aver parlato
con il giornalista Mario Francese, ucciso nel gennaio del 1979.
Particolare trascurato, ma non trascurabile: la madre di Peppino ha
incontrato Francese nel palazzo di giustizia di Palermo, dove si era
recata per costituirsi parte civile, quindi la decisione di chiedere
giustizia, rompendo con la parentela e con la cultura mafiosa, era già
stata presa. Ricordare queste cose vuol dire suscitare reazioni
infastidite, come se si trattasse di un'interferenza indebita o comunque
non gradita.
La mafia in famiglia
Sull'onda del successo del film si è affermata un'immagine-simbolo della
vicenda di Peppino Impastato racchiusa nella metafora dei cento passi,
cioè della distanza, passo più passo meno, che divideva la casa degli
Impastato da quella del boss Gaetano Badalamenti. La metafora è suggestiva
ma la realtà era ben più drammatica e, a mio avviso, molto più ricca e
stimolante anche come soggetto cinematografico. Nella lunga teoria dei
caduti nella lotta contro la mafia, che io sappia, Impastato è l'unico
proveniente da una famiglia mafiosa, mentre per chi vive in terra di
Sicilia avere un capomafia nel vicinato non è un fatto né unico né raro.
Diamo la parola a Peppino, rileggendo alcuni appunti autobiografici, in
cui sui è raccontato con impietosa lucidità:
Arrivai alla politica nel lontano novembre del '65, su basi puramente
emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una
condizione familiare divenuta ormai insostenibile. Mio padre, capo del
piccolo clan e membro di un clan più vasto con connotati ideologici
tipici di una società tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato
tutti i suoi sforzi, fin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le
sue scelte ed il suo codice comportamentale. È riuscito soltanto a
tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva ed a compromettere
definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia
soggettività. Approdai nel PSIUP con la rabbia e la disperazione di chi,
al tempo stesso, vuol rompere tutto e cerca protezione(5).
Nel 1965 Peppino ha solo 17 anni, essendo nato nel 1948, e la sua rottura
con il padre è già consumata. Sia stato o meno formalmente affiliato alla
famiglia mafiosa di Cinisi, Luigi Impastato era mafioso a tutti gli
effetti. Mafioso per nascita, per parentele e affinità, per amicizie, per
mentalità e almeno in una certa fase anche per le attività con cui
riusciva a sbarcare il lunario. Mafioso era il padre, che aveva fatto due
anni di carcere ma, a dire della madre di Peppino, per qualcosa che
avevano commesso i Badalamenti, e da allora gli Impastato avevano rotto
con i Badalamenti-Battaglia ('nciuria, cioè soprannome, che non
derivava dalla bellicosità del comportamento ma dal mestiere di allevatori
di mucche: battagghi sono i campani che pendono dal collo degli
animali) e dopo quella disavventura il genitore aveva radunato gli otto
figli per comunicare una decisione che suona come un comandamento biblico:
"Io vi lascio per testamento che con i Badalamenti non ci dovete avere
niente a che fare, per nessun motivo, perché vi scomunico… Battagghi
non ne dovete mettere neppure alle vacche"(6).
Ma le cose, come sappiamo, dovevano andare diversamente.
Mafioso era il fratello di Luigi, anche lui Giuseppe, significativamente
soprannominato Sputafuoco; mafioso, anzi capomafia per molti anni, era
Cesare Manzella, cognato di Luigi, avendone sposato la sorella.
Durante il fascismo il futuro padre di Peppino era stato per due anni al
confino nell'isola di Ustica. Durante e dopo la guerra aveva fatto il
contrabbando di alimentari, attività diffusa ben oltre la stretta cerchia
dell'organizzazione mafiosa, e per un certo tempo era stato nel mirino
delle forze dell'ordine, ma, grazie alle soffiate che venivano dagli
stessi carabinieri - a raccontarlo è la futura moglie Felicia -, era più
volte riuscito a sfuggire all'arresto.
Felicia Bartolotta, la madre di Peppino, non veniva da una famiglia
mafiosa, nessuno dei suoi parenti era stato al confino durante il fascismo,
ma un fratello del padre era emigrato negli Stati Uniti, dove aveva
sposato una ragazza dodicenne di famiglia mafiosa e si era dedicato a
un'attività allora fruttuosissima: la produzione e il commercio degli
alcoolici, soggetti al regime proibizionistico. E per un contrasto con il
suocero, a quanto pare per ragioni d'affari, Rosolino Bartolotta (era
questo il suo nome) credette bene di ricorrere a una soluzione in uso
tanto nella madrepatria che nel nuovo mondo: uccidere il suocero e due
suoi cognati. Il commento di Felicia, nel raccontare queste disavventure
familiari: "tu mi tincisti e io ti mascariavu" ("tu mi hai tinto e
io ti ho macchiato")(7), per dire che
il Rosolino, imparentandosi con mafiosi, aveva ben presto imparato la
lezione e aveva restituito pan per focaccia.
Ma nonostante i trascorsi americani dello zio paterno, Felicia non era
portatrice, sana o meno, di cultura mafiosa; sposa Luigi senza capire e
sapere molto di mafia e dintorni e il rapporto è subito burrascoso,
perché il marito era ben dentro il circuito mafioso, e felice di esserlo,
mentre lei si rifiuta di attenersi al galateo mafioso e paesano, fatto di
complicità, di simulazioni e di silenzi, o lo fa di malavoglia:
Appena mi sono sposata ci fu l'inferno… Attaccava lite per tutto e
non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo:
"Stai attento, perché gente dentro non ne voglio. Se mi porti qualcuno
dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre.
Può essere chiunque, anche mio padre, non faccio entrare nessuno"(8).
Da una coppia così mal assortita, che resiste sol perché Felicia è donna
della provincia siciliana, ed è stata educata a subire, anche se morde il
freno e di tanto in tanto esplode, nascono tre figli: il primo, Giovanni,
muore a tre anni, poi viene Giuseppe e ultimo un secondo Giovanni.
Le fotografie dell'album di famiglia mostrano Giuseppe bambino a spasso
con il padre accanto ai maggiorenti del paese e ovviamente non potevano
mancare i mafiosi: è una sorta di presentazione del figlio
all'establishment cinisense e il bambino, con l'abituccio festivo,
mano nella mano del padre, si presta docilmente a queste frequentazioni.
Altre immagini mostrano i componenti del comitato per i festeggiamenti
della santa patrona e in una di esse vediamo un grappolo umano attorno a
un alberello in piazza: accanto al padre di Peppino, ci sono Cesare
Manzella, Gaetano e Sarino Badalamenti, Masi Impastato e Leonardo Pandolfo,
che sarà sindaco del paese, docente universitario, deputato nazionale e
assessore regionale. È il 1952 e quarantatre anni dopo Pandolfo dirà che
non era informato: non sapeva che Badalamenti era un mafioso, e sorvolerà
su Manzella, capomafia notorio. Ma già allora il giovane Badalamenti
aveva cominciato la sua carriera, con una serie di incriminazioni quasi
sempre risolte con i proscioglimenti di rito, medaglie al valore
indispensabili per il cursus honorum mafioso.
Nel racconto della sua vita, la madre di Peppino parla di Cesare Manzella
come di un capomafia all'antica, un galantuomo e un pacificatore: "Di
Cesare Manzella? Non ne posso parlare male. Mio marito, una volta, si
mise con una donna…".
E Felicia racconta, quasi divertita, della scappatella del marito,
costretto a fuggire in mutande dalla casa dell'amante, e della sua
ribellione di sposa tradita, che si rifugia dalla madre. Ma in paese
c'era quel sant'uomo di Manzella:
Allora venne questo Cesare Manzella, pieno di gentilezze, perché a me
mi rispettava, e mi dice: "Sai che vuoi fare?". E andava e veniva, andò
da mia madre… e poi le dovette dare soldi, a quella donna, per
accordarsi…(9)
Felicia si piega alle richieste di Manzella e ritorna nella casa maritale,
"però il sangue restò sporco, lo stomaco restò malato"(10).
E le benemerenze di Manzella non si fermano alla composizione di
conflitti coniugali: raccoglie soldi e costruisce un cinema per gli
orfanelli, fa regali a tutti, anche se spesso e volentieri si faceva
prestare denari che poi non restituiva.
L'immagine del capomafia-patriarca-benefattore-paciere-aggiustatore di
torti è imperversata per anni ed è diventata l'archetipo di una
fantomatica "mafia tradizionale", ligia al codice d'onore, una mafia
d'ordine, più che accettata benvoluta in una società "tardocontadina",
come la definisce Peppino: un'immagine che è servita a coprire la natura
criminale dell'associazionismo mafioso e gli innumerevoli delitti di cui
si sono macchiati i mafiosi e i loro complici, a cominciare dalle
carneficine tra le fila del movimento contadino. È la mafia descritta da
Buscetta, ancora in stato di grazia, prima del tralignamento dovuto al
coinvolgimento nel traffico di droga.
Il ritratto di Cesare Manzella tracciato dai carabinieri di Cinisi e
riproposto dalle pagine della Commissione antimafia degli anni '60 è
alquanto diverso. Nel 1958 i carabinieri, in una proposta di diffida,
scrivevano di lui:
L'individuo in oggetto è capo mafia di Cinisi. È di carattere violento e
prepotente. È a capo di una combriccola di pregiudicati e mafiosi,
composta dai fratelli "Battaglia", cioè Badalamenti Gaetano, Cesare e
Antonio, dediti ad attività illecita, non escluso il contrabbando di
stupefacenti. Il Manzella Cesare è individuo scaltro con spiccata
capacità organizzativa, per cui gode di un ascendente indiscusso fra i
pregiudicati e mafiosi del luogo e quelli dei paesi, quali Carini,
Torretta, Terrasini, Partinico, Borgetto e Camporeale che continuamente l
o avvicinano. Tale suo ascendente fa sì che le malefatte compiute dai
suoi accoliti non vengano nemmeno denunziate all'autorità costituita. Per
tale motivo ed anche perché la sua funzione si esplica e si limita alla
sola organizzazione della delinquenza e della mafia, è sempre sfuggito ai
rigori della legge. Infatti è incensurato. Per la consumazione dei crimini
si serve esclusivamente di sicari.
I delitti che accadono nella zona, tra cui alcuni omicidi, sono stati
certamente sentenziati da lui, ma non ci sono prove per incriminarlo. Ha
un'ottima posizione economica, consistente in proprietà immobiliari
valutabili per circa 20 milioni.
E la Commissione antimafia, nelle schede sui singoli mafiosi pubblicate
nel 1971, ribadiva che il capomafia "era un ex emigrato negli Stati Uniti
dove si era arricchito all'ombra del gangsterismo americano, con il
traffico di stupefacenti"(11).
Cinisi alla fine degli anni '50 e nei primi anni '60 pullula di mafiosi
con un piede in Sicilia e l'altro negli Stati Uniti e da vicende legate
al traffico d'eroina scaturirà il conflitto che porterà allo scontro tra
la dinastia dei Greco e gli emergenti La Barbera. Manzella è con i Greco
(noblesse oblige) e morirà nell'attentato del 26 aprile 1963, con
la prima giulietta imbottita di tritolo, modalità made in Usa importata
nell'isola dagli amici di Buscetta, che vent'anni dopo parlerà di una
"mafia moderata", la sua e quella dei suoi alleati, insidiata e decimata
dalla degenere e sanguinaria "mafia corleonese".
Nel racconto di Felicia, l'attentato in cui muore Manzella assurge a
evento-chiave nella vita del quindicenne Peppino:
Lì fu colpito Giuseppe: Sai quando ammazzano un agnello? Brandelli di
carne li hanno trovati appesi su un albero. Gli volevo dire: "Figlio…".
Che sapevo, e lui fece la stessa fine… E si informava con suo zio: "Zio -
diceva - ma che cosa ha potuto provare?". "Figlio, sono attimi", gli
disse mio fratello(12).
Giuseppe da quando il primo dei figli di Luigi e Felicia ha avuto
l'encefalite ed è morto, nel 1952, su consiglio dei medici è stato
allontanato da casa e vive con la nonna e poi con gli zii materni. Dopo
le scuole elementari a Cinisi ha frequentato le scuole medie a Partinico
e ha cominciato a pensare con la sua testa. Ha conosciuto Stefano Venuti,
che negli anni '40 era stato dirigente delle lotte contadine e fondatore
del PCI, e aveva corso più di un pericolo. Il 22 giugno del '47, dopo la
strage di Portella della Ginestra del primo maggio, una ventata di
attentati ha colpito le sezioni comuniste di Partinico, Borgetto e Cinisi,
le sedi delle camere del lavoro di Carini e di San Giusepe Jato e la
sezione socialista di Monreale. Altrove sono stati i banditi della banda
Giuliano, arruolati nel partito anticomunista e desiderosi di guadagnarsi
l'impunità. A Cinisi gli attentatori furono i mafiosi locali, impegnati
in prima persona nella guerra contro i comunisti, e il 22 ottobre
torneranno a colpire, uccidendo a Terrasini il segretario della
Confederterra Giuseppe Maniaci, ex detenuto per reati comuni,
politicizzatosi a Porto Longone, alla scuola di Scoccimarro e Terracini.
Venuti, per l'attentato del 22 giugno, aveva denunciato i mafiosi Cesare
Manzella e Tommaso Impastato, che erano stati arrestati ma ben presto
liberati. Riceverà minacce ma uscirà indenne da quella stagione
sanguinosa in cui mafiosi, agrari e partiti conservatori ricorrono
sistematicamente alla violenza, diffusa o mirata, per arrestare il
movimento contadino e l'avanzata delle sinistre raccolte nel Blocco del
popolo, e riusciranno a vincere. L'emigrazione dissanguerà ancora una
volta la Sicilia e i partiti di sinistra e i sindacati si ridurranno a
presenze minoritarie.
Peppino ragazzo frequenta la sezione del PCI, dove il dirigente è sempre
Venuti, ma poi aderirà al PSIUP e sarà dirigente nazionale
dell'organizzazione giovanile. L'immagine della mafia buona, che da
grande lo aiuterà a trovare un posto e ad avere un ruolo adeguato alle
sue ascendenze, è stata definitivamente cancellata dall'attentato del 26
aprile 1963 e a sedici-diciassette anni è già un militante e fa i primi
comizi. Da allora al centro della sua attività politica ci sarà, sempre e
soprattutto, la mafia.
Da "L'idea socialista" a Democrazia proletaria. Dal Partito-padre a
Radio Aut
Nel 1965 esce "L'idea socialista", un foglio ciclostilato, e cominciano i
primi guai. Cinque giorni dopo l'uscita del primo numero i giovanissimi
redattori vengono convocati in caserma. Il sindaco di Cinisi, il giudice
Domenico Pellerito, cognato di Gaetano Badalamenti, ha sporto denuncia,
sentendosi vilipeso dal giornalino, e il pretore di Carini condanna i
responsabili a un'ammenda. Silenzio per un anno, ripresa delle
pubblicazioni e questa volta Peppino spara cannonate: Mafia: una
montagna di merda, è il titolo di un articolo scritto da lui, e qui
si consuma la rottura con il padre e la parentela. Masi Impastato dice a
Luigi: "Se fosse figlio mio, farei un fosso e lo seppellirei", Sputafuoco
lo avverte esplicitamente che una famiglia come la loro non può tollerare
un ragazzo che scrive quelle cose(13).
Luigi caccia via di casa Peppino, cioè gli vieta di mettere piede in casa,
dato che già viveva con gli zii.
Il giornale continuerà ad uscire: nel 1967 Peppino pubblica un servizio
sulla "marcia della protesta e della speranza" organizzata da Danilo Dolci,
segue un numero con un attacco a Pandolfo nuovo sindaco del paese, ci
sarà soltanto un altro numero in cui viene pubblicata una lettera non
firmata in cui si legge:
Avete l'ardire di mettervi contro il prof. Pandolfo, contro l'ex-sindaco
giudice Pellerito… in sostanza contro il gruppo rappresentativo del paese…
Quattro straccioni come voi non possono garentire la sicurezza della
nazione. Sol perché hanno pena di "consumarvi", queste degne persone, da
voi volgarmente oltraggiate, non assumono provvedimenti legali(14).
Negli anni successivi, dopo una breve esperienza con il circolo Che
Guevara, Peppino percorre tutta la catena dei gruppi extraparlamentari e
dell'associazionismo di base: prima i gruppi marxisti-leninisti (la Lega
dei comunisti, il Pcd'I linea rossa), poi nel '72 la campagna elettorale
con il Manifesto, poi ancora Lotta continua e infine il circolo Musica e
cultura, Radio Aut, la lista con Democrazia proletaria. Tappe fondamentali
di questa militanza: il '68 con le occupazioni dell'università, la lotta
con i contadini contro l'esproprio delle terre per la costruzione della
terza pista dell'aeroporto di Punta Raisi, la conoscenza di Mauro Rostagno,
la lotta con gli edili per il lavoro, l'impegno nella campagna elettorale
per le amministrative nella primavera del '78 quando andrà incontro alla
condanna a morte.
Lo aveva già scritto: aderendo al PSIUP cercava protezione e anche
nell'adesione al gruppo marxista-leninista "il bisogno di un minimo di
struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione) è stato molto
forte". Come pure, impegnandosi nella campagna elettorale con il Manifesto,
sentiva "il bisogno di garanzia istituzionale".
Non ci vuol molto a capirlo: Peppino è alla ricerca di un padre, dato che
non si riconosce in quello naturale ed è in aperta rottura con lui; è
alla ricerca di una casa, dato che si è lasciato alle spalle quella della
sua famiglia. Ma il Partito chiede troppo a un giovane lacerato dalle
vicende personali, è un altro padre, non meno chiuso e tirannico del
genitore naturale.
Riprendiamo la lettura della sua breve autobiografia:
Passavo con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a
momenti di autentica esaltazione e capacità costruttiva: la costruzione
di un vastissimo movimento d'opinione a livello giovanile, il proliferare
delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di
quartiere erano lì a testimoniarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla
realtà, mi diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare
con il mondo esterno, mi rinchiudevo sempre più in me stesso. Mi
caratterizzava una grande paura di tutto e di tutti e nel tempo stesso
una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e di costruire. […] E mi
beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal Partito: la mia
discontinuità era incompatibile con la vita interna dell'organizzazione.
Fui anche trasferito in un altro posto a svolgere attività politica, non
riuscii a resistere più di una settimana: mi fu anche proposto di
trasferirmi a Palermo, al Cantiere Navale, un po' di vicinanza con la
Classe mi avrebbe fatto bene. Avevano ragione, ma rifiutai.
Il rapporto con un gruppo dogmatico, in cui il libretto rosso era la
summa della Verità, i dirigenti l'incarnazione del Verbo, i militanti gli
apostoli della Rivoluzione, la Classe il Corpo mistico dentro cui ci si
salva e fuori dal quale ci si perde, finisce con il rivelarsi per Peppino
una camicia di forza. Anche gli innamoramenti non riescono a dargli un
equilibrio, anzi finiscono con l'accentuare le sue schizofrenie:
Mi innamorai follemente di una ragazza, ma riuscii a costruire soltanto
un rapporto lunghissimo e schizofrenico, incomprensibile, kafkiano
addirittura. Il risultato: ne uscii con le ossa rotte e ancora più
incapace di rapporti con il mondo esterno.
Conosciuto da vicino, attraverso le sue parole, Peppino è ben diverso dal
personaggio tutto slanci e sorrisi che qualcuno ha voluto far credere,
come un eterno ragazzo, il Peter Pan della rivoluzione sognata, il
giullare dello sberleffo irriverente.
Graverà per tutto il resto della sua vita il trauma familiare ma poi si
aggiungeranno le delusioni della militanza politica, le ferite aperte da
rapporti umani difficili se non conflittuali, ci saranno periodi dominati
dal ricorso all'alcool e dal cupio dissolvi, ma fino all'ultimo
prevarrà la voglia di riprendersi inventando un nuovo impegno.
Lotta continua è come una ventata di primavera e Mauro Rostagno il
profeta di una nuova terra promessa:
Mi avvicino a "Lotta continua" ed al suo processo di revisione critica
delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto
ai consigli: una problematica che mi aveva affascinato nelle tesi del
"Manifesto". Conosco Mauro Rostagno: è un episodio centrale nella mia
vita degli ultimi anni. Aderisco a "Lotta continua" nell'estate del '73,
partecipo a quasi tutte le riunioni di "scuola quadri" dell'organizzazione,
stringo sempre di più i rapporti con Rostagno: rappresenta per me un
compagno che mi da garanzia e sicurezza, comincio ad aprirmi alle sue
posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte
con l'iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si da luogo a
quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione
degli edili. L'inverno è freddo ma tranquillo, la mia disperazione è
tiepida.
Questa volta non c'è più il Partito-padre, il gruppo politico è la
famiglia dei fratelli, la rivoluzione porta l'orecchino, coniuga il pane
con le rose, al posto del libretto rosso c'è "Re nudo", ma proprio da
quel versante verranno altre delusioni.
Nel novembre del 1976 Lotta continua si scioglie e si apre la fase della
crisi dell'impegno politico, del riflusso, del "personale è politico" che
avrà la sua epifania nel movimento del '77.
Peppino è aperto al nuovo vento ma rigidissimo per quanto riguarda
l'insostituibilità dell'impegno politico, che per lui continua ad essere
la lotta alla mafia. Si scontrerà duramente con i "creativi", bollerà le
loro scelte come "menate sul personale", vedrà nell'apoteosi dello
spinello il vessillo del disimpegno e della resa.
Scrive in un documento su Radio Aut (non casualmente la denominazione
della radio faceva riferimento ad Autonomia operaia):
La tendenza del sociale all'autonomia comporta, sì, il rifiuto del
politico inteso in senso tradizionale (delega, rappresentatività,
centralizzazione burocratica ecc.) ma non il rifiuto dell'organizzazione
autonoma di base e della teoria rivoluzionaria. In queste condizioni,
ancora una volta, il "fumo" rischia di giocare il ruolo di veicolo di
penetrazione per comportamenti e atteggiamenti, a dir poco, pericolosi(15).
E quando ci sarà lo scontro con gli hippies della "comune di Villa
Fassini", che dai microfoni di Radio Aut lanciano, senza averlo
concordato con la redazione, l'invito alla "trasgressione a chiappe
selvagge", ripreso da radio, quotidiani e settimanali, scriverà una
lettera durissima al quotidiano "Lotta continua", che non sarà pubblicata.
Carlo Silvestro, il "titolare" della "comune", si legge nella lettera,
mirava essenzialmente a due cose: avere una congrua buonuscita da chi
voleva sfrattarli dalla villa (altro che lotta alla mafia!) e a
penetrare all'interno del gruppo di compagni presenti localmente e a Radio
Aut per portarne alle estreme conseguenze il processo di disgregazione e
per tentare, successivamente, di riaggregarne una parte su un progetto di
rivista ("Amore") che a quanto ci è sembrato di capire, altro non vuole
essere che un pastone qualunquistico che, dietro il paravento della
"politica del corpo" e del "recupero dell'erotismo", avrà un'impostazione
a metà strada tra il pornografico e la cronaca mondana(16).
Peppino dal 1975 al 1978 è impegnato su vari fronti: contro il compromesso
storico che a Cinisi porta l'unico consigliere comunale del PCI a
diventare vicesindaco in una giunta democristiana (e per Peppino la Dc è,
inequivocabilmente e senza distinzioni, il partito della mafia), contro
le defezioni e il disimpegno all'interno del suo gruppo, per il rilancio
dell'impegno culturale e politico e a tal fine sperimenta nuove
iniziative: il circolo Musica e cultura, come "polo d'incontro" tra
giovani accomunati per qualche tempo dalle iniziative culturali (concerti,
cineforum, animazione teatrale), che il PCI cerca di egemonizzare, senza
riuscirci, e da cui, con un più preciso orientamento politico, nascerà
nel 1977 Radio Aut. Nel 1976 Peppino si candida alle elezioni regionali
con Democrazia proletaria, un cartello che raggruppa Avanguardia operaia,
il Manifesto e Lotta continua, e riporta circa 350 preferenze. Un
precedente che lo spingerà a candidarsi nel '78 alle elezioni comunali.
Gli ultimi due anni della vita di Peppino sono tutti dedicati alla Radio
e all'attività politica, ormai sganciata da appartenenze e per l'occasione
elettorale sotto la sigla di Democrazia proletaria.
L'Italia è attraversata dal ciclone terroristico e il gruppo operante tra
Cinisi e Terrasini (sede della radio) vuole, tra cento contraddizioni,
fare politica, ritiene la scelta brigatista una "espropriazione della
lotta di massa" e non perde occasione per denunciare le attività mafiose,
le collusioni con le istituzioni, e con la trasmissione satirica "Onda
pazza", la più ascoltata, sbeffeggia mafiosi, con in testa Badalamenti, e
signorotti locali. Ai loro occhi, è un delitto continuato di lesa maestà.
Nella notte tra l'8 e il 9 maggio del '78 ci penserà il tritolo a
chiudere la bocca per sempre a Peppino Impastato.
Mafia e antimafia negli anni '60 e '70
L'attività di Impastato si colloca in un periodo che si può definire di
transizione(17). Transizione per la mafia e per l'antimafia. L'evoluzione
del fenomeno mafioso, come del resto di tutti i fenomeni di durata, non
può tagliarsi con l'accetta, come qualcuno ha preteso di fare,
rispolverando il vecchio stereotipo mafia vecchia - mafia nuova. La
storia della mafia è un intreccio di continuità e trasformazione, di
persistenze e di elasticità. La signoria territoriale, aspetto permanente
dell'agire mafioso, si coniuga con l'internazionalizzazione; l'estorsione,
pratica già sperimentata nella preistoria della mafia(18), va a braccetto
con attività e traffici destinati a incrementarsi nel mondo contemporaneo,
come la produzione e commercializzazione degli stupefacenti.
Negli anni '60 e '70 la mafia non abbandona le sue roccaforti storiche,
nelle campagne e nei quartieri della città ma, adeguandosi ai mutamenti
del contesto, indirizza le sue attività verso la speculazione edilizia,
il contrabbando di sigarette e il traffico di eroina. L'aeroporto di
Palermo, soggetto alla signoria mafiosa della cosca di Cinisi, sarà il
luogo di questo incontro tra antico e nuovo.
Lo stereotipo dominante in quegli anni voleva una mafia al tramonto,
trasformata in gangsterismo urbano, senza radicamento e quindi molto meno
pericoloso. All'interno della Commissione parlamentare antimafia,
attivata sull'onda dell'emozione suscitata dalla strage di Ciaculli del
30 giugno 1963, in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine, la
discussione fu dominata dallo scontro tra chi, come Li Causi, La Torre e
pochi altri, sostenevano che ci si trovava di fronte a una mafia in
mutazione, saldamente agganciata a uomini politici e a settori delle
istituzioni, e chi invece era certo che ormai si trattava di delinquenza
comune.
In una fase in cui non c'era più un movimento di massa (il movimento
contadino chiude la sua ultima stagione di lotte nella metà degli anni
'50) la lotta contro la mafia vive dell'impegno di minoranze: le
battaglie del Pci nella Commissione antimafia, nell'Assemblea regionale
siciliana e nel consiglio comunale di Palermo, contro Lima e Ciancimino,
l'attività di Danilo Dolci. Nei gruppi che nascevano a sinistra del PCI
non c'era molto: solo l'analisi e il tentativo di pratica politica del
gruppo del Manifesto di Palermo e l'attività di Impastato.
Il Manifesto nacque a Palermo dal Circolo Lenin, fondato da Mario Mineo,
una delle figure più significative della sinistra siciliana, da
giovanissimo impegnato nella battaglia per l'autonomia regionale
(redasse un progetto di Statuto che non ebbe molta fortuna), da tempo in
rotta con il PCI. In un documento del 1970, redatto dopo l'adesione al
nascente gruppo nazionale formato dai dirigenti espulsi dal PCI nel 1969,
era contenuta una sintetica analisi della mafia: essa era e continuava ad
essere un fenomeno sociale (l'organizzazione criminale era solo la parte
emergente di un iceberg) e negli ultimi anni la borghesia
capitalistico-mafiosa aveva assunto funzioni di classe dominante(19).
Un'analisi controcorrente, che suscitò le reazioni del PCI (Occhetto,
allora dirigente in Sicilia, scrisse che in questo modo si vedeva
dappertutto mafia), che all'interno del Manifesto nazionale non ebbe
nessun risalto e attizzò polemiche anche nel Manifesto siciliano (più
d'uno sosteneva che la mafia era un residuo feudale in via di sparizione,
spazzato via dal capitalismo trionfante). Quest'analisi cercò di tradursi
in azione politica, con la proposta di un disegno di legge di iniziativa
popolare sull'espropriazione della proprietà mafiosa. Solo nel 1982, ben
dodici anni dopo, con la legge antimafia approvata subito dopo
l'assassinio di Dalla Chiesa, il sequestro e la confisca dei beni dei
mafiosi saranno introdotti nel nostro ordinamento.
I gruppi di Nuova sinistra che proliferarono in quegli anni guardavano
alla rivoluzione planetaria e non avevano occhi per fenomeni come la
mafia. Lotta continua svolgeva un'attività di controinformazione su
alcuni temi, come il neofascismo, e alla mafia dedicò un certo spazio in
un opuscolo sulla Democrazia cristiana siciliana. Impastato partecipò
alla campagna elettorale del '72 con il Manifesto (e in quella campagna
il Manifesto siciliano mise al centro il tema della mafia) ma non ebbe
alcun rapporto con noi di Palermo. D'altra parte noi di Palermo non
seguivamo quello che accadeva a Cinisi. Le concorrenze e i settarisimi
allora erano fortissimi, ma non erano una novità e non allignavano solo
in Sicilia. Solo dopo la sua morte, esperienze distinte ma in larga parte
convergenti, hanno cercato di saldarsi. E non è un caso che a dedicare il
Centro siciliano di documentazione a Peppino Impastato sia stato chi
scrive, che aveva vissuto l'esperienza del Manifesto palermitano, mentre
quelli che furono per anni suoi compagni in vari gruppi (dagli m-l a
Lotta continua) lo hanno completamente dimenticato. Nessuno dei dirigenti
di Lc venne a Cinisi dopo il delitto e dieci anni dopo, parlando con
Rostagno, che doveva essere assassinato a qualche mese dal nostro
incontro, ho accennato a Impastato ma non mi sono sentito di proseguire
di fronte al suo imbarazzato silenzio.
L'assassinio e il depistaggio
Al funerale di Peppino eravamo in mille, ma in gran parte venivamo da
fuori. Di compaesani ce n'erano pochi e le finestre della case lungo il
corso erano chiuse. Lo erano anche il giorno dopo quando i compagni mi
chiesero di parlare, dato che l'oratore ufficiale del comizio di chiusura
della campagna elettorale era un demoproletario di Milano, non proprio
conoscitore delle cose di Sicilia. Nel comizio abbiamo indicato i mafiosi
come responsabili del delitto e rivolgendomi alle finestre chiuse, ben
sapendo che in queste occasioni ci sono dietro persone che stanno a
guardare senza farsi vedere, ho rivolto un invito: "Se queste finestre
non si apriranno l'attività di Peppino Impastato è stata inutile". Le
finestre non si sono aperte. La domenica successiva, alle elezioni
comunali, Impastato, numero sei della lista di Democrazia proletaria
(allora l'ordine alfabetico nella redazione delle liste era rigidamente
rispettato dai gruppi di Nuova sinistra), fu eletto al consiglio comunale
con 260 voti di preferenza, meno di quelli che aveva avuto da vivo. La
Democrazia cristiana ebbe 2.098 voti, balzando dal 36,2 per cento del
1972 al 49 per cento.
I successori di Impastato al consiglio comunale non brillarono per
impegno e in tutti questi anni la partecipazione dei cinisensi alle
iniziative organizzate dal Centro è stata alquanto ridotta. Erano invece
in cinquecento nel settembre scorso, ai funerali di Giuseppe Di Maggio,
figlio del vecchio boss Procopio, rapito e poi trovato morto. Questo non
vuol dire che non è cambiato nulla, ma bisogna andarci piano con certe
dichiarazioni che danno a vedere una Sicilia profondamente cambiata dopo
la stagione dei grandi delitti e delle stragi. I processi di cambiamento,
anche quando ci sono, sono lenti e non irreversibili.
L'inchiesta sul "caso Impastato", archiviata frettolosamente rubricando
il fatto come suicidio compiendo un atto terroristico, venne riaperta e
nel 1984 una sentenza dell'Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo,
predisposta da Rocco Chinnici, assassinato nel 1983, e completata dal suo
successore, Antonino Caponnetto, riconosceva che si trattava di omicidio
mafioso ma sosteneva che non era possibile individuare i responsabili.
Dopo la pubblicazione del dossier Notissimi ignoti e del volume
La mafia in casa mia, in cui si fornivano nuove indicazioni (tra cui
il racconto del viaggio del padre di Peppino negli Stati Uniti, dopo un
incontro con i mafiosi in cui gli era stata comunicata la decisione di
farla finita con suo figlio), l'inchiesta veniva riaperta; nel 1992 era
ancora archiviata e si ipotizzava la responsabilità dei corleonesi nemici
di Badalamenti, sulla base delle dichiarazioni di Buscetta secondo cui
Badalamenti era stato "posato", cioè espulso da Cosa nostra. Finalmente
nel 1997 si è arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio di Badalamenti
e Palazzolo come mandanti del delitto. L'inchiesta si è sbloccata solo
quando un collaboratore di giustizia, appartenente alla famiglia di
Badalamenti, si è deciso a parlare, ma per interrogarlo sul delitto
Impastato c'è voluto un nostro esposto.
Deponendo davanti alla Corte d'assise di Palermo e anche nelle audizioni
davanti alla Commissione parlamentare antimafia, carabinieri e magistrati
hanno ripetuto che allora la decisione di archiviare l'inchiesta,
etichettando Impastato come attentatore-suicida, derivò dal clima del
tempo (erano i giorni del sequestro Moro e la mattina del 9 maggio venne
trovato in Via Caetani il suo cadavere crivellato di colpi) e dal
reperimento di una lettera in cui Peppino manifestava esplicitamente il
suo proposito di suicidarsi. Lettera sequestrata e passata, in violazione
del segreto istruttorio, al "Giornale di Sicilia", in cui Peppino diceva
di preferire ai "creativi" i criminali e le canaglie, esprimeva la sua
delusione, proclamava il suo "fallimento come uomo e come rivoluzionario"
e annunciava la sua volontà di abbandonare la politica e la vita. La
lettera era stata scritta più di sette mesi prima e c'era una seconda
stesura in cui si limitava ad esprimere la volontà di abbandonare la
politica per riposarsi e curarsi.
A dire degli investigatori, quella lettera depistò le indagini e non
c'erano elementi per indagare in altre direzioni. C'erano invece
tantissimi elementi: le pietre macchiate di sangue raccolte dai compagni
e consegnate a Ideale Del Carpio, l'anziano professore di Medicina legale
che prestò la sua competenza per dimostrare che si trattava di omicidio e
non di suicidio, l'esposto presentato l'11 maggio da forze politiche e
associazioni culturali, i manifesti, i volantini, i comizi in cui si
denunciavano i mafiosi, ma c'erano soprattutto dieci anni di attività di
Peppino, con i nomi, i cognomi e i soprannomi dei mafiosi pronunciati
ogni giorno.
Il generale in pensione Subranni, allora maggiore e responsabile delle
prime indagini, in varie occasioni ha ribadito che le indagini effettuate
immediatamente dopo il delitto furono "complete, avvedute, tormentate",
ma in un'udienza del marzo scorso, alla domanda del presidente della
Corte: "Dopo la scoperta della lettera, avete indagato su come si sarebbe
suicidato l'Impastato?", ha risposto: "No".
I due processi per il delitto Impastato riguardano i mandanti
dell'omicidio e non danno spazio all'accertamento delle responsabilità
per il depistaggio delle indagini. Abbiamo chiesto alla Commissione
antimafia di occuparsene e siamo riusciti ad ottenere prima la
costituzione del Comitato e poi la relazione approvata nel dicembre
scorso. Come si vede, il bilancio del nostro lavoro non si chiude in
rosso, anche se è ignorato o inadeguatamente richiamato dai media.
Stereotipi vecchi e nuovi
Se la memoria di Peppino Impastato rischia di rimanere prigioniera di
immagini riduttive o fuorvianti (l'eroe solitario, l'angelo ribelle ecc.),
mafia e antimafia sono state e continuano a essere terreni propizi al
proliferare di stereotipi, antichi e recenti.
Negli ultimi anni non sono mancati contributi a un'analisi scientifica,
ma troppo spesso si ha l'impressione che si sia passati da una
polarizzazione a un'altra: prima la mafia era soltanto subcultura, codice
comportamentale, mentalità, e guai a parlare di organizzazione; ora è
solo Cosa nostra, organizzazione superstrutturata, piramidale,
verticistica.
A una visione complessa e pluridisciplinare del fenomeno mafioso (quello
che ho chiamato "paradigma della complessità"(20))
si preferiscono visioni che privilegiano un aspetto, replicando ancora
una volta il tentativo di affermazione del primato della propria
disciplina. Da ultimi ci hanno provato psicologi e psicanalisti, con
teorizzazioni interessanti ma un po' troppo affette da una sorta di
"sindrome di Copernico". Psicologia sociale e psicanalisi possono
offrire elementi utili per capire il comportamento mafioso, se accettano
di convivere e intrecciarsi con altre discipline e non se ritengono di
aver trovato la chiave per penetrare i misteri del cosmo mafioso.
Una volta cessati i grandi delitti e le stragi, istituzioni e società
civile hanno fatto più di un passo indietro, in base a una visione
emergenziale del fenomeno mafioso, secondo cui la mafia esiste quando
spara e bisogna attivarsi solo quando uccide Dalla Chiesa, Falcone e
Borsellino. I mafiosi hanno capito che la violenza eclatante produce
effetti boomerang e che se vogliono tornare a tessere la tela delle
alleanze e degli affari bisogna controllare la violenza rivolta verso
l'alto. Così la legislazione, ideata e messa in atto nell'ottica della
risposta all'escalation della violenza mafiosa, è stata in buona parte
attenuata e cancellata. Anche la società civile mostra segni di
stanchezza.
A ridosso delle stragi la Commissione antimafia aveva prodotto una
relazione sui rapporti tra mafia e politica, individuando, oltre alla
responsabilità giudiziaria, una responsabilità politica, ma se i processi
contro uomini politici incriminati per associazione mafiosa o per
concorso esterno si sono quasi sempre risolti a favore degli imputati, di
responsabilità politica adesso non parla più nessuno e le assoluzioni in
sede giudiziaria, anche se somigliano da vicino alle vecchie insufficienze
di prove, vengono considerate dei titoli di merito che spianano la strada
al proseguimento delle carriere. E questo vale anche per i procedimenti
in corso, liquidati come "atti persecutori" orchestrati dalle "toghe
rosse".
Ho definito la mia Storia del movimento antimafia una storia contro
gli stereotipi, apparentemente dissolti o drasticamente ridimensionati,
ma in realtà ancora vivi e vegeti. Al familismo amorale di Banfield, che
per lungi anni ha dominato negli ambienti accademici, e non solo, si sono
via via aggiunti l'idea della mafia come subcultura di un'intera
popolazione, di Hess e più recentemente l'incivisme, come tara
ereditaria delle popolazioni meridionali, di Putnam.
La storia della Sicilia, con le lotte del movimento contadino, con
centinaia di migliaia di persone impegnate per anni, dimostra il
contrario: si sono formati partiti, sindacati, leghe, cooperative, si è
dato vita a originali forme di lotta, dalle affittanze collettive agli
scioperi alla rovescia, ed è scorso copioso il sangue. L'emigrazione, con
flussi imponenti, ha fatto il resto. Rassegnazione e sfiducia nascono da
questa storia di tentativi di cambiamento repressi e cancellati, non da
una fantomatica "natura" dei siciliani.
Ma non ci sono solo gli stereotipi sulla mafia, ci sono anche, o ci
possono essere, gli stereotipi sull'antimafia. Spesso si danno immagini
oleografiche delle lotte del passato e si fanno passare per vittorie
quelle che furono sconfitte. Recuperare la memoria del passato non
significa edificare altarini ma far riemergere verità scomode: le lotte
contadine sono state un grande sforzo di rinnovamento ma non hanno
debellato la mafia, costringendola ad abbandonare le campagne e a
rifugiarsi in città, e le forze politiche che le hanno organizzate non
hanno pilotato o cogestito i processi di cambiamento. Nel 1947 le
sinistre furono escluse dal governo nazionale e anche da quello regionale
siciliano, nonostante la vittoria del Blocco del popolo alle elezioni
regionali del 20 aprile. La riforma agraria del 1950 fu una beffa,
assegnando per sorteggio individuale le terre peggiori: un invito a
sciogliere le cooperative, che si erano formate in gran numero e avevano
ottenuto in concessione le terre incolte e malcoltivate, e ad emigrare.
La mafia è riuscita a cavalcare la transizione da un'economia agraria a
un'economia terziaria, con un ruolo crescente delle città. E il passato
ci dice, inequivocabilmente, che la lotta contro la mafia c'è chi l'ha
fatta e ne ha pagato i costi, scontrandosi duramente con chi era
dall'altra parte. E questo serve anche per scoprire il bluff che può
celarsi dietro le proclamazioni unanimistiche, che non mancano di
replicarsi quasi quotidianamente.
Dagli anni '80 ad oggi, in risposta ai delitti eclatanti e alle stragi,
ci sono state manifestazioni imponenti, si sono formate associazioni, tra
cui quelle antiracket, si sono svolte attività nelle scuole, si sono
cominciati a usare socialmente i beni confiscati ai mafiosi, ma il
movimento antimafia di questi anni ha avuto grossi limiti: l'emotività,
la precarietà, la scarsa autonomia, ma non si può dare la croce addosso
all'antimafia: questi sono i limiti di tutti i movimenti sociali, una
volta crollate le visioni globali e le prospettive di mutamenti radicali.
Il mio intento, nello scrivere una Storia del movimento antimafia,
mirava a recuperare una memoria storica, quasi completamente cancellata o
ritualmente riproposta, e a contribuire a stimolare una riflessione, al
di là di immagini trionfalistiche veicolate dai media, ma è una lotta
impari.
Faccio due esempi. Qualche anno fa è circolata una pubblicazione del
fotografo Toscani su Corleone sponsorizzata da Benetton. Alcune
fotografie mostravano i vecchi, ripresi di spalle o di sfuggita come a
dire che essi rappresentano il passato da dimenticare: la mafia, la
sfiducia, la rassegnazione ecc. ecc.; la stragrande maggioranza delle
immagini era dedicata ai giovani, ripresi frontalmente o in primo piano:
tutti con la faccia pulita, come a dire che essi sono il futuro, il nuovo,
senza mafia, e quel futuro è già cominciato.
I vecchi di Corleone sono stati i protagonisti di stagioni di lotte che
non è lecito ignorare (speriamo che il "Centro internazionale di
documentazione sulla mafia e sul movimento antimafia", recentemente
costituitosi nel paese di Luciano Liggio e di Totò Riina ma pure di
Bernardino Verro e di Placido Rizzotto, contribuisca a recuperare per
intero una storia dimenticata) e ci auguriamo che i giovani possano
costruirsi un destino migliore, ma è ancora presto per cantare vittoria,
anche se non va taciuto quanto di buono si è fatto negli ultimi anni (in
una villa confiscata a Riina ora c'è una scuola, sui terreni confiscati
ai mafiosi è nata un'azienda agricola gestita da una cooperativa e su
questa strada si vuol proseguire, anche se non mancano ostacoli e
difficoltà).
In occasione della conferenza sul crimine transnazionale del dicembre
scorso, per le strade di Palermo sono comparsi cartelloni con scritte
come questa: "Il mondo ha un sogno: imitare Palermo" e il sito Internet
delle Nazioni Unite ospitava una pagina sulla città. In esergo una
citazione di Giovanni Falcone, datata 22 dicembre 1992 (Falcone era morto
il 23 maggio), seguiva un testo a dir poco "disinvolto": prima la Sicilia
era nota in tutto il mondo per la mafia (e si citava il film "Il Padrino")
ma negli anni '80 i siciliani hanno cominciato a cambiare mentalità e ora
la mafia è a pezzi e Palermo vive il suo Rinascimento. Nessun accenno
alla Palermo reale, con un tasso di disoccupazione del 34,8 per cento, un
centro storico che a quasi sessant'anni dalla guerra dev'essere ancora in
gran parte ricostruito, una mafia che ha ricevuto dei colpi ma è lontana
dall'essere alle corde, un'illegalità diffusa, a dispetto delle
consacrazioni ufficiali come "capitale della cultura della legalità".
Nonostante le affermazioni trionfalistiche che hanno costellato i lavori
della conferenza, che per fortuna non hanno incontrato un'eco favorevole,
la convenzione di Palermo segna un passo avanti, almeno sulla carta,
nella lotta giudiziaria al crimine transnazionale, ma non si può fingere
di non sapere che la lievitazione dell'accumulazione illegale, il
proliferare delle mafie non sono il frutto dell'immaginazione di un
demone maligno, ma affondano le radici nelle politiche delle agenzie
internazionali che smantellano le economie non competitive, aggravano
squilibri territoriali e divari sociali, spingendo aree sempre più ampie
del pianeta verso l'economia illegale(21).
Nella retorica che accompagna la nascita del terzo millennio, anche
l'antimafia segue la corrente: l'immagine prevale sulla realtà e inclina
al virtuale. Con queste premesse non credo che si possa fare molta strada.
Dire queste cose vuol dire porsi fuori dal coro, ma non necessariamente
votarsi al minoritarismo e all'impotenza. Con tutte le contraddizioni che
accompagnano la nascita dei movimenti antagonistici, negli ultimi mesi,
da Seattle a Porto Alegre, è comparso sulla scena un movimento che
rischia di sfibrarsi nella protesta, inseguendo le scadenze dei vari
vertici mondiali, e di opporsi al presente in nome del passato, ma può
svilupparsi autonomamente e proiettarsi verso un futuro possibile se
riesce a costruire un collegamento tra avanguardie occidentali e paesi
condannati all'emarginazione dalla dittatura del mercato.
Dentro questo orizzonte si ridefiniscono oggi e nel prossimo futuro mafia
e antimafia, lotta al crimine e trasformazione della società criminogena.
E non è retorico pensare che la memoria di Impastato, con la sua
radicalità e le sue lacerazioni, possa essere un punto di riferimento
per un movimento antimafia non emotivo e non episodico, in un mondo
in cui, contrariamente a quanto si dice, la storia non è finita ed è
ancora necessario rompere con i padri.
Note
(1) Le ricerche più significative del Centro sono pubblicate nei seguenti volumi: G. Chinnici - U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia dagli anni '60 ad oggi, F. Angeli, Milano 1989; AA.VV., Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, F. Angeli, Milano 1992; U. Santino - G. La Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1990; U. Santino - G. La Fiura, Dietro la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo, Edizioni Guppo Abele, Torino 1993; U. Santino, La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; U. Santino, La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997; U. Santino, L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997; U. Santino, Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe all'impegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000; U. Santino, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.
(2) Sul lavoro nelle scuole cfr. A. Cavadi (a cura di), A scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze didattiche, Centro Impastato, Palermo 1994; U. Santino, Oltre la legalità. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro Impastato, Palermo 1997.
(3) La relazione, approvata il 6 dicembre 2000, è stata pubblicata nel volume Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001.
(4) Cfr. F. Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, a cura di A. Puglisi e U. Santino, La Luna, Palermo 1986, 2000.
(5) Il manoscritto con gli appunti autobiografici è conservato presso l'archivio del Centro Impastato. Brani del documento in S. Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995. Il testo è pubblicato quasi integralmente nel sito Internet del Centro Impastato: www.centroimpastato.it.
(6) F. Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, cit., p. 18.
(7) Ivi, p. 21.
(8) Ivi, p. 23.
(9) Ivi, pp. 13 sg.
(10) Ivi, p. 14.
(11) Le citazioni sono tratte dal volume I boss della mafia, Editori Riuniti, Roma 1971, pp. 282 sg.
(12) F. Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, cit., p. 27.
(13) Cfr. S. Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, cit., p. 64.
(14) Ivi, p. 65.
(15) Il documento, pubblicato in 10 anni di lotta contro la mafia, bollettino del Centro siciliano di documentazione, luglio 1978, p. 7, è stato ripubblicato in S. Vitale, Nel cuore dei coralli, cit., pp. 131-134.
(16) Cfr. 10 anni di lotta contro la mafia, cit., p. 8; S. Vitale, Nel cuore dei coralli, cit., p. 118.
(17) Si veda la mia Storia del movimento antimafia, cit., pp. 201-241.
(18) Cfr. U. Santino, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, cit.
(19) Cfr. M. Mineo, Scritti sulla Sicilia, Flaccovio, Palermo 1995, pp. 208 sg.
(20) Cfr. U. Santino, La mafia interpretata, cit.
(21) In parallelo alla conferenza delle Nazioni Unite, dal 13 al 15 dicembre 2000 il Centro Impastato ed altre associazioni hanno organizzato un seminario internazionale dal titolo: "I crimini della globalizzazione".
Quel 9 maggio '78
La notizia mi era giunta in tarda mattinata e sono arrivato a Cinisi assieme ad altri compagni nel pomeriggio di giorno 9. A quell'ora il tratto di binario tranciato dall'esplosione era stato già risistemato, per disposizione del pretore di Carini Giancarlo Trizzino, parte dei resti di Peppino era stata raccolta in gran fretta (a raccogliere le briciole sparse un po' dovunque, nei campi, sui fili della luce, sugli alberi, dovranno pensarci i compagni, traumatizzati dalla raccapricciante mostruosità dell'evento) e il procuratore aggiunto Gaetano Martorana aveva spedito al procuratore generale presso la Corte d'appello di Palermo il suo fonogramma:
"Oggetto: Attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda - Morte di persona allo stato ignota, presumibilmente identificantesi in IMPASTATO Giuseppe, nato a Cinisi il 15. 01.1948.
Verso le ore 0,30-1 del 9.05.1978, persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificantesi in tale IMPASTATO Giuseppe, in oggetto generalizzato, si recava a bordo della propria autovettura FIAT 850 all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo, che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore".
A poche ore dal fatto la verità ufficiale era già confezionata: un attentatore ucciso dalla bomba con cui si accingeva a compiere l'attentato su una linea ferroviaria che attraversava la provincia palermitana. E due giorni dopo si sarebbe aggiunto un altro tassello: la lettera in cui Peppino esprimeva le sue delusioni con parole che gli investigatori utilizzavano per pronunciare un verdetto definitivo: suicidio compiendo un atto terroristico. E i compagni di Peppino non potevano non essere i complici dell'attentatore e si era subito messa in moto la macchina degli interrogatori e delle perquisizioni a senso unico: mentre le case dei familiari e dei compagni venivano messe a soqquadro, alla ricerca dell'arsenale dei terroristi, nessuno pensava di perquisire le cave (e che si trattasse di esplosivo da cava si era capito subito) e le abitazioni dei mafiosi, che non potevano non fregarsi le mani per la perfetta riuscita del loro piano.
Ora che la verità si è fatta strada, faticosissimamente e dopo lunghissimi 24 anni, nelle aule di giustizia, con le condanne di Vito Palazzolo, del 5 marzo 2001, e di Gaetano Badalamenti, dello scorso 11 aprile, e la parola depistaggio che abbiamo pronunciato mille volte campeggia a tutto tondo nelle pagine della relazione della Commissione parlamentare antimafia, approvata il 6 dicembre del 2000, e nelle motivazioni della sentenza di condanna per Palazzolo, depositate l'11 marzo scorso, dovremmo considerare la partita aperta quel 9 maggio 1978 definitivamente chiusa, eppure non è così.
Una partita ancora aperta: le responsabilità dei depistatori
Resta ancora aperto il capitolo degli esecutori, di cui uno è ancora vivo e non è stato incriminato. E dopo la morte di Palazzolo si dovrà risolvere il problema della carcerazione di Badalamenti, che potrebbe essere liberato dagli Stati Uniti e che bisognerà fare di tutto perché venga consegnato alla giustizia italiana e sconti la condanna per il delitto Impastato, ma resta soprattutto aperta, a livello giudiziario, la questione delle responsabilità dei depistatori. La verità storica, solennemente accertata da documenti ufficiali, non ci basta. Anche perché il comportamento di chi ha depistato le indagini non cessa di indignarci. Deponendo davanti alla Commissione antimafia e alla Corte d'assise, il maresciallo dei carabinieri Alfonso Travali si è prodotto in un rosario di non ricordo, ha detto che tutti i reperti venivano registrati ma non ha saputo spiegare la sparizione delle pietre macchiate di sangue a lui consegnate (su questo punto decisiva la testimonianza del necroforo comunale raccolta da Felicetta, la cognata di Peppino, su sollecitazione del Centro); non ha spiegato come si è deciso a imboccare la pista terroristica, dato che nel dicembre dell'anno precedente aveva scritto di suo pugno che gli ex militanti di Lotta continua passati a Democrazia proletaria non erano ritenuti "capaci di compiere attentati" (e l'ultimo volantino scritto da Peppino il 6 maggio, alla notizia della condanna a morte di Aldo Moro, definiva le Brigate rosse "il partito della morte, della paura, della espropriazione della lotta di massa"). E l'allora maggiore Subranni, in seguito promosso generale, ha dichiarato che le indagini furono "complete, avvedute, tormentate", che il clima del tempo induceva a pensare al terrorismo, che il ritrovamento dello scritto di Peppino li aveva convinti che ormai tutto fosse chiaro (si era suicidato compiendo l'attentato), ma alla richiesta del presidente della Corte: avete indagato su come si è ucciso Impastato? ha risposto candidamente: no. Comunque, a dire di Subranni, non c'erano elementi per indagare in altre direzioni. Ai loro occhi non contavano nulla i dieci anni di attività di Peppino, con i nomi e cognomi dei mafiosi pronunciati quasi ogni giorno, come non contavano gli esposti dei compagni e dei familiari che indicavano inequivocabilmente la pista dell'omicidio mafioso.
Davanti alla Commissione antimafia l'ex pretore Trizzino ha dichiarato, tra l'altro, che non ricorda di aver visto casolari nelle vicinanze della ferrovia, mentre il maresciallo Travali sostiene di essere entrato assieme al pretore nella casa rurale in cui furono trovate le tracce di sangue che hanno avuto un ruolo decisivo nella ricostruzione della dinamica del delitto, e il procuratore Martorana ha detto che loro alla mafia non avevano pensato, di mafia si cominciò a parlare solo dopo gli esposti dei compagni e dei familiari. Ma c'era la mafia a Cinisi e a Terrasini? A quanto pare, i mafiosi erano dei galantuomini con cui i carabinieri andavano a prendere il caffè; l'unico che si era accorto della loro presenza era Peppino Impastato, eppure il fascicolo giudiziario di Gaetano Badalamenti era ben nutrito fin dal lontano 1946. Come sorprendersi se la prima condanna di Badalamenti in Italia è arrivata soltanto nell'aprile di quest'anno per l'omicidio di Peppino? Per gli investigatori l'unico problema era cercare pezze d'appoggio per la pista terroristica, indagando sui familiari, che avevano dato chiari segni di rottura con la parentela mafiosa, e sui compagni. Risulta, dalla lettura della sentenza per Vito Palazzolo che, durante il matrimonio di Giovanni Impastato venivano registrati i numeri di targa delle macchine degli invitati e che indagini sono state fatte anche sui soci del Centro Impastato (sono curioso di sapere cosa abbiano scritto sul nostro conto). Comunque l'Oscar della pervicacia tocca a Tito Baldi Honorati, ora generale in pensione, che ancora nel 1984 ribadiva che Peppino era morto compiendo l'attentato e che "l'ipotesi dell'omicidio attribuito all'organizzazione mafiosa facente capo a Gaetano Badalamenti operante nella zona di Cinisi è stata avanzata e strumentalizzata da movimenti politici di estrema sinistra ma non ha trovato nessun riscontro investigativo ancorché sposata dal consigliere istruttore del tribunale di Palermo, dr. Rocco Chinnici a sua volta, è opinione di chi scrive, solo per attirare le simpatie di certa parte dell'opinione pubblica conseguentemente a certe sue aspirazione elettorali". Rocco Chinnici, una delle figure più limpide e generose che l'Italia abbia avuto in anni difficilissimi, era caduto per mano mafiosa il 23 luglio del 1983 e a quasi un anno dalla morte un ufficiale dei carabinieri scriveva parole di cui dovrebbe vergognarsi. Faremo ogni sforzo perché anche in sede giudiziaria si apra il capitolo del depistaggio, chiamando in causa i responsabili chiaramente individuati con nomi e cognomi.
Il Forum sociale antimafia
Ogni anno, per l'anniversario dell'assassinio di Peppino, abbiamo organizzato delle iniziative cercando di tenerci lontani dalle liturgie della commemorazione. Nel 1979 abbiamo promosso, con Democrazia proletaria, una manifestazione nazionale contro la mafia, la prima della storia d'Italia (e ricordo le difficoltà di far capire, andando in giro per il Paese, che la mafia non era un problema siciliano in via di estinzione ma una questione nazionale con ottime prospettive per il futuro); negli anni successivi abbiamo presentato le ricerche del Centro sull'omicidio, sull'impresa mafiosa, sul traffico di droghe, su mafia e politica, sul movimento antimafia, abbiamo parlato delle attività nelle scuole e dei progetti di intervento sociale e abbiamo fatto il punto sull'inchiesta e sui processi.
Quest'anno con altre associazioni, tra cui alcune che riprendono la vecchia denominazione di Radio Aut (purtroppo la radio di Peppino chiuse nell'estate del 1980), o che si intitolano a Peppino, abbiamo costituito il Forum sociale antimafia e promuoviamo una serie di iniziative che si terranno dal 9 all'11 maggio.
Come abbiamo scritto nell'appello con cui abbiamo lanciato la proposta, il Forum "vuole essere un luogo di confronto e di iniziativa unitaria che, partendo dalle lotte sociali degli ultimi anni, elabori un progetto di riflessione e di lotta contro la globalizzazione neoliberista, contro la guerra e il terrorismo, contro i processi di finanziarizzazione e di emarginazione che portano al proliferare delle mafie a livello locale e internazionale, per l'affermazione dei diritti fondamentali e per un'autentica partecipazione democratica". Nel Forum si ritrovano realtà ed esperienze diverse che si riconoscono "nella radicalità delle rotture di Peppino Impastato, a cominciare dalla famiglia, e nella ricchezza della sua esperienza che coniugava militanza politica, impegno sociale, creatività culturale".
Per il Centro il progetto di costruire un terreno comune tra movimento antimafia e mobilitazione per la pace prima e ora contro la globalizzazione neoliberista non è nuovo. Ricordiamo l'impegno nei primi anni '80, quando era in atto una sanguinosa offensiva mafiosa e in terra di Sicilia come in altre parti d'Europa volevano piantare le basi missilistiche. Più recentemente, nel dicembre del 2000, siamo stati tra i promotori del seminario internazionale su "I crimini della globalizzazione", in parallelo con la conferenza delle Nazioni Unite per la firma della convenzione sul crimine transnazionale svoltasi a Palermo. Parleremo ancora dei crimini della globalizzazione nel forum in sessione plenaria che si terrà nella piazza di Cinisi la mattina del 10 maggio. Ma anche su questo terreno c'è un filo diretto con l'esperienza di Peppino Impastato: già negli anni '70 sulle strade di Cinisi e Terrasini Peppino e i suoi compagni mimavano la morte atomica, una delle tante manifestazioni del suo impegno multiforme capace di collegare i problemi locali con i processi in atto sul piano internazionale. E nei forum tematici parleremo di mafia e di antimafia, aggiornando l'analisi e cercando di dare un contributo a un progetto di antimafia sociale che vada oltre la mobilitazione episodica e coinvolga gli strati popolari, affrontando i problemi dell'occupazione e del controllo delle risorse; parleremo di informazione, di guerra e terrorismo ma pure delle alternative concrete che vanno profilandosi sullo scenario mondiale a partire da Genova e da Porto Alegre. Incontreremo la madre di Carlo Giuliani e saluteremo ancora una volta la madre di Peppino che in tutti questi anni non ha cessato un istante di denunciare i responsabili dell'assassinio del figlio (nel frattempo la zia Fara, che gli ha fatto da seconda madre, ci ha lasciati).
Ci sembra particolarmente significativo che i protagonisti delle mobilitazioni di questi anni si incontrino nel nome di Peppino sulle vie dei suoi paesi. Il modo migliore di ricordarlo, al di là delle immagini riduttive che rischiano di svuotare la carica antagonistica che animava la sua militanza o vorrebbero farne una sorta di Peter Pan di un impossibile sogno rivoluzionario. Oggi, ancora più di ieri, con il vento di destra che spira sul pianeta e non soltanto nei paraggi di Arcore, la lucidità, l'intransigenza, l'irriverenza verso ogni forma di stupidità, conformismo, arroganza, prepotere e la progettualità culturale e politica che ispiravano l'impegno quotidiano di Peppino sono un bene di prima necessità.
"Liberazione", 9 maggio 2002, pag. 16-17.