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Centro Siciliano di Documentazione "Giuseppe Impastato" - OnlusPoesie di Peppino Impastato |
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1 Un mare di gente a flutti disordinati s'è riversato nelle piazze, nelle strade e nei sobborghi. È tutto un gran vociare che gela il sangue, come uno scricchiolio di ossa rotte. Non si può volere e pensare nel frastuono assordante; nell'odore di calca c'è aria di festa. 2 Appartiene al suo sorriso l'ansia dell'uomo che muore, al suo sguardo confuso chiede un po' d'attenzione, alle sue labbra di rosso corallo un ingenuo abbandono, vuol sentire sul petto il suo respiro affannoso: è un uomo che muore. 3 Fiore di campo nasce sul grembo della terra nera, fiore di campo cresce odoroso di fresca rugiada, fiore di campo muore sciogliendo sulla terra gli umori segreti. 4 È triste non aver fame di sera all'osteria e vedere nel fumo dei fagioli caldi il suo volto smarrito. 5 E venne a noi un adolescente dagli occhi trasparenti e dalle labbra carnose, alla nostra giovinezza consunta nel paese e nei bordelli. Non disse una sola parola né fece gesto alcuno: questo suo silenzio e questa sua immobilità hanno aperto una ferita mortale nella nostra consunta giovinezza. Nessuno ci vendicherà: la nostra pena non ha testimoni. 6 Lunga è la notte e senza tempo. Il cielo gonfio di pioggia non consente agli occhi di vedere le stelle. Non sarà il gelido vento a riportare la luce, né il canto del gallo né il pianto di un bimbo. Troppo lunga è la notte, senza tempo, infinita. 7 Passeggio per i campi con il cuore sospeso nel sole. Il pensiero, avvolto a spirale, ricerca il cuore della nebbia. 8 Seduto se ne stava e silenzioso stretto a tenaglia tra il cielo e la terra e gli occhi vuoti fissi nell'abisso. 9 Fresco era il mattino e odoroso di crisantemi. Ricordo soltanto il suo viso violaceo e fisso nel vuoto, il pianto delle donne, il singhiozzo della campana e una voce amica: "è andato in paradiso a giocare con gli angeli, tornerà presto e giocherà a lungo con te". 10 Stormo d'ali contro il sole, capitombolo nel vuoto. Desiderio, erezione, masturbazione, orgasmo. Strade silenziose, volti rassegnati: la notte inghiotte la città. 11 Il cuore batte con l'orologio il cervello pulsa nella strada: amore e odio pianto e riso. Un'automobile confonde tutto: vuoto assoluto. Era di passaggio. 12 Sulla strada bagnata di pioggia si riflette con grigio bagliore la luce di una lampada stanca: e tutt'intorno è silenzio. 13 Nubi di fiato rappreso s'addensano sugli occhi in uno strano scorrere di ombre e di ricordi: una festa, un frusciare di gonne, uno sguardo, due occhi di rugiada, un sorriso, un nome di donna: Amore Non Ne Avremo. 14 I miei occhi giacciono in fondo al mare nel cuore delle alghe e dei coralli. |
| Salvo Vitale / Contadini di Punta Raisi Cade ancora la luna sulla terra del passato. Vivevamo i mattini di silenzio mentre il sole tardava. Buon odore di terra sulle mani. Buon sapore di brina sopra lerba. Le parole dei vecchi crescevano fanciulli di salsedine dentro i secoli fermi di lavoro. Era il mito a gridare nellestate mai finita, sulle strade di polvere e di ulivi, sulle vaste radure che, la notte, aprivano nel cuore felicità e paura. Il presente come allora si vive dentro un mondo di lotta e di illusioni. Non cè niente che possa cambiarci: gente forte, un po triste, forse troppo ignorante e troppo sola per tenerci soltanto ciò che è nostro. Il domani è già buio, dove passano uccelli di fame e fanciulli muti, dove muoiono i vecchi senza un cielo, mentre cadono uccelli dacciaio sul giardino distrutto. 1969 Umberto Santino / Sarai meno solo Avremmo potuto pensare il silenzio ritorna e noi stretti intorno ai frammenti del tuo corpo schiacciati da troppe morti prima che dagli altri vinti da noi stessi (doverano i compagni più amati di cui più ti fidavi? Come nei presepi dellinfanzia le rocce si sono rivelate sugheri dipinti leggere come il fumo e più delle parole rubate da chi ti vuole suicida la tua morte ci giudica la tua solitudine ci misura) gridare per lultima volta per sentirci meno soli per darci coraggio. Ma cerano i vecchi che stringevano la mano dopo il comizio, cerano le mani che chiedevano il volantino, cerano le porte aperte dopo la prima paura (Mafiopoli prendeva respiro) cera il tuo nome segnato sulla scheda per rispondere a chi laveva cancellato sui manifesti: piccole crepe, certo, in un muro che restava muro. E cera lira dei cortei anche se i gesti erano troppo piccoli (un sasso scagliato contro la bottega del potere) e le parole troppo grandi (come possiamo dire nulla resterà impunito se non possiamo neppure impedire che il tuo volto distrutto venga infangato sui giornali?). La tua vendetta sarà allargare la breccia spalancare le porte. Così sarai meno solo dietro il muro dei morti. 1978 Umberto Santino / La matri di Pippinu Chistu unnè me figghiu. Chisti un su li so manu chista unnè la so facci. Sti quattro pizzudda di carni un li fici iu. Me fighhiu era la vuci chi gridava nta chiazza eru lu rasolu ammulatu di lo so paroli era la rabbia era lamuri chi vulia nasciri chi vulia crisciri. Chistu era me figghiu quannu era vivu, quannu luttava cu tutti: mafiusi, fascisti, omini di panza ca un vannu mancu un suordu patri senza figghi lupi senza pietà. Parru cu iddu vivu un sacciu parrari cu li morti. Laspettu iornu e notti, ora si grapi la porta trasi, mabbrazza, lu chiamu, è nna so stanza chi studìa, ora nesci, ora torna, la facci niura come la notti, ma si ridi è lu suli chi spunta pi la prima vota, lu suli picciriddu. Chistu unnè me figghiu. Stu tabbutu chinu di pizzudda di carni unnè di Pippinu. Cca dintra ci sunnu tutti li figghi chi un puottiru nasciri di nautra Sicilia 1979 La madre di Peppino Questo non è mio figlio. Queste non sono le sue mani questo non è il suo volto. Questi brandelli di carne non li ho fatti io. Mio figlio era la voce che gridava nella piazza era il rasoio affilato delle sue parole era la rabbia era lamore che voleva nascere che voleva crescere. Questo era mio figlio quandera vivo, quando lottava contro tutti: mafiosi, fascisti, uomini di panza che non valgono neppure un soldo padri senza figli lupi senza pietà. Parlo con lui vivo non so parlare con i morti. Laspetto giorno e notte, ora si apre la porta entra, mi abbraccia, lo chiamo, è nella sua stanza a studiare, ora esce, ora torna, il viso buio come la notte, ma se ride è il sole che spunta per la prima volta, il sole bambino. Questo non è mio figlio. Questa bara piena di brandelli di carne non è di Peppino. Qui dentro ci sono tutti i figli non nati di unaltra Sicilia. Salvo Vitale / Compagno Ti riscopro tra la neve dei mandorli, petalo anche tu, staccato dal vento tra i frammenti di luna sul mare caldo, anche tu scaglia di luce inafferrabile, nella sera dagosto, sulla spiaggia, con il corpo abbronzato, poi distrutto, nel mattino di aprile sul divano a tentare una via di comunicazione tra le nostre schermate solitudini. Ti risento amplificato, senza enfasi, pronunciare la tua elegia di morte, in mezzo alla nostra fame di bisogni aprire rivoli di speranza e di scontro, e ancora, nella tela dellangoscia, piangere e rialzarti con la consueta energia. Da molto ci sei stato. Non avevo che te, compagno, finito nella notte, portando sul fondo della gola la paura di darmi un bacio. 1980 Umberto Santino / Lettera ai compagni di Peppino, per ricordare e, se è possibile, per continuare Io non so se è ancora possibile parlare senza mentire guardarsi negli occhi senza abbassare le palpebre ripensare i giorni dei vivi (quando Peppino era ancora tra noi e la sua vita era nuda febbrile e le sue lacerazioni chiedevano tenerezze negate abortite carezze) e le notti dei morti (quando il suo corpo fu steso sul binario le gocce del suo sangue esplosero nel lampo del tritolo e il suo nome fu cancellato sui manifesti il suo volto offeso da nemici più feroci degli assassini) Io non so se è ancora possibile ricordarlo e ricordarci sono trascorsi pochi anni ma è passato un tempo più lungo di mille eternità e oggi abbiamo mani più vuote della bara che portava le sue briciole oggi siamo nudi più dei suoi nervi che bucavano la pelle siamo disperati più di quando meditava il suicidio e lanciava al mondo la sfida dei suoi fallimenti Il millennio muore in una infinita Chernobyl del desiderio e della speranza Non vogliamo più piangere non abbiamo più certezze e cerchiamo di arredare i nostri giorni con mani più umili di quelle che allevavano sogni e furori nelle viscere del 68 ma una sola cosa vorrei che ci dicessimo (se è ancora possibile parlare senza mentire guardarci negli occhi senza abbassare le palpebre) che non possiamo consegnarci alla viltà e alla menzogna Peppino ci unisce se sappiamo ancora vivere la sua vita in una stagione diversa con nuove immagini e nuove parole ma con la stessa volontà di negarsi alla crudeltà degli assassini alle astuzie dei mercanti che offrono scampoli di potere per elevare al cielo le loro piramidi di voti alle chiacchiere di chi copre la sua svendita al migliore offerente con patacche senza valore Peppino ci divide se non abbiamo più voglia di scontrarci quando è necessario scontrarsi di rompere con il padre quando tutti diventano figli della desolazione ed eredi della viltà Il millennio muore in uninfinita Chernobyl del desiderio e della speranza ma non ci saranno nuovi giorni se non sapremo parlare senza mentire guardarci negli occhi senza abbassare le palpebre se non avremo dentro tanta rabbia e tanta tenerezza da squarciare le nuvole se non saremo capaci di dare amore a un compagno come lui separato da tutti se non sapremo incontrarlo anche in fondo al pozzo delle solitudini e camminare insieme a testa alta tra le case con le finestre sbarrate sfidando il silenzio dei vili e la vittoria degli assassini 1990 Umberto Santino / Neppure un passo I cento passi che non hai mai percorso perché non occorreva neppure un passo per ritrovare dentro di te il sangue dei padri la voce antica che raccontava guerre familiari atrocità palesi e complicità segrete che bisognava chiudere gli occhi per non vederle. Ora vogliono importi un'icona che non ti appartiene e consolare il tuo isolamento con parole che nascondono distanze incolmabili tra storie diverse. L'amore che non hai avuto ci obbliga a risponderti: le guerre non sono finite e il silenzio dei vili continua a inquinare il pianeta ma la tua figura distrutta si ricompone lungo un binario che corre per il mondo, misura del desiderio orizzonte del sogno. 2005 Umberto Santino / Un seme di speranza Ora le tue parole ci giungono come le onde di un mare finalmente placato; Il padre va incontro alla sua morte tendendo una mano per proteggere il tuo ultimo viaggio e la madre si china a raccogliere le briciole del tuo corpo per poterti partorire ancora una vola in un mondo senza odio senza sangue. Ora sono tutti nel giro del tuo sguardo i volti degli amori negati e anche se le strade sono sempre più in salita e non sappiamo qual è la meta pure le parole più disperate possono nutrire un seme di speranza. 2005 Umberto Santino / Le parole e i canti (per il CD: 26 canzoni per Peppino Impastato) Scrivevi: Amore Non Ne Avremo e in tutti questi anni abbiamo cercato di darti quello che non hai avuto da vivo. Non ti abbiamo vendicato ma abbiamo seguito il cammino che ti ha diviso dal tuo sangue, raccolto le briciole del tuo corpo, parlato alle finestre chiuse, tempestato i palazzi per smascherare mafiosi e depistatori. Ora le tue parole sillabate in silenzio si levano nei cieli delle piazze a ridire la tua pena. Lo sappiamo: non ci sono angeli con cui giocare, Mafiopoli era una metafora del pianeta e la notte è così lunga da negarsi al mattino. Il tuo volto rischia di diventare un'icona se non sapremo guardarti per quello che eri: un figlio in rotta con i padri un compagno di lotte che non sono morte con te, che anche dentro le delusioni sapeva trovare il filo a cui aggrapparsi. La tua storia è la nostra e con le mani di tua madre la porta che ti si chiudeva alle spalle si spalanca al futuro. 2006 Umberto Santino / Per Felicia (Saluto laico, 9 dicembre 2004) Distribuivi garofani rossi alle mani levate nel pugno e il gesto restituiva valori dimenticati come bandiere colorate di primavere che dovevano ancora nascere. Gli occhi nutrivano silenzi grandi come orizzonti e le parole sgorgavano dalle labbra lievi di tenerezza fermentate d'ironia taglienti di sarcasmo come quelle di tuo figlio, una sfida per i mafiosi che non tolleravano la tua forza di donna maturata nell'ombra esplosa in un giorno di maggio quando credevano di uccidere la vita camuffandola da morte. Ti sia dolce la notte Felicia e la gioia del tuo nome segua i nostri passi alla ricerca del mattino. Ti hanno messo un rosario tra le dita e un crocifisso culla il tuo sonno con le sue braccia di morto ma le preghiere che affiorano dalla tua bocca sono più antiche di quelle che si leggono nei libri sacri e parlano a un dio che agita le viscere delle partorienti e accoglie i deliri dei moribondi. L'inferno a cui siamo condannati è in questa vita e i nostri occhi sono l'unica terra dove fioriscono i paradisi. Ora da morta potrai spalancare le finestre con mani più sicure di quelle che ti reggevano da viva. Ora nessuno potrà dire di non sentire la tua voce levata a condannare i carnefici e a maledire i vigliacchi. È più forte il tuo silenzio di questi rumori che giungono da un mondo che non ha imparato a viversi. Ci specchiamo nella tua morte ed è come sporgersi su un pozzo senza fondo dove affiorano brandelli di storia in cui rivivono le stazioni della tua via crucis. Ora sembri immutabile trasfigurata nella bellezza del trapasso rischiarata la fronte cancellate le rughe e sono un sacrilegio i flash dei fotografi le parole di chi ti ha ignorato da viva e ti esalta da morta con un paese che si nega all'ultimo saluto e le voci s'infrangono contro pareti di silenzio. Tu ormai sei al di là del muro d'ombra e la tua morte è pace; i vivi imparino a viverla, la pace. |